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Parte sacrificale

PARTE SACRIFICALE

a) L’Offertorio

Il Sacrificio è un’oblazione di immolazione: cioè l’offerta (oblazione) fatta a Dio di una cosa che si distrugge (immolazione). Durante la Messa, che è il Sacrificio della Croce, l’offerta del Corpo e del Sangue di Gesù e la loro mistica immolazione, avvengono insieme al momento della Consacrazione. È tuttavia necessario che il Sacerdote e i fedeli uniscano l’offerta di se stessi all’unica offerta gradita a Dio, quella di Gesù. Perciò nel rito della Messa esiste un momento nel quale si esprime l’offerta di Gesù al Padre e quella dei cristiani con lui. Diciamo: “si esprime” perché si realizza solo alla Consacrazione: ma poiché l’uomo ha bisogno di tempo per porre i suoi atti, si è creato un momento specifico di oblazione. Quindi si capisca bene che nell’Offertorio quello che viene offerto è il Corpo e Sangue di Gesù, e NON il Pane e il Vino; è un’anticipazione per dare modo a tutti di unirsi all’Offerta di Gesù.

Passiamo un esame delle varie fasi dell’evoluzione storica dell’Offertorio:

- Nei tempi antichi a Roma il fatto stesso di posare le oblate (cioè le offerte, le specie del pane e del vino che diventeranno Corpo e Sangue) sull’altare era considerato sufficiente per esprimere l’offerta fatta a Dio. L’Offertorio consisteva spesso in una processione durante la quale le oblate erano portate al Celebrante dagli stessi fedeli, che indicavano così il loro desiderio di unirsi al Sacrificio. Esistevano anche offerte di altro genere (offerte per i poveri o per le necessità della Chiesa, prima soprattutto in natura, oggi in denaro): ma erano ben distinte dall’Offerta della materia del Sacrificio. La patena sulla quale stavano i pani dell’offerta era molto grande, quindi una vota deposti i pani sul corporale veniva presa da un accolito con un velo (infatti gi accoliti non potevano toccare i vasi consacrati) e sostenuta finché non servisse di nuovo cioè alla frazione. In seguito tale ufficio passò al suddiacono, che continuò tuttavia ad usare il velo. Oggi il Suddiacono sostiene la patena, anche se piccola, velata davanti agli occhi, quasi a significare che nasconde i sacri misteri ai profani; e la riporta all’altare solo al momento della frazione. L’unica preghiera che il Celebrante recitava a voce alta era l’orazione che oggi è chiamata “Secreta”. I testi di queste antiche orazioni esprimono bene che ciò che è offerto a Dio sono il Corpo e il Sangue di Gesù per la remissione dei peccati. I riti erano e sono accompagnati dall’Offertorio, un brano musicale eseguito dalla Schola, anticamente in forma di responsorio.

- In epoca carolingia (IX secolo) i Franchi adottarono la liturgia romana. Ora era difficile per la mentalità franca compiere i gesti senza accompagnarli con delle formule che li spiegassero. Nascono così le preghiere che il Sacerdote recita a voce bassa durante l’atto dell’offerta. All’inizio esse erano molto varie secondo i luoghi e i tempi, ma tutte esprimevano lo stesso concetto: l’offerta a Dio di un Sacrificio per molteplici intenzioni. Più tardi, e specialmente dopo il Concilio di Trento (1545-1562), vennero imposte delle formule uguali per tutti quelli che hanno il Rito Romano, scelte tra quelle che erano già in uso da almeno cinque secoli. Per la vicinanza di queste formule si cominciò a recitare anche la Secreta a voce bassa, mentre prima era cantata.

