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A cinquant'anni del Concilio Vaticano II

Quest’anno celebriamo il cinquantenario dell’apertura del Concilio Vaticano II e la ricorrenza viene presa come spunto per approfondimenti e studi critici. Dopo cinquanta anni  sarebbe stato lecito attendersi l’emergere di qualche positivo risultato come, ad esempio, un rinnovato slancio missionario e un risveglio del fervore liturgico con una partecipazione  entusiasta e numerosa alla vita ecclesiale. Nulla di tutto ciò è avvenuto.  

Sul Concilio Vaticano II, invece, si intrattengono confronti anche serrati e aspri, si discute molto, anzi troppo, ma sempre per esaltarlo a priori come conquista di un recuperato confronto con la modernità o per considerarlo come causa immediata della crisi manifesta e inequivocabile della Chiesa, sia essa considerata come struttura che come comunità.

Benedetto XVI lamenta, e con ragione, la crisi della fede. Crisi che è generalizzata e più visibile nelle nazioni di più antica cristianizzazione.  Questa crisi era stata già individuata da Paolo VI° quando parlò del fumo di satana che era penetrato nella Chiesa. Allorché Paolo VI° disse Chiesa non intendeva certamente la comunità ecclesiale  ma soprattutto la sua testa, il suo centro nevralgico, in altri termini la gerarchia. Benedetto XVI per contrastare questa crisi ha promosso la “Rievangelizzazione”  . Che cosa significa questa parola e che cosa sottintende?  Significa esattamente quel che il termine stesso esprime e cioè che occorre riportare a far vivere il Vangelo laddove esso è stato messo da parte. Vangelo vissuto significa vivere in una mentalità e in modo conforme a quanto esso insegna. Non vi sono dubbi che nel mondo d’oggi i popoli che erano cristiani si siano allontanati molto da quella  mentalità e da quella cultura che aveva fatto dell’Europa e dell’Occidente la comunità dei cristiani, seppure con le differenze dovute alla grande crisi della Riforma del secolo sedicesimo.

Non per nulla si dice oggi correntemente, e si considera quanto vien detto e ripetuto quasi come una conquista, che viviamo in un mondo postcristiano. Questo termine vuole affermare non soltanto un desiderio di molti – molti che possono, oggi, anche essere la maggioranza – ma anche celebrare la mutazione avvenuta nei paesi occidentali e cioè che viviamo con una mentalità che non è più, sostanzialmente, cristiana. Si ha un bel dire che si tratta di una crisi temporanea, una crisi che preannuncia un rinnovamento e che questo rinnovamento produrrà una rinascita, una trasformazione in meglio della Chiesa.  Quale Chiesa, innanzitutto?  Affermarlo per la Chiesa cattolica mi parrebbe, a dir poco, temerario. Come si può rinascere a nuova vita e tornare ad un fervore religioso quando i fedeli  diminuiscono sempre di più a mano a mano che le generazioni si danno il cambio?  Non sarà,  purtroppo,  la  Rievangelizzazione,  promossa e desiderata con tanta fede e con tanta passione da Benedetto XVI°, a rivitalizzare la Cattolicità languente  se non interverrà la Divina Provvidenza per il tramite di Maria Santissima, luce dei nostri tempi, a imprimere lo slancio missionario in coloro che sono chiamati a questo compito che appare, rebus sic stanti bus, votato all’insuccesso. Ma ciò che non è possibile a noi esseri umani non è impossibile a Dio, per cui si deve sperare anche contro  le più sfavorevoli prospettive. Noi esseri umani siamo soltanto degli operai nella vigna del Signore e dobbiamo operare anche nelle avverse situazioni e sperare sempre nel Suo aiuto e nella Sua insostituibile opera. Perciò la Rievangelizzazione è una missione che deve essere portata avanti, costi quel che costi, data la situazione attuale della Chiesa cattolica. Occorre confidare nell’aiuto di Dio e della Vergine  Maria Santissima, corredentrice e mediatrice di tutte le grazie,  sperando contro ogni avversa realtà per riportare la fede laddove essa si è affievolita o, in  troppi casi, del tutto scomparsa.

