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San Giovanni Maria Vianney - Le tentazioni

“Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito Santo, per essere tentato”  (Mt 4,1)

[...] Dopo che questo tenero Salvatore ha voluto essere tentato, noi, per essere vittoriosi nelle tentazioni dobbiamo solo volerlo. Ecco, allora, i grandi vantaggi che ci derivano dalla tentazione del Figlio di Dio.

Qual è la mia intenzione, fratelli miei? Eccola: è quella di mostrarvi che la tentazione è per noi molto necessaria, per poter conoscere chi siamo veramente. Inoltre voglio mostrarvi che dobbiamo temere molto la tentazione, perché il demonio è molto raffinato e molto furbo, e una sola tentazione ci può gettare nell’inferno, se abbiamo la disgrazia di soccombere ad essa. Infine vi mostrerò che dobbiamo combattere vigorosamente sino alla fine, poiché solo a questa condizione ci sarà donato il Cielo.

Non è necessario, fratelli miei, dimostrarvi che esistono i demoni per tentarci; altrimenti dovrei supporre di parlare a degli idolatri o a dei pagani, oppure a dei cristiani avvolti nell’ignoranza più rozza e più miserabile; dovrei pensare che non avete mai studiato il catechismo. [...] Voi sapete che fu il demonio che tentò i nostri progenitori nel paradiso terrestre, dove riportò la sua prima vittoria: e ciò lo rese così fiero e orgoglioso. Fu il demonio che tentò Caino, e lo portò a uccidere il suo fratello Abele. Leggiamo nell’Antico Testamento (Gb 1,7), che il Signore disse a Satana: “Da dove vieni?” – “Ho fatto un giro per il mondo, gli risponde il diavolo”. È una prova evidente, fratelli miei, che il demonio gira attraverso la terra per tentarci. Leggiamo nel Vangelo, che la Maddalena, avendo riconosciuto i suoi peccati davanti a Gesù Cristo, fu liberata da sette demoni. Leggiamo ancora, in un altro passo del Vangelo, che lo spirito impuro, essendo uscito dal corpo di una persona disse: “Ci ritornerò con altri demoni più cattivi di me”. Tutto ciò, fratelli miei, non è per voi la cosa più importante da sapere; nessuno, infatti, ha il minimo dubbio su ciò. Ma quello che è più vantaggioso per voi, è farvi comprendere la maniera in cui il demonio può tentarvi. […]

Ma, mi domanderete forse, che significa essere tentati? Amico mio, ascolta bene, e vedrai e capirai, che tutte le volte che il demonio ti tenta, è per farti fare una cosa che il buon Dio ti proibisce, oppure per non farti fare ciò che egli ti ordina e ti comanda. […] Se, nonostante il demonio vi tenti per fare ciò che il buon Dio vi proibisce, voi non lo fate, allora non soccombete alla tentazione. Ma se vi accingete a farlo, allora soccombete. E se volete comprendere meglio ciò, prima di acconsentire a quello che il demonio vi suggerisce di fare, pensate se, nell’ora della morte, sareste contenti di averlo fatto, e vi accorgerete che la vostra coscienza vi sgriderà.

Sapete voi, fratelli miei, perché il demonio si infuria tanto per attirarci al male? E’ perché non potendo disprezzare Dio da sé, lo fa disprezzare dalle sue creature. Ma, beati noi, fratelli miei, perché abbiamo la fortuna di avere un Dio come nostro modello! Siamo poveri? Abbiamo un Dio che nasce in una stalla ed è deposto su un pugno di paglia. Siamo disprezzati? Abbiamo un Dio che ci ha preceduti, che è stato coronato di spine, rivestito di un vile mantello scarlatto, e trattato come un pazzo! Siamo immersi nelle sofferenze? Abbiamo davanti agli occhi un Dio tutto coperto di piaghe, che muore nella maniera più dolorosa, cosa che non riusciremo mai a comprendere. Siamo perseguitati? Ebbene, fratelli miei, come potremo osare compiangerci, dal momento che abbiamo un Dio che muore sotto i suoi aguzzini? Siamo tentati dal demonio? Abbiamo il nostro amabile Redentore che è stato tentato dal demonio, trascinato due volte da questo spirito infernale!