Altri riti dell’offertorio

a. Acqua e vino

Nel Calice viene versato del vino dal Diacono e dell’acqua dal Suddiacono. Mentre il Sacerdote benedice l’acqua, recita un’orazione tratta dal Sacramentario Leoniano, che ricorda come l’unione della nostra natura umana alla Divinità nella Persona di Nostro Signore Gesù Cristo. Ma numerosi altri sono i significati e i motivi di questo gesto. Innanzi tutto storicamente è certo che, secondo l’uso antico, Gesù Cristo ha mischiato dell’acqua al vino durante l’ultima cena. Inoltre il Vangelo di San Giovanni dice che dal costato del Cristo morto uscirono Sangue e acqua. In più l’acqua indica l’offerta di se stessi a Dio che acquista valore se unita a quella di Gesù Cristo.

b. L’incensazione

Le oblate sono incensate in modo speciale per allontanare da esse gli spiriti maligni. Il Sacerdote benedice qui l’incenso con una formula specifica, che invoca l’intercessione dell’Angelo che sta alla destra dell’altare dell’incenso (che sarebbe San Gabriele, secondo le parole della Scrittura e l’apparizione a Zaccaria nel Vangelo, ma la formula attuale, per un errore tardivo, nomina San Michele). Con le oblate viene incensato anche l’altare come all’inizio della Messa, poi il Celebrante, il Clero presente, i Ministri e anche i fedeli, per purificarli, onorarli e trasmettere loro le benedizioni che vengono dall’altare.

c. Il lavabo

Per evidenti motivi pratici, dopo la processione e ancor più dopo l’incensazione, è stata introdotta la lavanda delle mani del Celebrante. Questa ha acquistato delle ragioni simboliche, per significare la purificazione dalla macchia del peccato e la purezza d’animo necessaria al Sacerdote. Mentre avviene questo rito il Celebrante recita un estratto del Salmo 25 che dice: “Laverò le mie mani tra gli innocenti…”.

d. Orate fratres

Prima della Secreta, al termine dell’Offertorio, il Celebrante si rivolge tutt’intorno a sé al Clero presente (sono questi i fratres) nel coro, e a mezza voce chiede preghiere perché il sacrificio sia gradito a Dio. Quest’invito appare costantemente fin da tempi abbastanza antichi in tutto l’Occidente (Milano esclusa). Dall’epoca carolingia sono state introdotte le più svariate risposte a tale appello, ma alla fine ha prevalso quella che era in uso in Italia, il nostro “Suscipiat Dominus…”.

b) Il Prefazio

La Secreta termina a voce alta con l’esclamazione: “Per omnia saecula saeculorum”. Segue la parte più solenne della Messa, in cui avviene la Consacrazione. Questa ha come portale d’ingresso il Prefazio, testo poetico e antichissimo il cui tema è sempre incentrato sulla lode e il ringraziamento a Dio. È introdotto da un dialogo in cui il Celebrante saluta i fedeli e li invita ad innalzare i cuori al Signore e a rendergli grazie. Anticamente il Prefazio era visto come la prima parte del Canone, in cui era espresso il principale fine della Messa: l’adorazione e il ringraziamento. Gli antichi Sacramentari raccolgono una grande varietà di formule per le varie feste e periodi dell’anno. Oggi il Rito Romano conserva quindici Prefazi, alcuni dei quali però sono molto recenti. In realtà i Prefazi introducono nella Chiesa tutte le cerimonie solenni, non solo il Canone: vi sono Prefazi all’ordinazione dei Vescovi, dei Sacerdoti, dei Diaconi, alla benedizione delle palme, del crisma, dell’acqua battesimale etc.…
Il Prefazio termina sempre con l’invito ad unire la propria lode di uomini mortali a quella degli spiriti beati del cielo.

c) Il Sanctus

Il testo del Sanctus deriva dal libro di Isaia: gli angeli che appaiono al profeta cantano per tre volte Sanctus in onore delle tre Persone divine. I versetti Hosanna e Benedictus vengono invece dall’episodio evangelico della domenica delle Palme. Sembra che sia entrato nella liturgia verso l’anno 400. Viene cantato all’unisono dalla Schola e dai fedeli mentre il Sacerdote si inoltra nella recita del Canone.

