S. Placido e compagni martiri
Tertullo, uno dei più illustri signori di Roma, ebbe quattro figli: Placido, Eutichio, Vittorino e Flavia. Tertullo era molto ricco e potente, ma anche estremamente religioso e devoto: egli voleva che il suo primogenito crescesse e fosse istruito nelle virtù e nel santo Timor di Dio, così, avendo udito delle opere meravigliose di san Benedetto da Norcia, decise di affidargli Placido all’età di sette anni, perché lo istruisse e lo prendesse come discepolo.
Sotto la guida di un simile maestro, Placido cominciò subito ad avanzare nella virtù, avendo sin da piccolo un temperamento docile e caritatevole. A poco a poco, Placido si dimostrò obbediente, umile, modesto, amante del digiuno, dell’astinenza e delle veglie notturne. San Benedetto lo amava teneramente per le sue rare e preziose doti, e anche perché in breve tempo Placido crebbe moltissimo nella perfezione religiosa.
Accadde che un giorno Placido, mandato da san Benedetto a prendere l’acqua in un lago vicino, scivolò nelle acque profonde e le correnti lo trascinarono distante dalla riva. San Benedetto, nella sua cella, avvertito che qualcosa era accaduto a Placido, chiamò subito Mauro, altro suo devoto discepolo, e gli comandò di soccorrere immediatamente Placido, caduto nel lago. Mauro accorse e, senza riflettere sul pericolo ma spinto solo dall’obbedienza, entrò nel lago miracolosamente camminando sulle acque e, preso Placido, lo riportò sulla riva sano e salvo.
Il padre di Placido, Tertullo, appena seppe che san Benedetto si dirigeva a monte Cassino per fondarvi un monastero, gli donò alcune terre che egli possedeva nei dintorni; inoltre gli fece una donazione di diciotto villaggi che teneva in Sicilia con tutte le ragioni, i titoli e le preminenze. Mentre san Benedetto, insieme a Placido, distruggeva gli idoli che erano adorati su quel monte e stabiliva la vera fede e l’ordine dei monaci, in Sicilia si sollevarono alcuni gruppi di persone che mormoravano a causa della generosa donazione che Tertullo aveva fatto a beneficio del Santo. Così, si diresse Placido per quietare le dicerie e i malcontenti e per prendere possesso dei beni lasciati dal padre in qualità di primogenito. Aveva ventun anni Placido quando, per obbedire al suo maestro, si diresse in Sicilia assieme a Giordano e Donato, nell’anno 536.
In quelle città siciliane, la santità di Placido divenne manifesta a tutti: operò diversi miracoli; restituì la vista ai ciechi con un segno di croce; fece parlare i muti; cacciò i demoni dagli ossessi; ridonò la vita ad un fanciullo appena morto; numerosi infermi riacquistarono la salute grazie alle sue preghiere, eccetera. Così, tutta la Sicilia cominciò a rispettarlo con devozione, arrivando a chiamarlo “angelo del Signore”.
Si fermò a Messina, dove rifiutò di alloggiare da Messalino, grande amico di suo padre e ricchissimo proprietario terriero, dicendo che i religiosi non devono mischiarsi con i secolari, essendo la condotta degli uni e degli altri tutta diversa. Così, fondò un monastero vicino al porto di Messina, e fece costruire in quattro anni una chiesa che dedicò a san Giovanni Battista. Le azioni e le parole di san Placido suscitarono molte vocazioni: ogni cosa che diceva, unita alla forza dei miracoli, penetrava il cuore di chi lo udiva e così molti abbandonarono il mondo per entrare in monastero.
San Placido pregava incessantemente, accompagnando le lacrime alla sua orazione e ad un rigoroso digiuno che rompeva ogni tanto con pane e acqua. Nemico della sua carne, nonostante delicata e debole, egli la ricopriva con un aspro cilicio; riposava poco, e sempre sopra una seggiola dura, appoggiando la testa al muro. Tanto aspro e severo era con sé stesso, tanto dolce e affabile era con gli altri. Amava il silenzio, e lo rompeva solo per pregare, per predicare, per consolare i suoi religiosi, per soccorrere i poveri e per qualche necessità che imponeva la carità.
