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Nouvelle Theologie; una nuova veste dell'eresia modernista

La reazione a tutto campo di Pio X disperse il primo assalto modernista, donanDo alla cattolicità due decenni di quiete.

Ma sotto la cenere, il fuoco covava e nel secondo quarto di secolo, a metà degli anni ’30, l’eresia spiritualista antiromana si affacciò nuovamente alla ribalta, in forma più velata e con minor astiosità rivoluzionaria. Il movimento sorto in Francia è noto con il nome di come Nouvelle Théologie (NT), denominazione adoperata una prima volta in un articolo de L’Osservatore Romano del 1942.

In essa spiccano elementi di grandi personalità e di profonda cultura (tra i suoi esponenti principali troviamo alcuni futuri cardinali: Congar, de Lubac e Daniélou), ognuno dei quali ha portato i suoi contributi specifici. La comprensione del fenomeno richiede quindi un primo esame delle peculiari tesi degli animatori del movimento rimandando ad un secondo articolo la critica alle loro proposizioni, compresa la condanna papale di Pio XII.

L’arco di tempo del fenomeno NT si estende negli anni 1935-1950, nel corso dei quali sono riconoscibili due periodi.

Primo periodo

Il primo periodo vide come protagonisti due domenicani, Marie-Dominique Chenu (articolo Position de la théologie, 1935) e Louis Charlier (Essai sur le problème théologique, 1938), i quali chiedevano un ripensamento della teologia alla luce non solo della fede ma anche della scienza storiografica.

La messa all’indice nel 1942 dei loro due scritti (cui i due padri si sottomisero) segnò la fine del primo periodo.

Padre Chenu (1895 –1990) dal 1932 dirigeva la scuola-convento Le Saulchoir (Il Saliceto), situata in Belgio, a pochi chilometri dalla frontiera francese. Il convento fungeva da sede della provincia domenicana di Francia sin dal 1904 (in concomitanza con leggi anticattoliche della Terza Repubblica), funzione che mantenne fino al 1939.

Chenu criticava come aridamente razionalistico il modo speculativo di intendere la teologia sviluppato con la Scolastica nel sec. XI e fino ad allora unico metodo accreditato. La teologia speculativa, sorta nei primi secoli per rispondere alle domande della ragione e agli attacchi degli eretici, parte dal dato rivelato (considerato come un qualcosa che c’è già, proveniente da una sovra scienza, non modificabile, eterno) e lo approfondisce con un metodo basato su principi razionali che portano, tramite dimostrazioni, a conclusioni logiche virtualmente già contenute nei principi. A Chenu tale approccio sembrava una speculazione fine a se stessa che sottraeva il dato rivelato all’indagine dalla scienza teologica, e un’operazione distaccata dalla Rivelazione e dalla vita concreta che toglieva alla Divinità il senso di mistero e di trascendenza.

Per questo si batté per un secondo modo di intendere la teologia, il quale era sorto nel sec. XVI per rispondere alle critiche protestanti: la teologia positiva. Con tale metodo il dato rivelato (testi della Bibbia ed enunciati del magistero) è considerato un elemento oggettivo da sottoporre all’esame storico coi metodi delle scienze positive e, al contempo, un simbolo da collegare ai suoi contesti linguistici e sociali, in modo da evincerne il nucleo spirituale, o meglio la parte ancor valida per l’uomo moderno. Nella teologia positiva l'analisi della Scrittura, della rivelazione e della tradizione prevale sulla pura elaborazione logico-intellettuale e il dato fa aggio sulla ragione concettuale-argomentativa.

Chenu presentò una sua teologia della rivelazione come il superamento dialettico delle manchevolezze del modernismo (connotato da agnosticismo storicista) e di quelle opposte della teologia Scolastica (intellettualistica, slegata dal soprannaturale).