Perciò, fratelli miei, quale che sia lo stato di sofferenza, di pena o di tentazione nel quale ci troviamo, abbiamo sempre e dovunque il nostro Dio che cammina davanti a noi, assicurandoci la vittoria tutte le volte che lo desideriamo. Ecco allora, fratelli miei, ciò che deve grandemente consolare un cristiano: pensare che ogni volta che è tentato, se farà ricorso a Dio, avrà la certezza di non soccombere alla tentazione.

Abbiamo detto che la tentazione ci è necessaria, per farci comprendere che non siamo nulla da noi stessi. S. Agostino dice che noi dobbiamo allo stesso modo ringraziare il buon Dio per i peccati dai quali ci ha preservati, come per quelli che ha avuto la carità di perdonarci. Se abbiamo la disgrazia di cadere tanto spesso nei trabocchetti del demonio, è perché facciamo troppo affidamento sulle nostre decisioni e sulle nostre promesse, e non abbastanza sul buon Dio. Questa è una grande verità! Allorché nulla ci addolora e tutto sembra andare secondo i nostri desideri, osiamo convincerci che niente ci potrà far cadere, ci vantiamo del nostro nulla e della nostra povera debolezza, diciamo apertamente che siamo pronti a morire piuttosto che lasciarci vincere. Abbiamo un esempio di ciò nello stesso S.Pietro, che diceva al buon Dio: “Quand’anche tutti gli altri ti rinnegassero, io non ti rinnegherò mai”.

Ahimè! Il buon Dio, per mostrargli che ogni uomo, lasciato a se stesso è ben poca cosa, non lo intimorì con i re o con i principi o con le armi, ma fu sufficiente la voce di una serva, che per giunta gli parlava senza alcuna minaccia. Poco prima era pronto a morire per lui ed ora assicura di non conoscerlo affatto, di non sapere di chi si sta parlando! Anzi per assicurarla che non lo conosceva, inizia a spergiurare! Dio mio, di cosa siamo capaci, abbandonati a noi stessi! […]

Ma cosa fa il buon Dio per insegnarci a conoscere noi stessi, o meglio, per dimostrarci che non siamo niente? Ecco cosa fa: permette al demonio di avvicinarsi un po’ di più a noi. E allora ecco che questo cristiano, che poco prima invidiava gli eremiti che vivono solo di radici e di erbe, che decideva di trattare duramente il suo corpo, ahimè! ecco che un piccolo mal di testa, una puntura di spillo, lo fa piangere. Grande e grosso com’è, si tormenta e urla! Un momento prima era disposto a fare tutte le penitenze degli anacoreti, e ora un nonnulla lo porta alla disperazione.

Guardate quest’altro che sembra disposto a donare tutta la sua vita al buon Dio e che assicura che nessun tormento lo fermerà. Poi, però, una piccola maldicenza, una calunnia, o anche l’indifferenza degli altri, una minuscola ingiustizia che gli venga fatta o una mancanza di gratitudine per un bene da lui fatto, sono sufficienti a far nascere nel suo animo, sentimenti di odio, di vendetta, di antipatia, fino al punto di non voler più neanche vedere il suo prossimo. Oppure si mostra freddo, assume un umore che manifesta molto bene all’esterno, quello che gli passa nel cuore. E quante volte, svegliandosi al mattino, è quello il suo primo pensiero, anzi arriva al punto di non chiudere occhio per questo! Ahimè!, fratelli miei, quanto poco valiamo e quanto poco dobbiamo contare sui nostri bei propositi!

Vedete, dunque, fratelli miei, che niente è più necessario della tentazione per renderci convinti del nostro nulla e per impedirci di lasciarci dominare dall’orgoglio. Ascoltate cosa dice san Filippo Neri, il quale considerando quanto siamo deboli e in pericolo di perderci a ogni istante, diceva al buon Dio, versando molte lacrime ”Dio mio, trattienimi, tu sai che sono un traditore,tu conosci quanto sono malvagio; se mi abbandoni anche per un istante temo che ti tradirò”.