Se Benedetto XVI°  ha promosso la rievangelizzazione a cinquanta anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, vuol dire che qualcosa non ha funzionato come era lecito attendersi dopo gli osanna elevati alla sua chiusura e le speranze che si nutrivano.  Il concilio doveva essere pastorale e tale è stato definito  e, per questo motivo, doveva infondere slancio al modo di presentare  Gesù Cristo al mondo. Dopo cinquanta anni era logico attendersi dei risultati ma questa missione di riportare il Vangelo fra le genti cristiane, o che tali erano, sta a significare che la perdita della Fede in Gesù Cristo è il risultato più clamoroso ed evidente del Post Concilio. Non è il caso di affrontare in questa sede le cause della perdita della fede in Gesù Cristo e se esse debbano essere, in qualche modo, connesse al Concilio. Sarebbe semplicemente presuntuoso e inopportuno affrontare un tema del genere in poche battute. Qualche riflessione può, però, essere fatta. Se sono i risultati a giudicare ogni evento umano, allora occorre fare un confronto fra il Concilio Tridentino e il Vaticano II.   Quello di Trento ebbe immediatamente frutti prodigiosi sul piano pastorale. Non è il caso qui di affrontare l’aspetto dottrinale, anche se quel concilio ebbe proprio la dottrina fra i suoi fini. Limitiamoci a esaminare i frutti sul piano pastorale.  Al termine del Concilio di Trento si ebbe uno sviluppo grandioso nella formazione sacerdotale; furono istituiti i seminari e le vocazioni furono numerose e confortanti per   rivitalizzare la chiesa cattolica  scossa dalla frattura dolorosa della Riforma.  Assieme alle vocazioni vi fu un fiorire di santità in ogni parte del mondo cattolico e l’emergere di grandi personalità che dettero slancio e nuova linfa vitale alla Chiesa di Cristo. Straordinario fu lo slancio missionario ad opera soprattutto delle nuove congregazioni (Gesuiti  in prima linea), ma non meno straordinario fu quello degli Ordini votati alla carità verso il prossimo  (ordini ospitalieri e per la formazione dei giovani e l’assistenza dei bisognosi) e non meno efficaci furono le organizzazioni associative laicali (confraternite e fraterie varie). Se dovessimo fare un paragone con quanto si è verificato dopo il Concilio Vaticano II non potremmo far altro che stendere un bilancio negativo. L’abbandono di centinaia di migliaia di sacerdoti e di consacrati e consacrate in tutto il mondo è stata un’autentica tragedia per la Chiesa Cattolica ed il fenomeno non pare essersi arrestato. I seminari si sono svuotati e soltanto i nuovi Ordini, tutti quelli ispirati ad un ritorno alla Tradizione, presentano un fiorire di vocazioni confortante.

Le Missioni costituiscono un problema a sé, poiché si ha paura di annunciare con entusiastica fede il Vangelo   per tema di offendere le culture autoctone, a motivo di una erronea  interpretazione  di come si debba affrontare l’approccio  verso persone di diversa fede.  Rispetto della fede altrui non può significare la rinuncia a predicare la buona novella come ci ha comandato di fare Gesù stesso. Se si ha paura di farlo per timore di essere osteggiati e perseguitati sarebbe meglio starsene a casa. Gesù Cristo ha bisogno di apostoli coraggiosi e non Gli servono servitori pusillanimi e timorosi.

Ma l’aspetto più sconfortante del Post Concilio resta la perdita della fede in tutto il mondo cattolico, massime nei paesi di più antica cristianizzazione. Addebitare la causa di questi fenomeni al Concilio sarebbe non solo assurdo ma anche infondato. Non sono state le risoluzioni del Concilio  (Costituzioni e decreti) ad aver provocato la crisi ma, semmai, la loro cattiva lettura e distorta interpretazione. Se certi passi in alcune  delle risoluzioni conciliari possono prestarsi a letture controverse ed equivoche,  non si avvertono  però palesi e inequivocabili vulnus agli aspetti dogmatici della Fede Cattolica. Una cosa però è certa ed inequivocabile. La vocazione pastorale del Concilio è stata un insuccesso e i risultati lo starebbero a dimostrare. Un’altra lettura, tuttavia, può essere fatta in senso completamente opposto.  In previsione degli attacchi che il mondo ha lanciato alla Chiesa Cattolica, la Provvidenza sta facendo pulizia in seno ad essa per prepararla con forze convinte e decise, anche se ridotte nel numero, ad affrontare la sfida. Sfida che si preannuncia epocale e sconvolgente per il futuro del mondo intero. La battaglia sarà dura e costerà enormi sacrifici e tante vittime, ma la vittoria finale è fuori discussione. Dio non sarà mai sconfitto; lo ha garantito Maria Santissima, la Sua portavoce più affidabile, a Fatima e lo va ripetendo anche in altre apparizioni. Sono sempre le minoranze convinte e decise a decidere le sorti degli scontri epocali. Se dalla Riforma in poi sono state le minoranze agguerrite e decise ad avere l’iniziativa, saranno anche minoranze decise e animate da una fede incrollabile in Cristo a tener testa all’attacco di forze fra loro in contrasto ma unite in questo urto che si profila essere  decisivo per le sorti del mondo intero. L’anticristo è già in azione ma una minoranza coraggiosa e fiduciosa, guidata da Maria Santissima, emergerà come baluardo ostinato e incrollabile a reggere l’urto poderoso del principe di questo mondo. 

 

Cesare Maria Glori (CONCILIOVATICANOSECONDO.it)

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