La legge dell’Incarnazione con il suo mistero teandrico implica, per Chenu, il definitivo ingresso del soprannaturale nel regno naturale, lo svelamento progressivo e processuale del Mistero e l’intensificarsi dell’amorosa comunione del credente con l’Ineffabile. Con due conseguenze:

L’indicibilità rende il Mistero non afferrabile con dei concetti, né tantomeno riducibile ad un insieme di credenda, di verità a poco a poco svelate e scoperte;

Il carattere dinamico della rivelazione giustifica l’evoluzione dottrinale (di tipo metalogico, contemplativo). Ne consegue anche un nuovo concetto di tradizione. Non un deposito statico di loci, non la conservazione di dottrine e di risultati da essa ricavati, ma la Presenza dello Spirito nel corpo sociale della Chiesa. A questo punto Chenu si rende conto che il magma subcosciente che egli ha posto come centro propulsore della rivelazione (un magma di chiara matrice hegeliana) mina alla radice la fondazione di una qualsiasi Chiesa, per cui, con un atto contradditorio rispetto ai suoi principi, si vede costretto a porre il Magistero come lo strumento infallibile che ratifica la (relativa ed evolutiva) verità teologica.

In ecclesiologia Chenu è noto per aver auspicato il superamento della "cristianità costantiniana" e per aver criticato la Chiesa barocco-tridentina. Egli accusava la Chiesa della Controriforma di essere strutturata in forma gerarchico-piramidale e di aver eccessivamente enfatizzato i sacramenti, dando maggior importanza alle condizioni di validità e alla loro efficacia ex opere operato, a scapito dell’aspetto comunitario e dell’incontro salvifico col Mistero da essi veicolato. Come soluzione egli teorizzava: “la Chiesa può e deve riconoscere la relatività della sua espressione storica”, deve cioè adeguarsi ai "segni dei tempi" (spericolato sintagma di derivazione pietista che, a seguito delle sue pressioni, fu introdotto nella Gaudium et spes).

Dopo la messa all’indice del suo libro, Chenu operò in appoggio al movimento dei preti operai, in questo seguito dal suo collaboratore Yves Congar (1904 – 1995). Il neoteologo, al pari di Chenu, ostentava disprezzo verso la forma attuale della Chiesa e avversione contro il Concilio tridentino. La Chiesa Romana, condannando le eresie, avrebbe colpevolmente soffocato anche le istanze positive in esse contenute; del modernismo, ad esempio, occorreva salvare l’esigenza di non separare il dogma dalla storia.

Astuto tattico, Congar sosteneva che la NT non doveva diventare un sistema intellettuale, una scuola di pensiero, quasi una setta; doveva invece rimanere dentro la Chiesa per riformarla dall’interno.

Il belga Louis Charlier (1898 – 1981), docente a Lovanio, pur protestando la sua fedeltà a San Tommaso d’Aquino (a differenzia dei modernisti che disprezzavano in toto la filosofia e la teologia Scolastica), rifiutava decisamente le elaborazioni dei discepoli dell’Aquinate, specie cinque e seicenteschi, ponendosi come portabandiera dell’anti-Scolastica.

Con Chenu, Charlier si fece così paladino di una Scolastica rifondata tramite un ritorno alle opere dell’Aquinate (ressourcement tomistico) con l’intento di far emergere un San Tommaso ancora da scoprire, teologo del Mistero e della rivelazione progrediente nel tempo, andando oltre la sua filosofia premoderna che subordinava la ragione alla Rivelazione. Conseguentemente, Charlier riteneva necessario situare la teologia positiva allo stesso livello della teologia speculativa.

Peculiare a dir poco il suo concetto di rivelazione:

la rivelazione è una testimonianza di Dio su Se stesso, con la quale Dio non si limita a portare conoscenza su di Sé, ma offre la propria realtà divina come oggetto di percezione amorosa ed intuitiva. Con la fede noi attingiamo la stessa res divina. Oggetto della rivelazione non sono quindi un numero di verità metafisiche su Dio, dateci allo scopo di ricavarne conclusioni. La rivelazione consiste in un dialogo tra Dio e l'uomo, un’esperienza interiore, intuitiva ed ineffabile. Trattasi di un fenomeno sperimentabile da qualunque uomo di qualsiasi religione attraverso il quale la natura divina arriva a noi. Quello che si rivela è il Cristo totale, e con lui, la Trinità, che si sviluppa nella Chiesa e nella Storia. La rivelazione continua in virtù del fatto che il Cristo è ancora oggi e sempre una sorgente della conoscenza della fede;

