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La Messa di sempre


Alcune cose della vita sono talmente meravigliose da non poter essere dimenticate, come, per esempio, l’amore di una madre: per questo motivo custodiamo gelosamente la sua fotografia. La più grande benedizione che abbia mai toccato questa terra, però, è la venuta del Figlio di Dio, uomo nella forma e nell’aspetto. La sua vita, tra tutte le vite, è troppo bella per essere dimenticata, e per questo riviviamo la natura divina della sua parola nelle Sacre Scritture e la pietà delle sue azioni nella nostra condotta quotidiana. Sfortunatamente il ricordo di alcuni si limita a queste cose: le sue parole e i suoi atti; per quanto siano importanti, però, non rappresentano gli elementi fondamentali dell’esistenza del divino Salvatore. L’atto più sublime della storia di Cristo fu la sua morte. Questa è sempre importante perché suggella un destino; ogni uomo che muore costituisce una scena e ogni scena di morte è un luogo sacro. Tra tutte le morti che possiamo riportare alla memoria, nessuna fu più importante di quella di Cristo: ogni altra persona è venuta al mondo con lo scopo di vivere, ma nostro Signore è nato per morire. Egli stesso ci disse di essere venuto “per dare la propria vita in riscatto di molti” e, poiché nessuno poteva privarlo della sua vita, si sarebbe sacrificato.

Dal momento che la morte è stata l’atto supremo, lo scopo dell’esistenza di Cristo, essa è anche quanto di più importante egli voleva che fosse ricordato. Cristo non ha preteso che gli uomini ricordassero le sue parole nella Scrittura, non ha chiesto che venisse ricordata la sua bontà verso i poveri, ma ha voluto che gli uomini rammentassero la sua morte. Così, affinchè questa non venisse tramandata attraverso una semplice narrazione scritta da uomini, istituì la precisa ritualità della sua rievocazione.

Il memoriale fu istituito durante la sera che precedette la sua morte, in quella che viene chiamata “l’ultima cena”. Prendendo il pane nelle sue mani disse: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi” riferendosi ad un sacrificio che lo avrebbe portato alla morte. Disse poi, di fronte al calice del vino: “Questo è il mio sangue della nuova ed eterna alleanza, che sarà versato (per voi e ) per molti in remissione dei peccati”. Così con un’immagine incruenta della divisione del sangue dal corpo, attraverso la consacrazione separata di pane e vino, Cristo offrì il suo stesso sacrificio agli occhi di Dio e degli uomini, e raffigurò la sua morte che sarebbe avvenuta alle ore tre del pomeriggio seguente. Diede il divino comando alla Chiesa: “Fate questo in memoria di me”. Nel giorno seguente, che aveva anticipato e mostrato, egli trovò la sua completa realizzazione quando venne crocifisso tra due ladroni e il suo sangue sgorgò dal suo corpo per la redenzione del mondo.

La Chiesa che Cristo ha fondato, non solo ha conservato le parole che egli pronunciò e i miracoli che egli compì, ma ha anche preso sul serio la sua frase: “Fate questo in memoria di me”.

L’atto con cui diamo nuovamente vita al suo sacrificio sulla croce è il sacrificio della messa nel quale ripetiamo, come in un rito commemorativo, ciò che egli fece nell’ultima cena prefigurando la sua Passione. Per questo motivo la messa è per noi l’atto supremo della religione cristiana.

 

Mons. Fulton J. Sheen (1895-1979) 

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