d) Il Canone

La più antica testimonianza del testo del Canone si trova nel libro De Sacramentis di Sant’Ambrogio (fine IV secolo), ma indubbiamentenon lo ha inventato lui: egli lo ha solo tramandato. Alcuni sostengono che Sant’Ambrogio abbia tradotto il testo del Canone dal greco in latino; più probabilmente l’essenziale del testo latino risale ai tempi apostolici. Per lunghi secoli il Canone fu recitato ad alta voce, poi in modo che fosse udito solo dai ministri dell’altare; ma almeno dal IX secolo si recita a voce sommessa. Le ragioni di questa evoluzione si trovano nella preoccupazione di non rendere note ai profani le parole del Canone perché non fossero ripetute. Difatti ancora nel XIX secolo era proibito dalla Santa Sede di tradurre il Canone anche ad uso dei fedeli.
I numerosi segni di croce fatti durante il Canone sulle sante specie non devono (generalmente) essere considerati delle benedizioni, ma dei gesti di designazione. Secondo la mentalità giuridica romana era necessario indicare esattamente le cose che erano nominate: per questo le specie erano toccate o indicate ogni volta che si menzionavano. Nel corso del Medioevo si cominciò a indicare facendo dei segni di croce veri e propri.

a. Preghiere prima della Consacrazione

La Consacrazione o azione sacrificale è preceduta e seguita da delle preghiere di intercessione (che peraltro costituiscono la parte più recente del Canone). Fu sant’Innocenzo I verso il 410 a disporre che coloro per cui si offriva il Sacrificio, che erano elencati in certe tabelle dette dittici, fossero nominati durante il Canone e non nelle parti precedenti della Messa. All’inizio si ricorda che il Santo Sacrificio è offerto in unione con tutta la Chiesa e il Papa, per il Vescovo e tutti i fedeli cattolici. Segue il cosiddetto “Memento” dei vivi. Qui il Sacerdote ricorda coloro che lo hanno richiesto o coloro che lui desidera, e tutti i presenti. Dopo il ricordo della Chiesa militante si fa memoria della Chiesa trionfante: il Sacrificio è offerto in unione e in onore dei Santi del Paradiso: vengono nominati esplicitamente la Madonna, i dodici Apostoli (con san Paolo al posto di Giuda) e dodici martiri tra cui sei Pontefici.
Questa preghiera d’intercessione si conclude, come era iniziata, con una formula di raccomandazione dell’offerta a Dio (Hanc igitur): questa preghiera viene recitata con le mani stese sopra le offerte, gesto che il sommo Sacerdote dell’Antico Testamento faceva sul capro espiatorio per trasferirvi i peccati del popolo.

b. Il Sacrificio in quanto tale

Siamo ora alla parte più antica del Canone. Dopo una preghiera in cui si invoca Dio perché accetti l’offerta e la faccia diventare il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, la Chiesa cessa di usare le sue parole per prendere quelle dell’Evangelista e del Cristo stesso: sono quelle parole del Cristo che producono il Sacramento. Il Canone riprende quindi il racconto dell’ultima cena collocandolo nel tempo: “Il giorno prima di soffrire la passione” e fa ripetere al Sacerdote i gesti di Gesù Cristo; prende il pane, alza gli occhi al cielo, rende grazie e benedice. Ma le parole della Consacrazione sono come staccate e isolate da questo racconto. Sono quelle parole che Gesù Cristo stesso pronuncia ad ogni Messa per bocca dei Sacerdoti: “Questo è il mio Corpo, questo è il calice del mio Sangue…”. Dopo ogni Consacrazione il Sacerdote immediatamente genuflette per adorare, poi innalza le specie consacrate per farle adorare dal popolo; poi genuflette di nuovo. La genuflessione è atto di adorazione derivante dai gesti di origine orientale che si facevano dinanzi ai Sovrani divinizzati (proskynesis): è entrata nella Messa Romana nel Medioevo tramite il cerimoniale papale (che la prevedeva davanti al Pontefice fin da tempi assai antichi) sostituendo gli inchini anticamente previsti davanti alle specie consacrate. L’elevazione dell’ostia si introduce tra l’XI e il XII secolo a causa del desiderio dei fedeli di vedere il Corpo del Signore. Quella del calice subentrò poco più tardi per ragioni di parallelismo, benché non serva far vedere le specie consacrate. Nel frattempo il ministro suona il campanello in segno di onore e per avvertire i fedeli dell’avvenuta consacrazione, e le sante Specie sono incensate in segno di onore.