Ma forse vi domanderete: chi sono dunque coloro che subiscono di più la tentazione? Sono senza dubbio gli ubriachi, i mormoratori o gli spudorati che si gettano alla cieca nelle lordure, o l’avaro, che pensa solo ad arricchirsi in ogni modo, direte voi. No, non sono affatto costoro; al contrario, il demonio li disprezza, o meglio, li protegge perché possano fare il male per il maggior tempo possibile, dal momento che più a lungo essi vivranno, più i loro cattivi esempi trascineranno le anime all’inferno. Infatti, se il demonio avesse incalzato troppo fortemente questo vecchio impudico, egli, per i suoi vizi, avrebbe accorciato i suoi giorni di quindici o vent’anni e quindi avrebbe avuto meno tempo per indurre a peccare questa vergine, della quale ha violato il fiore della verginità; o questa giovane che ha gettato nel più infame pantano dei peccati contro la purezza. Non avrebbe avuto il tempo di iniziare al male quel giovane, che forse vi resterà avviluppato fino alla morte. Se il demonio avesse indotto quel ladro a rubare in modo sfrenato, già da tempo sarebbe incorso nel patibolo, e non avrebbe avuto l’opportunità di trascinare qualche altro nel suo vizio. Se il demonio avesse sollecitato quest’ubriaco a riempirsi di vino fino all’orlo, già da tempo sarebbe morto nella crapula; invece, prolungando i suoi giorni, riuscirà a trascinare molti altri col suo cattivo esempio. Se il demonio avesse tolto la vita a questo musicista o a questo maestro di ballo o a questo cabarettista, quanta gente in loro assenza avrebbe scampato il pericolo, mentre se quelli restano in vita, si dannerà per loro. Sant’Agostino ci insegna che il demonio non tormenta troppo queste persone, ma, al contrario, li disprezza e sputa loro addosso.

Ma, mi dirai, chi sono dunque quelli che il demonio preferisce tentare? Ascolta attentamente, amico mio. Sono proprio coloro che si mostrano più pronti, con l’aiuto di Dio, a sacrificare ogni cosa per la salvezza della loro povera anima; che sanno rinunciare a tutto ciò che, sulla terra, gli altri ricercano con ansia e con ardore. E non è solo un demonio che li tenta, ma sono milioni quelli che gli piombano addosso, per farli cadere nei loro lacci. […]

Come mai, fratelli miei, quando una persona non pensa affatto alla sua salvezza, ma vive nel peccato, non è per nulla tentata, mentre contro colui che decide di cambiare vita e di donarsi completamente al buon Dio, tutto l’inferno si scaglia contro? Ascoltate quello che S. Agostino ci dice: “Ecco, egli dice, come il demonio si comporta verso il peccatore: fa come un carceriere che custodisce nella sua prigione molti carcerati, ma, avendo nelle sue tasche le chiavi, li lascia tranquilli, sapendo che non possono uscire. E’ questo, dunque, il suo modo di agire, verso un peccatore che non intende lasciare il suo peccato: non si scomoda affatto per tentarlo, sarebbe tempo perso, dal momento che il peccatore, non solo non abbandona il peccato, ma ogni giorno che passa, rafforza le sue catene. Perciò, sarebbe inutile tentarlo, e allora lo lascia vivere in pace, ammesso che stando in peccato si possa godere la pace. Gli nasconde il suo stato fino alla morte, quando si ripromette di mostrargli il quadro più orribile della sua vita, e così sprofondarlo nella disperazione. Ben altro discorso merita colui che ha deciso di cambiare vita e di donarsi tutto al buon Dio”. Lo stesso Agostino, finché visse una vita disordinata, non percepì minimamente alcuna tentazione. Credeva di essere in pace, come egli stesso racconta. Ma allorché decise di voltare le spalle al demonio, dovette affrontare una così dura lotta, da non avere nemmeno il tempo di respirare. E questo per ben cinque anni, versando le lacrime più amare e facendo le penitenze più austere. “Lottavo contro di lui ( il diavolo), egli dice, stando nelle mie catene. Un giorno mi ritenevo vittorioso, ma il giorno dopo mi ritrovavo per terra. Questa battaglia crudele e ostinata, durò cinque anni, ma, finalmente, il buon Dio, mi fece la grazia di riuscire vittorioso sul mio nemico”. […]

