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Esercizio degli atti di fede, di speranza, di carità

*Quando dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità? Dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità molte volte nella vita e, in particolare, quando abbiamo tentazioni da vincere o importanti doveri cristiani da compiere, e nei pericoli di morte.

La fede, la speranza e la carità sono virtù fondamentali della vita cristiana, per questo motivo devono aumentare in noi tramite l'esercizio degli atti a loro corrispondenti, altrimenti si indeboliscono e si perdono.

Gli atti corrispondenti alle virtù teologali possono essere impliciti o espliciti. Sono atti impliciti quando sono contenuti in altri atti (ad esempio, nel segno di croce è implicito un atto di fede nei due misteri principali della fede). Sono espliciti quegli atti che enunciano espressamente la fede, la speranza o la carità (le formule principali per compiere questi atti espliciti sono le preghiere cosiddette “atto di fede”, “atto di speranza”, “atto di carità”).

Non è possibile salvarsi senza esercitare gli atti di fede, di speranza e di carità.

Specialmente per vincere le tentazioni contro una virtù teologale, occorre fare subito un atto esplicito della stessa virtù. Ad esempio, per vincere i dubbi della fede, si può recitare subito: “Mio Dio, credo fermamente a tutto quello che hai rivelato e che la Chiesa insegna!”. Per vincere qualsiasi tentazione occorre fare gli atti corrispondenti alle virtù teologali, almeno invocando il divino aiuto.

Occorre inoltre fare gli atti di fede, di speranza e di carità nei doveri cristiani che dobbiamo compiere. Ad esempio, prima di ricevere un Sacramento occorre professare la nostra fede nell'efficacia di quel Sacramento, sperare di conseguirne gli effetti ed amare Dio che è l'autore del Sacramento stesso e il fautore della grazia da esso comunicata). Ma anche quando ci accingiamo a qualche passo importante della nostra vita, e dobbiamo compiere una scelta decisiva è necessario compiere gli atti delle virtù teologali (per esempio, quando decidiamo il nostro stato di vita).

In punto di morte, poi, è necessario reagire contro le tentazioni del demonio con numerosi atti di fede, di speranza e di carità, per acquistare nuovi meriti ed ottenere le grazie tanto necessarie in quel momento decisivo per la nostra salvezza. Non illudiamoci di poter compiere spesso e con la giusta devozione atti di fede, di speranza e di carità in punto di morte se in tutta la nostra vita avremo trascurato di farli! In quell'ora estrema saremo assaliti dalla paura, preoccupati della malattia, fiaccati e inebetiti dal dolore: riusciremo a compiere gli atti corrispondenti alle virtù teologali se durante la nostra vita avremo rafforzato queste virtù! L'esercizio frequente, fervente e devoto delle virtù teologali ci assicura la buona morte.

ESEMPIO:

A Chicago era stato preparato un pranzo di cinquemila coperti in onore dei trasvolatori oceanici delle squadriglie italiane comandate da Italo Balbo. Prima di sedersi a mensa gli aviatori si fecero un bel segno di croce e recitarono la loro preghiera. Entrati nella cattedrale di Chicago per assistere alla Messa, furono invitati a sedersi nei posti riservati per loro. Il generale rifiutò dicendo: “Non siamo venuti qui per una parata, ma per pregare e ringraziare Dio”. E restarono in mezzo al popolo. Al “Sanctus” il comandante ordinò: “In ginocchio!” e tutti si prostrarono in mezzo al popolo e restarono inginocchiati fino alla comunione. Gli americani, cattolici e protestanti, furono assai edificati dal contegno di chi sapeva professare la fede senza rossore.

*È bene fare spesso atti di fede, di speranza e di carità? È bene fare spesso atti di fede, di speranza e di carità per conservare, accrescere e rafforzare virtù tanto necessarie, che sono come le parti vitali dell' “uomo spirituale”.

La vita soprannaturale ha bisogno di essere mantenuta in vita, rafforzata e accresciuta tramite l'esercizio delle virtù teologali, che sono le parti vitali dell'anima.

Per vivere la vita soprannaturale e conseguire la vita eterna, dunque, è necessario fare il più frequentemente possibile numerosi atti di fede, di speranza e di carità. Non basta accontentarsi dell'indispensabile, perché altrimenti la grazia in noi, se si conserverà, di certo non aumenterà e rimarrà sempre esile. Quanto più frequenti e ferventi saranno invece i nostri atti corrispondenti alle virtù teologali, tanto più fiorirà e si svilupperà la grazia in noi.

ESEMPIO:

Le virtù teologali si esplicano prima di tutto nella preghiera. Per questo i santi furono prima di tutto uomini di preghiera. San Pier Damiani racconta che il suo discepolo san Domenico Loricato recitava ogni giorno fino a venti volte l'intero Salterio, con tutti i centocinquanta salmi.

*Come dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità? Dobbiamo fare atti di fede, di speranza e di carità col cuore, con la bocca, e con le opere, dandone prova nella nostra condotta.

Gli atti di fede, di speranza e di carità devono procedere dall'interno e nascere dalla mente che li pensa, dalla volontà che li vuole e dal cuore che li desidera. Se manca l'adesione e la partecipazione interiore, tali atti diventano meccanici e privi di valore. Dobbiamo credere, sperare e amare con le nostre facoltà interiori e dare a Dio il culto e l'ossequio interno.

Allo stesso modo, però, non dobbiamo limitarci solo agli atti puramente interni, ma dobbiamo servire Dio con tutto il nostro essere, con l'anima e il corpo, quindi anche con l'ossequio esterno. Le virtù devono essere interne e manifestarsi all'esterno. San Giovanni apostolo dice espressamente che la fede senza le opere è morta.

ESEMPIO:

San Giuseppe Benedetto Cottolengo possedeva le virtù teologali in modo così vivo e radicato che nel prossimo vedeva e serviva Dio stesso. E lo stesso insegnava alle sue suore Vincenzine. Quando giungevano all'ospedale poveri e infermi ributtanti, diceva: “Vedete, figlie mie, queste devono essere le vostre perle; le attenzioni che loro usate cono molto meritorie; sono le rose più belle che potete presentare al Signore. Siate certe che Gesù Cristo non dimentica nulla di ciò che fate alla persona dei suoi poveri. Quanto avrete provato di fastidi, di disagi, di ripugnanza nell'assistere i vostri infermi, altrettanto avrete in cielo in ricompensa”. E le buone suore si dedicavano alla loro opera di carità con tanto ardore quanto ne avrebbero impiegato nel servire la persona di Gesù stesso. Questo pensiero era così radicato in loro che, andando a servire gli ammalati, spontaneamente e istintivamente dicevano: “Adesso vado a servire Gesù; Gesù mi chiama; Gesù mi vuole; vado a vedere Gesù”. Mosse da una fede così viva, dalla certezza di servire Dio e e dall'amore più ardente verso il Signore, si disputavano i malati più ripugnanti, in cui vedevano e servivano Gesù flagellato, Gesù coronato di spine, Gesù sulla croce.


Veronica Tribbia - Dal Catechismo di San Pio X