c. Le preghiere dopo la Consacrazione

Ogni volta che il Sacrificio della Croce si rinnova sull’altare, automaticamente si fa anche memoria della prima volta che Gesù Cristo si è offerto al Padre il Venerdì Santo. Si obbedisce così all’ordine dato da Gesù agli Apostoli nell’Ultima Cena: “Ogni volta che farete questo, lo farete in mia memoria”. Quindi la prima preghiera dopo la Consacrazione (Unde et memores) fa memoria della “Beata Passione” di Gesù (ma anche della Sua Resurrezione e Ascensione) e rinnova l’offerta della Vittima immacolata.
La preghiera seguente (Supra quae) invoca lo sguardo benigno di Dio sulle offerte, ed evoca tre personaggi dell’Antico Testamento, il Sacrificio dei quali fu gradito a Dio e fu figura del Sacrificio di Gesù. Questi tre sono:

- Abele: è il primo di cui si ricorda che offrì dei sacrifici graditi a Dio. Egli fu vittima innocente di suo fratello, così come il Cristo.

- Abramo: il nostro Padre nella Fede (perché credeva nel Messia); era pronto a sacrificare il suo unico figlio, Isacco, che si offrì volontariamente egli stesso portando il legno del suo sacrificio sul monte.

- Melchisedech: è l’immagine più perfetta del sacerdozio di Gesù Cristo. Questo personaggio, senza genealogia come il Cristo nella Sua natura divina, è re di Salem (cioè di pace; Salem è Gerusalemme); il suo nome significa “re di giustizia”. Offre a Dio pane e vino, che il Cristo sceglierà poi come materia dell’Eucarestia.
Il Sacerdote si inchina poi sull’altare e supplica che il Sacrificio sia portato davanti alla tremenda maestà di Dio sul Suo sublime altare dalle mani del Suo Santo Angelo, affinché scenda sui presenti la grazia e la benedizione del cielo. L’altare cui partecipano quelli che comunicheranno è identificato così all’altare che secondo il libro dell’Apocalisse si trova davanti al trono di Dio, sul quale sta l’Agnello perennemente immolato. L’Angelo fu da alcuni identificato con lo Spirito Santo o Nostro Signore stesso (“Angelo” sarebbe quindi inteso nel senso di messaggero, inviato): ma queste opinioni sono senza fondamento e si deve piuttosto pensare all’Angelo che sta presso l’altare, quindi all’Arcangelo Gabriele.
A questo punto la preghiera del Canone è “interrotta” da un’inserzione più recente: il memento dei morti, che fa da parallelo a quello dei vivi all’inizio del Canone. I vivi sono citati prima perché possono unirsi al Sacrificio che si sta per compiere, i morti dopo perché ricevono i frutti del Sacrificio già compiuto; si chiede per loro il luogo del refrigerio e della pace. La preghiera è conclusa da “per Cristo Nostro Signore” accompagnata da un inchino che vorrebbe ricordare l’inclinazione del capo di Nostro Signore al momento della Sua morte.
Nella seguente preghiera (Nobis quoque) il Sacerdote riconosce di essere peccatore e chiede anche per sé e per i presenti di aver parte con i Santi del paradiso che vengono elencati. Vengono particolarmente ricordati san Giovanni il Battista (primo di questa lista come la Madonna è prima dell’altra lista), santo Stefano il Protomartire e una serie di Santi e Sante martiri.
Il Canone termina invocando l’intercessione di Nostro Signore per mezzo del quale tutte le cose sono santificate (dicendo queste parole il Sacerdote fa dei segni di croce perché anticamente a questo punto venivano benedetti l’olio e altri doni dei fedeli – ancor oggi a questo punto della Messa il Giovedì Santo il Vescovo benedice l’Olio degli infermi). Il tutto è concluso da una grande dossologia durante la quale il Sacerdote solleva l’Ostia (anticamente era questa l’unica elevazione), esprimendo il fine ultimo del Sacrificio: la gloria eterna della Trinità tramite l’Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo. Cinque segni di croce sono fatti con l’Ostia, tre sul calice e due tra il Sacerdote e il calice, ultimo resto degli svariati gesti di elevazione e benedizione, anche verso i vari punti cardinali, che durante questa dossologia si facevano nel corso dei secoli.
Fino ai tempi di San Gregorio Magno (e ancora oggi in rito Ambrosiano) a questo punto aveva luogo la frazione dell’Ostia, che faceva parte del Canone.