Ecco, fratelli miei, le battaglie, alle quali il buon Dio permette che i suoi grandi santi siano esposti. Ahimè! fratelli miei, quanto siamo da compiangere, se non siamo fortemente combattuti dal demonio! Sicuramente, ciò significa che siamo suoi amici: egli ci lascia vivere in una falsa pace, tranquillizzandoci col pretesto che abbiamo fatto le nostre belle preghiere, qualche elemosina, che siamo meno cattivi di altri. […]

Ecco, dunque, fratelli miei che la tentazione più temibile consiste proprio nel non essere tentati! E’ questa la situazione di coloro che il demonio conserva per l’inferno. Oserei dire, che egli si guarda bene dal tentarli e dal tormentarli sui peccati della loro vita passata, per paura di far loro aprire gli occhi. Affermo dunque, fratelli miei, che la più grande disgrazia per un cristiano, è quella di non essere tentati, perché, in tal caso, avrebbe motivo di credere che il demonio lo considera ormai suo possesso, e aspetta solo la morte per portarselo all’inferno. Non c’è niente di più facile da capire. Considerate, ad esempio un cristiano, che cerchi, sia pure un po’, la salvezza della sua anima: tutto ciò che lo circonda lo tenta al male; spesso, non può nemmeno alzare gli occhi, senza essere tentato, nonostante tutte le sue preghiere e le sue penitenze. Al contrario, un peccatore incallito, che, forse, da vent’anni si rotola e si trascina nelle sue sporcizie, dirà che non è affatto tentato. Tanto peggio, amico mio, tanto peggio! E’ proprio questo che ti deve far tremare, il fatto di non sapere cosa sia la tentazione! Dire che non c’è tentazione, sarebbe come dire che il demonio non esiste più, oppure, che egli ha cessato la sua rabbia contro i cristiani. [...] Sant’Agostino ci dice che la più grande tentazione, è di non avere nessuna tentazione, poiché ciò significa essere una persona scartata, abbandonata dal buon Dio e lasciata in preda alle proprie passioni.

In secondo luogo, abbiamo detto, che la tentazione ci è assolutamente necessaria, per tenerci nell’umiltà e nella diffidenza verso noi stessi, obbligandoci a fare ricorso al buon Dio. [...]

Perciò, fratelli miei, possiamo affermare che, sebbene sia molto umiliante essere tentati, è proprio questo il segno più sicuro che siamo in cammino verso il cielo. Ci resta da fare solo una cosa: combattere con coraggio, poiché la tentazione è il tempo della mietitura: eccovi un bell’esempio. Leggiamo nella storia, che una santa donna era da lungo tempo talmente tentata dal demonio, che si riteneva ormai dannata. Il buon Dio le apparve per consolarla, e le disse che aveva guadagnato di più durante questa prova, che in tutto il resto della sua vita. Sant’Agostino ci dice che, senza le tentazioni, tutto ciò che facciamo è di poco valore. Ben lontani dal tormentarci quando siamo tentati, dobbiamo, al contrario, ringraziare il buon Dio e combattere con coraggio, poiché siamo certi di uscirne sempre vittoriosi, e che mai il buon Dio permetterà al demonio di tentarci al di sopra delle nostre forze. E’ certo, fratelli miei, che solo quando saremo morti, saremo sicuri di non essere più tentati. Il demonio, che è uno spirito, non si stanca mai, neppure se ci avesse tentati per centomila anni, anzi è così forte e infuriato, come se fosse la prima volta.