il dato rivelato ha carattere reale e costituisce con il dogma la sorgente della nostra conoscenza. Il dogma, al pari della rivelazione, ha un carattere storico e si sviluppa continuamente, anche dopo l’età apostolica. Il progresso del dogma deriva principalmente dallo svilupparsi della realtà divina nella Chiesa: è dunque un mistero le cui cause sono soprannaturali e la cui logica diviene chiara quando Dio prende parte al procedere del pensiero umano. L’evoluzione del dogma deve seguire la percezione dinamica del dato rivelato e il progresso della conoscenza nella Chiesa; essa consiste nel fatto che il magistero prende atto del nuovo livello di coscienza raggiunto dai credenti e lo ratifica e verbalizza con delle formule. I fondamenti della rivelazione non stanno dunque entro le fonti, bensì riposano sul Magistero, unico interprete legittimo dell’insegnamento contenuto nelle fonti. Il dogma è una formulazione della conoscenza acquisita in un certo momento storico, il cui valore è legato ai tempi.

Secondo periodo

Nel secondo periodo sono i gesuiti di Lione a riaccendere la fiaccola, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, con Henri de Lubac e Jean Daniélou. Caratteristica di questo secondo periodo è la richiesta di rifondare la teologia tramite il ritorno alle fonti della Rivelazione e della liturgia attraverso la riscoperta non solo dei testi biblici, ma anche degli scritti dei Padri della Chiesa.

de Lubac (1896 – 1991), professore di teologia fondamentale nello studentato teologico di Lione, diventò il principale esponente della seconda ondata della Nouvelle Théologie, il cui inizio ad extra coincide proprio con la pubblicazione del suo saggio Surnaturel nel 1946. Da quel testo si evince un nesso intrinseco tra i due ordini naturale e soprannaturale, fino a rendere indistinguibile l’uno dall’altro: secondo de Lubac l'uomo ha una vocazione soprannaturale, il soprannaturale è un’esigenza ineludibile della natura, il polo verso cui essa è intrinsecamente orientata. È la premessa per ribadire le tesi moderniste secondo cui l' oggetto della rivelazione è la res divina, e non un insieme di verità su di essa, e la via per conoscerla non è concettuale ma esperienziale.

Sue sono le due tesi centrali di questa nuova fase della Nouvelle Théologie: il ritorno alle fonti, che non deve essere limitato a San Tommaso o alla Scrittura (ressourcement globale) e la connotazione pancristica della via personalistica.

Il ritorno alle fonti ha in de Lubac un’importanza primaria: prevale nettamente rispetto all’esigenza di armonizzare la fede con la cultura moderna (altro punto della NT). Ciò che preme al teologo di Cambrai è riportare alla luce il patrimonio vitale dei Padri latini e greci.

Quanto alla rivelazione, egli riecheggia il Cristo totale di Charlier: “Il Cristo è nel contempo il mistero e la rivelazione del mistero, il tutto della rivelazione ed il tutto del dogma”. E questo tutto non può essere pienamente compreso partendo dalle formule dottrinali. “In Gesù Cristo, tutto ci è stato dato e rivelato, in una sola volta [...]; conseguentemente, tutte le spiegazioni ulteriori non sono che piccole monete di un tesoro già posseduto come un tutto. Tutto già era compreso in modo reale ed attuale in un stato superiore di conoscenza, e non solamente contenuto nei principi e premesse” (Henri de Lubac, Le problème du développement du dogme, in Bulletin de Théologie, 1948).

Il confratello René Latourelle evidenzia come per p. de Lubac la rivelazione del mistero di Cristo sia l'oggetto di una apprensione globale, intuitiva, viva: stato superiore di conoscenza "reale ed attuante" che precontiene il dogma e il suo sviluppo posteriore [...]. Lo sviluppo dogmatico si dovrebbe intendere come un cambio di registro: dalla intuizione verso la concettualizzazione. La percezione iniziale, ancora globale, si va dettagliando in verità particolari ed in formule ogni volta più precise; sempre, però, riferendosi alla verità normativa dello stesso Mistero che è percepito come un tipo superiore di conoscenza dogmatica”.

In tema di eucaristia, de Lubac sottolinea la dimensione comunitaria del Sacro Banchetto, un modo per venire incontro alle concezioni di Calvino, per il quale è la fede dei partecipanti a rendere presente per companazione Cristo nell’ostia.