e) Il Pater noster

La Chiesa ha inserito, certamente per antichissima tradizione, la preghiera del Signore in prossimità della Comunione. In tutti i riti il Pater noster segue la frazione, solo nel Rito Romano la precede per volontà personale di san Gregorio, che considerava il Pater una parte del Canone e non della preparazione alla Comunione. Questo Santo Papa ha detto che il Pater noster è una preghiera sacerdotale: ecco perché viene recitata o cantata dal solo Celebrante. Sant’Ambrogio spiega che è una lode per Dio il farsi chiamare Padre. La preghiera è preceduta da un’esortazione che ricorda il precetto di Gesù che ci permette di “osare” di chiamare Dio con il nome di Padre.

f) L’embolismo e la frazione

Il Pater noster è seguito da una preghiera oggi recitata sottovoce, detta embolismo, che ne amplifica il contenuto, chiedendo a Dio di liberarci dai mali passati (le pene e le colpe dei peccati commessi), presenti e futuri (le tentazioni, i mali esterni). Si invoca l’intercessione della Madonna, di san Pietro e di san Paolo, oltre che di sant’Andrea aggiunto da San Gregorio per devozione personale. Durante la conclusione di questa preghiera avviene la frazione dell’Ostia. Anticamente la frazione era durante l’Agnus Dei,ma fu anticipata per far coincidere la commistione con il saluto “Pax Domini…”. Infatti la riunione nel calice dell’elemento solido e dell’elemento liquido indica la Resurrezione di Gesù, quando il Suo Corpo e il Suo Sangue si unirono di nuovo; ecco perché si saluta con l’augurio di pace tipico del Risorto.

g) Agnus Dei e pace

Il canto dell’Agnus Dei, come si è detto, accompagnava anticamente la frazione. Formula di origine greca, fu introdotta a Roma da Papa Sergio I (+ 701).
Poiché bisognava spezzare i pani consacrati per tutti i fedeli, l’operazione richiedeva un certo tempo: perciò si cantava l’Agnus Deiripetendolo fino alla fine della frazione, mentre il popolo rispondeva “miserere nobis”. Più tardi quando cominciò l’uso delle particole e la frazione divenne simbolica, si limitò il numero delle ripetizioni a tre; molto più tardi si modificò l’ultimo in “dona nobis pacem” per la prossimità del bacio di pace. Questa invocazione riprende le parole con le quali san Giovanni Battista ha indicato il Messia.
A questo punto alla Messa solenne viene data la pace. Il Sacerdote, dopo aver recitato la prima orazione di preparazione alla Comunione, bacia l’altare, che è la fonte della pace fra cielo e terra, frutto del Sacrificio, e con un abbraccio rituale, dà il bacio di pace al diacono, che la trasmette al suddiacono, il quale la trasmette agli altri membri del clero.
È uno dei riti più antichi della Messa, e un tempo la pace veniva trasmessa anche ai fedeli; poi, per ragioni di decenza, la pace si trasmise ai fedeli con uno strumento, cioè si dava da baciare una tavoletta con un’immagine sacra, cosa che si fa ancora in alcune circostanze.

h) Riti di Comunione

Recitate le preghiere preparatorie che sono di origine medioevale, e il “Domine non sum dignus” per tre volte, il Sacerdote fa la Comunione sotto le due specie. Il Papa, secondo gli usi antichi, dà una parte dell’Ostia al diacono e una al suddiacono; ugualmente, dopo aver comunicato al Preziosissimo Sangue tramite la fistula (una cannuccia d’oro), ne lascia una parte ai medesimi ministri. Se si deve dare la Comunione al clero e/o ai fedeli, il diacono recita il Confiteor per disporsi con la contrizione a ricevere l’Eucarestia. Poi il Sacerdote dice la frase del Battista: “Ecce Agnus Dei…”. Anticamente tutti comunicavano sotto le due specie e il diacono seguiva il Sacerdote e distribuiva il Preziosissimo Sangue. Almeno dal XIII secolo, dato il pericolo di profanazione e il rarefarsi della Comunione dei fedeli, in Occidente scompare gradualmente la Comunione sotto la specie del vino. In Oriente tale pratica è ancora in uso. Nel distribuire la Comunione il Sacerdote pronuncia: “Il Corpo di Nostro Signore Gesù Cristo custodisca la tua anima per la vita eterna. Amen”, formula relativamente recente. Sant’Ambrogio invece diceva: “Corpus Christi”, cui il fedele rispondeva: “Amen”, in segno di professione di fede nella presenza reale. Una tovaglietta dovrebbe essere tesa dagli accoliti sotto il mento dei comunicandi, ma oggi è spesso sostituita dal piattino.