Non possiamo affatto credere che potremo vincere il demonio o fuggirlo, così da non essere più tentati. Il grande Origene, ci dice che i demoni sono tanto numerosi, da sorpassare gli atomi che sono nell’aria, o le gocce d’acqua che compongono il mare, per indicare che ce n’è un numero infinito. S. Pietro ci dice: “Vegliate senza tregua, poiché il demonio si aggira intorno a voi come un leone ruggente, cercando chi divorare”. Lo stesso Gesù Cristo ci dice: “Pregare incessantemente, per non cadere in tentazione”; come a dire che il demonio ci aspetta dovunque. Perciò, ci tocca essere tentati, quale che sia il luogo o lo stato in cui ci troviamo. […]

In terzo luogo, abbiamo detto che il demonio si scatena contro coloro che hanno veramente a cuore la loro salvezza, e li perseguita continuamente, con vigore, sempre nella speranza di vincerli.

Eccovi un esempio molto istruttivo. Si racconta che un giovane eremita, ormai da molti anni, aveva lasciato il mondo per pensare solo alla salvezza della sua anima. Il demonio era talmente infuriato, che sembrava che tutto l’inferno fosse addosso a questo povero giovane. Cassiano, che riporta questo episodio, ci dice che questo giovane era tormentato da tentazioni contro la purezza. Dopo molte lacrime e penitenze, pensò di andare a trovare un anziano solitario perché lo consolasse, sperando che questi gli avrebbe fornito i rimedi giusti per meglio vincere il nemico, e soprattutto, per raccomandarsi alle sue preghiere. Ma le cose andarono in modo molto diverso. L’anziano eremita, che aveva trascorso tutta la sua vita quasi senza combattere, invece di consolare il giovane, si mostrò alquanto sorpreso per il racconto delle sue tentazioni, lo rimproverò aspramente, gli rivolse parole dure, chiamandolo infame, disgraziato, e dicendogli che non era degno di portare il nome di eremita, dal momento che gli succedevano tali cose. Il povero giovane se ne andò così abbattuto, che si credeva ormai perduto e dannato, lasciandosi andare alla disperazione. Diceva tra sé: “Siccome ormai sono dannato, è inutile resistere alla tentazione o combattere; meglio che mi abbandoni a tutto ciò che il demonio vuole. Tuttavia, Dio sa che ho abbandonato il mondo per amor suo e per salvare l’anima mia. Perché, diceva in preda alla disperazione, non mi hai dato maggiore forza? Tu sai che ti voglio amare, e ho tanta paura e dolore per averti offeso; però Tu non mi dai forza e mi lasci cadere! Dal momento che ormai per me tutto è perduto, e non ho nessuna possibilità di salvarmi, me ne ritorno nel mondo”. Ma, mentre, nella sua disperazione, stava già per lasciare la sua solitudine, c’era nel medesimo deserto un santo abate di nome Apollonio, che godeva fama di grande santità, a cui il buon Dio aveva fatto conoscere lo stato della sua anima. Questi gli andò incontro, e vedendolo così turbato, avvicinatosi, gli chiese con molta dolcezza che cosa avesse e quale fosse il motivo del suo smarrimento e della tristezza che appariva sul suo volto. Ma questo povero giovane, era così profondamente immerso nei suoi pensieri, che non gli rispose nulla. Il santo abate, che percepiva il trambusto della sua anima, continuò a spingerlo a dirgli che cosa lo agitasse in quel modo, da dove venisse e perché stesse abbandonando la solitudine, e dove si stesse dirigendo. Il giovane, accortosi che lo stato della sua anima era ben noto agli occhi del santo abate, nonostante egli cercasse in ogni modo di nasconderlo, gli rispose, versando lacrime in abbondanza e singhiozzando con estrema commozione: “Ritorno nel mondo, perché ormai sono perduto; non ho più speranza di potermi salvare. Sono andato a trovare un anziano che è rimasto molto scandalizzato della mia vita. Poiché sono così miserabile da non poter piacere a Dio, ho deciso di lasciare la solitudine, di ritornare nel mondo, dove mi lascerò andare a tutto ciò che il demonio