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L'AFORISMA - La pastorale non è l'arte del compromesso e del cedimento: è l'arte della cura delle anime nella verità. - Card. Giuseppe Siri (1906 - 1989) 


La religione dei modernisti postconciliari - caratteristiche

di Oreste Sartore - Molte dichiarazioni e azioni della gerarchia cattolica che si susseguono ad un ritmo sempre più incalzante sono sempre meno spiegabili come deviazioni marginali dalla retta dottrina. Sembra piuttosto emergere una versione umanitaria della nostra Santa Religione, la quale gradatamente, con il plauso dei teologi e degli operatori della comunicazione , ha conquistato il centro della scena fino ad essere apertamente predicata come dottrina corrente della Chiesa. Le idee-vettori del modernismo inoculati nel cattolicesimo sull’onda della rivoluzione giovannea hanno agito in questi anni conciliari operando una trasmutazione alchemica del cattolicesimo, da religione rivelata avente come scopo la salvezza delle anime a umanesimo filantropico di supporto al potere mondano.


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INTERVISTA A FRANCESCO COLAFEMMINA

1 – Partiamo dal fenomeno/effetto Bergoglio: le sue parole, i suoi atti, rappresentano una contraddizione vivente: dinanzi a pronunciamenti dal deciso tenore cattolico (anche se su molti di essi dovrebbe riscontarsi una certa ovvietà, dal momento che a pronunciarli è un pontefice di santa romana chiesa), ve ne seguono altri impregnati di ambiguità e confusione sicché sembra di assistere al classico “un passo avanti e due indietro”. Risultato: una Chiesa in preda a confusione e disorientamento con l'effetto di distruggere tutto ciò che nei secoli è stato costruito. Che ne pensa?

Francamente credo che il pontificato di Bergoglio coincida con un progetto chiarissimo: introdurre la Chiesa nella realtà del cosiddetto nuovo ordine mondiale. Non intendo dire con fare paranoico che ci sia una specie di “complotto”, quanto piuttosto una necessità politica o geopolitica. Viviamo in un mondo sempre più dominato dalle élite finanziarie e dal potere della tecnologia. In questo mondo che ha cancellato la cultura classica, che non poggia più sulle radici culturali dell’Europa, ma sui diktat di un amorfo indifferentismo culturale e morale, la Chiesa ha due possibilità, finire schiacciata dalla cultura dominante oppure cercare di sopravvivere e per farlo deve assumerne in una sorta di mimetismo esiziale le medesime caratteristiche: contraddizione, provvisorietà, astoricità, entropia. In particolare quest’ultima che a dire di un grande sociologo quale Zygmut Bauman è la chiave di volta della “cultura” delle élite finanziarie. L’entropia, il caos, l’imprevedibilità sono il sale dei mercati azionari, il sale della politica, il sale degli speculatori. Ecco, il discorso va ormai ben oltre l’annosa querelle fra tradizionalisti e progressisti in seno alla Chiesa...


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Quel clero che ci vuol far crescere come un albero storto

dalla rubrica Per aspera ad astra - Il problema della Chiesa dei nostri tempi è il clero: lo si dica senza tanti giri di parole e con drammatica serenità: di sacerdoti cattolici, oggi, ce ne sono gran pochi e quei pochi sono sempre più perseguitati dalla stessa Chiesa odierna (!) e spesso cacciati negli angoli più remoti della terra quasi a volerne disinnescare l'operato santo che sono capaci di realizzare animati da vera Fede e amore per la Verità. Il problema della Chiesa dei nostri tempi è il clero: non ci sono dubbi in proposito perché quel clero è il risultato della devastazione presente nei seminari che, sostituendo l'insegnamento e l'approfondimento di San Tommaso d'Aquino con personaggi del calibro di Rahner fino ad arrivare alle letture prese a modello (sic!) del card. Martini, Tettamanzi o del signor Bose, hanno di fatto rinunciato alla capacità di formare e preparare i novelli sacerdoti alla grande battaglia contro il Nemico per strappargli anime da presentare al Buon Dio. Di fatto una resa al Nemico per trenta denari raffiguranti una vita priva di fastidi, scocciature e piena di comodità, vizi ed agiatezze imbarazzanti per uomini consacrati.


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Intolleranza dottrinale

di Card. Louis Edouard Pie - Un saggio ha detto che le azioni dell'uomo sono figlie del suo pensiero, e noi stessi abbiamo stabilito che tutti i beni come pure tutti i mali di una società sono frutto delle massime buone o cattive che essa professa. La verità nello spirito e la virtù nel cuore sono pressoché inseparabili ed in stretta relazione: quando lo spirito è in preda al demone della menzogna, il cuore, se pure non ha dato inizio da sé all'ossessione, è assai prossimo a lasciarsi andare in balia del vizio. L'intelligenza e la volontà infatti sono due sorelle per le quali la seduzione è contagiosa; se si vede che la prima si abbandona all'errore, si stenda un pietoso velo sull'onore della seconda.