i) Abluzioni e postcomunioni

Il Sacerdote purifica prima il calice e le labbra con del vino (che viene versato dal Suddiacono alla Messa Solenne); poi si purifica le dita con dell’acqua temperata da vino. Anticamente questa seconda abluzione non era bevuta ma veniva gettata nel sacrario; dal XV sec. circa si è cominciato a berla e si è quindi aggiunto il vino per addolcire la crudezza dell’acqua presa a digiuno.
Durante queste abluzioni si recitano due preghiere di origine medievale che impetrano una degna e santa ricezione della Comunione.
Dopo aver purificato e ricomposto il calice, che il Suddiacono riporta alla credenza, il Sacerdote saluta i fedeli con il “Dominus vobiscum” e recita la/le postcomunione/i, orazioni che supplicano Dio di far fruttificare i doni ricevuti nella Comunione e nel Sacrificio, Poi il Sacerdote saluta di nuovo e viene il momento del congedo. Il Diacono rinvia i fedeli con la formula “Ite missa est”: “andate, è il congedo”. Da questa formula viene il termine “messa”: per indicare tutto il rito che si è appena concluso. In altri riti sono in uso altre formule di congedo, questa essendo tipicamente romana. Nelle Messe senza Gloria è sostituita dal “Benedicamus Domino” (e nelle Messe da morto da “Requiescant in pace”). I fedeli rispondono “Deo gratias” per esprimere riconoscenza a Dio per i benefici ricevuti.
A questo punto il Sacerdote recita una preghiera di origine medievale alla Trinità, il “Placeat”, in cui, a guisa di conclusione, egli supplica Dio che il sacrificio Gli sia gradito tanto per se stesso quanto per coloro per i quali lo ha offerto.

l) Benedizione e ultimo vangelo

Anticamente la Messa finiva con l’“Ite Missa est”, che poteva essere preceduto da un’orazione detta “Super populum”, che serviva ad invocare le benedizioni del cielo sull’insieme dei fedeli che stavano per essere congedati (oggi quest’ orazione è sopravvissuta nelle ferie di Quaresima). Verso l’VIII-IX secolo i Vescovi presero a benedire il clero dopo essere rientrati in Sacrestia, usanza che presto si spostò all’altare in modo da benedire anche il popolo. Lo scopo è quello di confermare nelle anime i frutti del santo Sacrificio.
Rapidamente anche i Sacerdoti vollero fare altrettanto, e nacque il rito della benedizione finale. Il gesto della benedizione in modo di croce fu fatto per la prima volta da Nostro Signore mentre saliva al cielo. I Vescovi benedicono facendo tre segni di croce nelle tre direzioni davanti a loro.
L’ultimo Vangelo, che poi è l’inizio del Vangelo di san Giovanni, è entrato tardivamente nella Messa, verso il XIII-XIV secolo. Veniva recitato per benedire i malati, poiché si attribuivano ad esso proprietà taumaturgiche (e ancora oggi il Rituale ne prevede la lettura alla benedizione dei fanciulli malati). Si cominciò a recitarlo per ringraziamento, rientrando in sacrestia, come ancora avviene alla Messa Pontificale. Poiché il popolo lo voleva sentire, e molti chiedevano che fosse recitato al termine delle Messe che facevano celebrare, l’usanza divenne a poco a poco universale. Il testo ricorda l’eternità del Verbo e dell’Incarnazione.
Nelle Messe lette che non hanno particolare solennità il sacerdote, prima di lasciare l’altare, recita in ginocchio tre Ave Maria, la Salve Regina e due orazioni, una per ottenere la libertà della Chiesa e l’altra di esorcismo rivolta a san Michele, ordinate da Leone XIII (ma in parte già prima da Pio IX per gli Stati della Chiesa) per far fronte ai mali dell’epoca presente. San Pio X ha aggiunto la triplice invocazioneCor Jesu sacratissimum, miserere nobis. 

 

Don Mauro Tranquillo (sanpiox.it) 

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