vorrà. Tuttavia ho versato molte lacrime, io non vorrei offendere il buon Dio; mi vorrei salvare, ho gran voglia di fare penitenza, ma non possiedo forze sufficienti e non riesco a fare un passo avanti”. Il santo abate, sentendolo parlare e vedendolo piangere, gli disse, mescolando le sue lacrime con quelle di lui: “Ah! amico mio, non vedi che non solo non hai offeso il buon Dio, ma al contrario, proprio perché gli sei molto gradito, sei tentato in tal modo? Consolati, mio caro amico, e riprendi coraggio; il demonio ti riteneva vinto, ma, al contrario, sei tu che lo vincerai. Ritorna nella tua cella, almeno fino a domani. Non perderti di coraggio, amico mio, anch’io sono tentato ogni giorno nello stesso modo di te. Non è sulle nostre forze che dobbiamo contare, ma sulla misericordia del buon Dio. Ti aiuterò a vincere, pregando per te. Amico mio! Dio è troppo buono per abbandonarci in preda al furore dei nostri nemici, senza darci la forza per vincerli. E’ stato Lui, mio caro amico, che mi ha mandato per consolarti e per dirti di non perderti d’animo: sarai presto liberato”. Il povero giovane, ormai pieno di consolazione, ritornò nella solitudine, e gettandosi nelle braccia della misericordia di Dio, diceva: “Credevo che Tu ti fossi per sempre allontanato da me”. Intanto, Apollonio, si reca presso la cella dell’anziano che aveva accolto così male quel giovane e, prostrandosi con la faccia a terra, diceva: “Signore, Dio mio, tu conosci la nostra debolezza, libera, per favore, quel giovane da quelle tentazioni che lo scoraggiano; Tu hai visto quante lacrime ha versato per la pena di averti offeso! Trasmetti la stessa tentazione a quest’anziano, affinché impari ad avere pietà di coloro che tu permetti che siano tentati”. Appena ebbe terminato la preghiera, vide il demonio nella forma di un piccolo negro orrendo, che lanciava la freccia infuocata della fornicazione, verso la cella dell’anziano. Questi, non ne aveva ancora sentito il tocco, che già era caduto in preda ad una agitazione spaventosa, che non gli dava tregua. Si alza, esce, entra. Dopo aver fatto per molto tempo la stessa cosa, infine, convinto di non farcela a lottare contro la tentazione, fa come il giovane solitario, e prende la decisione di tornarsene nel mondo, non potendo più resistere al demonio. Dà l’addio alla sua cella e parte. Il santo abate che osservava tutto, senza che l’altro se ne accorgesse (il buon Dio gli aveva fatto conoscere che la tentazione del giovane si era trasmessa all’anziano), avvicinandosi, gli chiede dove vada e come mai abbia dimenticato la gravità dell’incedere, propria dell’età; sembrava così agitato, che, senza dubbio aveva qualche inquietudine sulla salvezza della sua anima. L’anziano, si accorse bene che il buon Dio faceva conoscere all’altro ciò che accadeva all’interno della sua anima. “Ritorna, amico mio, gli disse il santo, e sappi che questa tentazione che ti è piombata addosso nella tua vecchiaia, vuole insegnarti ad essere compassionevole verso le infermità dei fratelli, e a consolarli nella loro debolezza. Tu avevi scoraggiato questo povero giovane che era venuto a condividere le sue pene; così, invece di consolarlo, lo hai gettato nella disperazione; senza una grazia straordinaria, si sarebbe perduto. Lo sai, padre mio, perché il demonio aveva suscitato una guerra così tenace e così crudele contro questo povero giovane? Proprio perché percepiva in lui grandi disposizioni per la virtù, e ciò lo riempiva di un vivo sentimento di gelosia e di invidia. Inoltre, una virtù così solida, poteva essere vinta solo con una tentazione troppo forte e troppo violenta. Impara, quindi, ad avere compassione degli altri, a tendere loro la mano per non lasciarli cadere. Se il demonio ti ha lasciato tranquillo, in tanti anni di vita solitaria, è perché vedeva in te ben poco di buono: perciò, invece di tentarti, ti disprezzava”.