Daniélou (1905 –1974), formatosi alla scuola di de Lubac, divenne in seguito docente all'Institut Catholique di Parigi. Nel 1972 fu eletto accademico di Francia.

Il suo articolo del 1946, Les orientations présentes de la pensée religieuse contribuì a dar fuoco alle polveri per la seconda ondata della Nouvelle Théologie. In esso Daniélou, nel mentre dichiarava superato l’agnosticismo e il razionalismo critico applicato all’esegesi da parte dei modernisti, riportava alla ribalta come ancora attuale il problema da loro posto, vale a dire la frattura creatasi tra teologia e vita.

In quello scritto egli accusava la Scolastica di essere ormai “estranea alla categorie contemporanee”, impantanata nel mondo immobile del pensiero greco. In un mondo esistenzialista, essa rimaneva essenzialista e oggettivista, dimentica della soggettività umana, indurita in categorie incapaci di offrire un nutrimento spirituale e dottrinale adatto alla vita quotidiana. Era, insomma, teologia pietrificata, pura speculazione teoretica, separata dall’azione e non coinvolta nella vita, che aveva ormai fatto il suo tempo. Daniélou motiva il suo rifiuto del tomismo con due ragioni di fondo: è un sistema in cui non v’è spazio per la dimensione storica ed in cui ordine naturale e soprannaturale sono nettamente disgiunti.

Sulla base di queste critiche, ritenendo ormai “arrivato il momento di riparare la rottura che si era prodotta tra la teologia e la vita” Daniélou indicò in tre punti il cammino da percorrere:

ritorno alle fonti bibliche, patristiche ed anche liturgiche: la teologia trarrebbe giovamento esaminandole con gli strumenti della scienza biblica, (ri)dando il primato alla parola, più che all’efficacia operativa dei sacramenti;

dialogo con lo spirito moderno, reso necessario dal fatto che i concetti di tempo e spazio sono stati ridefiniti dalla scienza e dalla storia. In concreto si doveva stabilire un raccordo con il marxismo (per il suo acuto senso della storicità) e con l’esistenzialismo (per la sua attenzione alla vita soggettiva, applicata anche alla sfera divina: Dio come persona e non dio-Oggetto);

zelo apostolico nella vita cristiana, sia individuale che sociale.

Daniélou aveva un concetto alquanto latitudinario di rivelazione. “L'epifania suprema di Dio in Cristo non annienta le sue epifanie nelle culture e nella rivelazione cosmica, a tutti disponibile, ma le esalta inverandole nel grande disegno trascendente... Cristo è la chiave di volta dell'architettura della storia, ma questa funzione si compie non per sottrazione o decadenza dei materiali estrinseci, ma nel loro coinvolgimento, sia che essi provengano dalla storia e dalla cultura "laica", sia che sorgano dai cantieri delle altre grandi religioni” (card. Gianfranco Ravasi, Il Sole 24 Ore, 11 marzo 2012). Egli credeva nell’evoluzione progressiva del dogma grazie anche all’inculturazione della fede in Asia e in Africa.

Non manca in Danielou il tentativo di agganciare più strettamente il cristianesimo all’ebraismo. Nel suo Saggio sul Mistero della Storia, egli pretende di dimostrare il debito della Chiesa verso la Sinagoga, stante il fatto che il nucleo della fede originaria, prima di venir contaminato dai concetti filosofici greci, sarebbe stato completamente e puramente ebraico.

Per andare al nocciolo della questione, gli esponenti della NT si ingegnarono di ripresentare, accanto a nuove teorie, alcune delle tesi moderniste, facendole passare per nuove, evitando però qualsiasi riferimento al precedente movimento ereticale, ormai condannato, screditato e apparentemente dissolto. Con questo stratagemma non evitarono la condanna di Pio XII, ma riuscirono (grazie anche alla loro personalità e cultura) ad ottenere la simpatia di presuli che di lì a poco occuperanno i vertici della Chiesa Cattolica. Dobbiamo constatare che questo secondo assalto del modernismo è stato coronato infine con un indubbio successo, tanto che la Nouvelle Théologie si è insediata nel Tempio, diventando la teologia più accreditata presso i pastori, nei seminari e nelle parrocchie.

(07/09/13 Fine terza parte - Continua)

Oreste Sartore

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