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La Chiesa è più grande del Papa

«Nessun errore di questo o quel Papa, anche a titolo di capo religioso, sarebbe in grado di impedirci di vivere di Cristo, nella sua Chiesa, in comunione con Pietro in quanto Pietro».

La lucida analisi di Padre Calmel (+1975) è un balsamo sulle anime dei cattolici perplessi...

La Chiesa non muore quando muore il Papa. La Chiesa non cessa affatto di credere anche allorché il suo Vicario è titubante o debole per difendere il deposito rivelato. La Chiesa è ancora ardente d’amore anche quando l’amore di Cristo e delle anime è soffocato nel cuore di un Papa da ambizioni, illusioni e chimere mondane e mondialiste. Il Papa è capo della Chiesa ma prima d’esserne il capo ne è figlio come ciascuno di noi. Prima di custodire ed interpretare con autorità il deposito della fede che gli giunge, come a noi, dalla Tradizione della Chiesa, deve ricevere questo deposito e credervi fedelmente. Prima d’introdurre, se ve ne fossero, alcune riforme omogenee nei riti dei sacramenti, deve, come noi, riceverli con umiltà dalla Tradizione della Chiesa. Il suo ufficio unico ed insostituibile è di custodire per tutti, custodire come capo assistito dallo Spirito Santo a titolo privilegiato, quel che riceve, come ciascuno di noi, in quanto figlio. Se per ventura non è un buon figlio, potrà giungere sino al punto -ahinoi- di non essere un buon capo. E ad ogni modo giammai ha il diritto, come capo, di provare ad introdurre un’altra maniera di comportarsi nel figlio. Ciò equivarrebbe a introdurre novità nell’ordine della Tradizione apostolica, invece di custodirla ed esplicitarla in modo omogeneo. Ben a proposito diciamo “tentare d’innovare”, poiché siamo sicuri che tale smarrimento non sorpasserà mai il tentativo. Il privilegio dell’infallibilità preserverà sempre il Papa dal modificare formalmente la religione. Ma pure senza mutamenti formali i tentativi o la complicità o le pavidità possono spingersi assai lontano e divenire una prova assai penosa per la Santa Chiesa.

Il sistema modernista, più esattamente l’apparato e le procedure moderniste, offrono al Papa un’occasione tutta nuova di commettere peccato, una possibilità di deflettere dalla sua missione che non gli era ancora mai stata prospettata. Il doppio principio modernista viene accolto: innanzitutto riforma universale, specialmente per la liturgia, col pretesto di una certa pastorale d’apertura al mondo moderno; in secondo luogo spoliazione dell’autorità regolare e definita a beneficio di autorità fittizie, caduche e anonime che sono connaturate alle collegialità. In breve, essendo penetrato nella Chiesa il duplice principio modernista, ne seguì tale conseguenza distruttrice: la tradizione apostolica in materia di dottrina, di morale e di culto è stata neutralizzata, sempre che non sia eliminata, senza tuttavia che il Papa ufficialmente e apertamente abbia avuto bisogno di rinnegare tutta la tradizione e dunque di proclamare l’apostasia. Non ha avuto necessità di proferire e di fatto non ha proferito abnormità come queste: “d’ora innanzi siete tenuti sotto pena di scomunica ad allineare la Messa sulla cena protestante in fatto di lingua, di formularî e di riti; d’ora innanzi i sacerdoti, sotto pena d’essere sospesi, s’allineeranno ai pastori; d’ora innanzi il catechismo insegnato ai fanciulli sarà o luterano o indeterminato”. Il Papa non ha mai detto, non ha mai avuto bisogno di dire: “io fulmino d’anatema tutto ciò che si è insegnato, tutto ciò che è stato fatto sino al Vaticano II, tutta la dottrina e tutto il culto precedente al Vaticano II. Ciò nonostante il risultato è sotto i nostri occhi...per giungere al punto in cui siamo è stato sufficiente che il Papa, senza adottare misure che attaccassero la tradizione precedente della Chiesa, abbia lasciato operare il modernismo. Senza dubbio potrebbe dire: “non ho impedito di fare il contrario di ciò che si fa in queste Messe invalide e in questi catechismi eretici”.

È cionondimeno ugualmente vero – lo constatiamo- che ogni giorno ci avviciniamo un po’ di più al termine finale cui saremmo giunti se il Papa avesse gettato l’anatema sulla Tradizione apostolica. Guardiamoci dall’avere timore tuttavia perché non vi giungeremo mai, e in virtù di molte ragioni inoppugnabili. Le cose possono svolgersi come se vi fosse un ordine ordine formale del Papa, ma quest’ordine non esiste e non esisterà mai. Cosi le nostre coscienze rimangono libere. Di conseguenza è manifesto che quelle riforme che si oppongono a tutta la tradizione sono nulle. Non significa affatto spodestare il Papa né cadere nel libero esame dichiarare che mai la Chiesa ha riformato i riti cattolici dei sacramenti per allinearli ai riti di coloro che rigettano la fede nei sacramenti. Dire questo significa dire la stessa cosa che: “io credo alla Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica”. Che un Papa lasci compiere o dia l’apparenza di lasciar fare una riforma così perversa, che il Papa sia o non sia in tal fattispecie, poco importa: ogni cristiano può vedere che questa modalità di riforma non è affatto cattolica, dunque non è tenuto ad obbedire, o piuttosto è tenuto a custodire la tradizione anche a costo di passare per disubbidiente. Un Papa che divenisse prigioniero del modernismo s’avvicinerebbe fino ad un certo segno e per la semplice dinamica del sistema modernista al termine inaccessibile su cui Lucifero non cessa di fantasticare d’una fantasticheria eternamente vana: corrompere la tradizione della fede e dei sacramenti. Resistere al Papa di cui parlo sarebbe tuttavia difficile precisamente perché non imporrebbe ufficialmente e sotto pena d’anatemi una religione contraria a quella di tutta la Chiesa prima del suo pontificato. Non avrebbe necessità di imporlo, sarebbe sufficiente lasciare funzionare il sistema modernista con la sua doppia forza di devastazione: riforma universale imposta da una pastorale di adattamento al mondo moderno, dissoluzione latente della gerarchia regolare.

Né la morte del Papa, né l’incapacità di tale Papa, neppure questa stessa defezione affatto peculiare, resa possibile dall’entrata in scena del modernismo, in definitiva nessun errore di questo o quel Papa, anche a titolo di capo religioso, sarebbe in grado di impedirci di vivere di Cristo, nella sua Chiesa, in comunione con Pietro in quanto Pietro, con la placida certezza che quando quel tale successore di Pietro cade in fallo non è che per lasso ridotto di tempo. La fede ci insegna a vedere Pietro nella Chiesa, per la custodia e la difesa della Chiesa, lungi dal vedere la Chiesa asservita alle inadempienze possibili di Pietro e variabile al grado delle sue esitazioni.


Fonte: Courrier de Rome

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