Dall’esempio suddetto, dobbiamo dedurre che, ben lontani dallo scoraggiarci, quando siamo tentati, al contrario, dobbiamo consolarci o, addirittura, gioire, poiché il demonio tenta proprio quelle persone che egli prevede che, per il loro modo di vivere, si guadagneranno il cielo. D’altronde, fratelli miei, dobbiamo essere ben convinti che è impossibile voler piacere a Dio e salvare la propria anima, senza essere tentati. Vedete lo stesso Gesù Cristo: dopo aver digiunato per quaranta giorni e quaranta notti, fu molto tentato e trascinato per due volte dal demonio, Lui che era la santità in persona. Non so però, fratelli miei, se voi capite appieno che cos’è una tentazione. Non è soltanto un cattivo pensiero d’impurità, di odio, o di vendetta, che occorre respingere, ma sono tutti i guai che ci succedono: come una malattia, nella quale siamo portati a piangerci addosso, una calunnia che lanciano contro di noi, una ingiustizia che ci viene fatta, la perdita dei beni, la perdita del padre, della madre, o di un figlio. Se non ci sottomettiamo volentieri alla volontà di Dio, allora soccombiamo alla tentazione, dal momento che il buon Dio, vuole che noi soffriamo tutto ciò per amor suo. D’altro canto, il demonio fa tutto ciò che può per farci mormorare contro il buon Dio.

Ma ora vi dirò quali sono le tentazioni che più di tutte dobbiamo temere, e che fanno perdere più anime di quanto si immagini. Sono quei piccoli pensieri che nascono dall’amor proprio, quei pensieri di stima eccessiva di se stessi, quei piccoli applausi che ci facciamo da soli per ogni cosa che facciamo, o per il bene che si dice di noi: ci ripassiamo tutto ciò nella testa, cerchiamo di incontrare coloro ai quali abbiamo fatto qualche bene, perché non se lo dimentichino, e conservino una buona opinione di noi. Ci compiaciamo quando gli altri si raccomandano alle nostre preghiere, e poi non vediamo l’ora di sapere se essi hanno ottenuto quello che noi abbiamo chiesto al buon Dio, per loro. Sì, fratelli miei, sono queste le più temibili tentazioni del demonio; contro queste dobbiamo grandemente vegliare su noi stessi, perché in esse il demonio è più abile. E’ questo che ci deve portare a domandare tutte le mattine, al buon Dio, la grazia di discernere tutte le volte che il demonio verrà a tentarci. Perché troppo spesso, prima facciamo ciò che è male, e solo dopo ci facciamo caso? E’ proprio perché non abbiamo chiesto questa grazia al buon Dio tutte le mattine, o l’abbiamo chiesta male.

Infine, fratelli miei, voglio invitarvi a combattere con grande determinazione, e non come di solito facciamo: diciamo di no al demonio, ma poi gli tendiamo la mano! […]

Cosa dobbiamo concludere da tutto ciò, fratelli miei? In primo luogo, non dobbiamo illuderci di essere esenti dalle tentazioni, in un modo o nell’altro, finché vivremo. Perciò dobbiamo essere risoluti a combattere, fino alla morte. In secondo luogo, appena ci sentiamo tentati, immediatamente facciamo ricorso al buon Dio, per tutto il tempo che la tentazione persiste, perché, se il demonio insiste a tentarci, lo fa sempre nella speranza di farci cadere. In terzo luogo, dobbiamo fuggire tutto ciò che ci può indurre in tentazione, almeno per quanto dipende da noi, ricordandoci sempre che gli angeli cattivi furono tentati una volta sola, ma questa fu sufficiente a mandarli all’inferno. Occorre nutrire una grande umiltà, non pensare mai che potremo salvarci con le nostre forze, ma soltanto se la grazia del buon Dio ci aiuterà a non cadere. Felice colui, fratelli miei, che, nell’ora della morte, potrà dire con san Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ma, con l’aiuto del buon Dio ho vinto. Perciò attendo la corona di gloria che il buon Dio darà a colui che è stato fedele fino alla morte”. E’ la felicità… 


Santo Curato d'Ars