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La rimozione di un grande Cardinale

di Roberto de Mattei - Il Papa, in quanto supremo pastore della Chiesa universale, ha il pieno diritto di rimuovere dalla sua carica un vescovo o un cardinale, anche insigne. Celebre fu il caso del cardinale Louis Billot (1846-1931), uno dei maggiori teologi del Novecento, che il 13 settembre 1927 rimise il berretto cardinalizio nelle mani di Pio XI, con il quale era entrato in contrasto sul caso dell’Action Française, e finì la sua vita, quale semplice gesuita, nella casa del suo ordine a Galloro. Un altro caso eclatante è quello del cardinale Josef Mindszenty, che fu rimosso da Paolo VI dalla carica di arcivescovo di Esztergom e Primate di Ungheria, per la sua opposizione alla ostpolitk vaticana. Molti vescovi inoltre, negli ultimi anni, sono stati destituiti per essere stati coinvolti in scandali finanziari o morali. Ma se nessuno può negare al Sovrano Pontefice il diritto di dimettere qualsiasi prelato, per le ragioni che ritenga più opportune, nessuno può togliere ai fedeli il diritto che essi hanno, come esseri razionali, prima ancora che come battezzati, di interrogarsi sulle ragioni di queste destituzioni, soprattutto se esse non siano esplicitamente dichiarate. Questo spiega lo sgomento di molti cattolici di fronte alla notizia, formalmente comunicata dalla Sala Stampa vaticana l’8 novembre, del trasferimento del cardinale Raymond Leo Burke dalla sua carica di prefetto della Suprema Segnatura Apostolica a Patrono dell’Ordine di Malta.


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Totalitarismo vaticano

di Francesco Colafemmina - Quel che ho sempre mal sopportato del progressismo liberale all’interno della Chiesa è la sua arroganza totalitaria. Quanto vive oggi la Chiesa sotto la dittatura di Bergoglio e del suo direttorio è però ben altra cosa rispetto alle spallate che il progressismo militante intendeva assestare al papato e al magistero. Siamo in poche parole al di là dei soliti schieramenti e dunque è diventata anche obsoleta l’arroganza che si è trasformata in protervia, in dispotismo rancoroso, in intolleranza bolscevica. Di questo fenomeno dovrebbero preoccuparsi non tanto i cosiddetti conservatori e quella parte minoritaria di essi che suole essere definita “tradizionalista”, ma proprio gli ex progressisti che hanno partorito un monstrum ormai incontrollabile e che rischia di fagocitarli per primi.


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Le ragioni per essere nella pace e nella gioia

di don Giorgio Ghio - Oggi sono proprio le fondamenta della verità cristiana e le esigenze imprescindibili che ne derivano ad essere non solo scosse, ma in via di demolizione. Non sono soltanto questioni – di per sé già gravissime – come l’indissolubilità e la natura stessa del matrimonio ad essere in gioco, ma la distinzione basilare tra grazia e peccato, tra santità ed empietà, tra giustizia e iniquità. Di fronte all’avanzare di questa barbarie intellettuale e alla conseguente barbarie morale, non è soltanto la civiltà cristiana ad essere in pericolo, ma la stessa civiltà umana che ne è il sostrato: Gratia non tollit naturam, sed perficit… Se, infatti, peccati tra i più gravi che esistano sono ammessi come opzioni del tutto lecite, perché altri non dovrebbero esserlo? Se la materia di un atto diventa indifferente per rilevarne l’intrinseca bontà o malizia e, nel secondo caso, riconoscerne la gravità, quale discernimento morale è più possibile?


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L'uomo che fu Giovedi

dalla rubrica G.K.Chesterton - Con “L’uomo che fu Giovedì” prosegue la collana chestertoniana di Lindau, che ha pubblicato numerose opere del grande saggista, romanziere, giornalista originario di Beaconsfield. Prima di accingersi alla lettura di questo appassionante romanzo, che contiene elementi tali da reputarsi persino un ottimo giallo, consiglio di considerare tre aspetti spesso sottovalutati: il primo, e non è un paradosso, è il sottotitolo; il secondo è la dedica iniziale ed il terzo è il 1908, anno di pubblicazione del romanzo. A chi chiedeva a Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) quale fosse il significato del romanzo e soprattutto chi si celasse sotto la mole gigantesca di Domenica, il grande scrittore londinese rinviava al sottotitolo: “A nightmare”, un incubo. Chesterton aveva attraversato nel corso della sua giovinezza un periodo travagliato, che l’aveva quasi portato sull’orlo del baratro della disperazione e dell’annichilimento.

 


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