Tanta era la fama di san Placido, che già si vociferava che la sorte di Cassino non fosse da meno di quella di Messina, essendosi trasferito lo spirito di san Benedetto integralmente nell’animo di san Placido.
Giunta la fama di san Placido fino a Roma, i suoi due fratelli Eutichio e Vittorino e sua sorella Flavia partirono per la Sicilia per aver la consolazione di rivederlo dopo così tanto tempo. Gli esempi e le parole di san Placido, l’allegrezza con cui si ritrovarono insieme e la dolce e santa conversazione che ebbero, fecero tanta impressione ai fratelli e alla sorella, che si decisero tutti di abbandonare il mondo per entrare nel convento insieme al fratello. La divina Provvidenza però dispose altrimenti, volendo coronare il loro desiderio con la palma del martirio.
Il famoso, crudele e superstizioso pirata Manuca arrivò in Sicilia proprio nel porto di Messina, dove si trovava poco distante il convento di san Placido. Manuca e i suoi pirati entrarono nel monastero e, pieni d’ira, catturarono san Placido con tutti i suoi monaci, e assieme ad essi i due fratelli e la sorella. Poi, incatenati, li chiamarono ad uno ad uno alla presenza del barbaro Manuca; il primo fu Donato, compagno di san Placido. Interrogato se fosse cristiano, rispose risoluto di essere cristiano e religioso, servo del Dio vivente, e così con un colpo di scimitarra gli spaccarono la testa. Quindi, chiamati gli altri, Manuca li minacciò di farli morire allo stesso modo se non avessero sacrificato agli dèi. Tutti animati dalle sante parole di san Placido, protestarono di essere fieri cristiani e, alla vista del corpo del compagno, aumentava in loro il desiderio di incontrare la stessa sua sorte, tanta era la gioia di sapere che Donato era stato il primo fra tutti a ottenere la gloria celeste con il martirio.
Una simile risposta aizzò la collera del perfido pirata che li fece tutti frustare e rinchiudere in un luogo buio senza cibo né acqua per sette giorni. Tutti pregarono insieme a san Placido unitamente, con lo stesso cuore e le stesse intenzioni: i fratelli e la sorella, anziché lamentarsi della crudele sorte avvenuta, si rallegravano dicendo che una maggior felicità non sarebbe potuta accadere, quanto l’esser fatti degni di dare il loro sangue per Cristo.
Volevano partire i barbari dopo aver saccheggiato il monastero, ma prima d’imbarcarsi tentarono nuovamente i prigionieri, chiedendo loro se avessero cambiato idea. San Placido, a nome di tutti, fece una stupenda orazione in lode della verità della sua fede e in detestazione dell’idolatria. Manuca, cui il discorso colpì profondamente, ordinò che con un sasso fossero rotti i denti e le mascelle del santo, e gli venisse tagliata la lingua; ma ecco che, con un ulteriore miracolo, pur senza lingua san Placido continuò a parlare con una voce più forte e più chiara di prima. Anziché convertirsi dopo un tale miracolo, il barbaro fece uccidere immediatamente san Placido, di 24 anni, i suoi fratelli e la sorella, e i monaci che erano con loro, per un totale di 33 martiri, nell’anno 541. Eseguita la strage, i pirati bruciarono il monastero, lo demolirono, profanarono la chiesa e salparono dal porto di Messina: la divina Provvidenza punì la crudeltà di Manuca e subito sopraggiunse una terribile tempesta che inghiottì la nave e tutti i pirati.
Giordano, il solo monaco che era assente in quei giorni, ritrovò tutti i corpi dei santi martiri sulla spiaggia ancora interi, li raccolse e li seppellì nella Chiesa, e Dio concedette un gran numero di miracoli per loro intercessione.
Veronica Tribbia
