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La crisi attuale della Chiesa cattolica: domande e risposte/7

Che cosa si intende per collegialità?

Il termine collegialità episcopale indica un insieme di teorie, secondo le quali la Chiesa deve essere governata dai vescovi e dal papa in modo collegiale, cioè che il papa non sia l'unico capo della Chiesa, ma che il Cristo abbia dato anche alla totalità dei vescovi un potere eguale al suo; per alcuni la Chiesa sarebbe come un'assemblea di eguali in cui il papa non sarebbe altro che un primus inter pares, un semplice presidente e non un vero capo. Per estensione, si parla di collegialità in modo più generale per indicare la tendenza, nella Chiesa, a esercitare il governo in modo democratico, e in questo senso la collegialità si estende anche alle diocesi, dove l'organo collegiale è il “consiglio presbiterale”, e alle parrocchie, dove è il “consiglio parrocchiale”, di modo che, in quest'ottica, come il papa è ridotto ad essere il presidente o il portaparola del collegio episcopale, così il vescovo diviene il presidente e non il capo vero e proprio del consiglio presbiterale, e il parroco quello del consiglio parrocchiale. 

Questa visione si oppone alla concezione cattolica tradizionale del potere di governo della Chiesa?

Questa visione si oppone nettamente alla concezione cattolica tradizionale del potere di governo della Chiesa: secondo la dottrina tradizionale, infatti, il potere di governo nella Chiesa è esercitato in modo “monarchico”. Questo termine non deve far pensare che la Chiesa sia equiparabile alle monarchie dell'ordine civile, né significa che i cattolici debbano avere delle opinioni politiche monarchiche piuttosto che repubblicane o democratiche: è solo per analogia che si applica questa espressione al governo della Chiesa, per indicare il fatto che, per istituzione divina, solo il papa ha su tutta la Chiesa una giurisdizione piena e assoluta ricevuta direttamente dal Cristo, e che i vescovi stessi, uniti e subordinati al papa (cum Petro et sub Petro), governano ciascuno singolarmente la propria diocesi per un'autorità ricevuta dal papa (ex Petro) e non tutti insieme collegialmente la Chiesa. 

Il Concilio Vaticano II ha insegnato questa dottrina della collegialità?

Il Vaticano II, nei suoi testi, ha introdotto delle novità che, sviluppate nelle loro logiche conseguenze, conducono ad affermare il principio della collegialità episcopale. Si tratta in particolare di Lumen gentium (n. 22) in cui si introduce la dottrina del “subiectum quoque”, la cui formulazione suggerisce in modo molto deciso che nella Chiesa esistono due soggetti del potere supremo: da una parte il papa da solo, considerato al di fuori del collegio episcopale e senza di esso, e dall'altra il collegio episcopale unito al papa. Tale dottrina appare difficilmente conciliabile con l'insegnamento tradizionale della Chiesa sull'unicità del soggetto del potere supremo. 

Nel Vangelo però, il medesimo potere di “legare” e “sciogliere” è conferito tanto a San Pietro (Mt. 16, 19) quanto al collegio apostolico (Mt. 18, 18) a cui succede il collegio episcopale: la dottrina del Vaticano II, dunque, non si armonizza meglio con i dati scritturali?

Il potere conferito a San Pietro in Mt. 16, 19 e agli apostoli in Mt. 18, 18 non è lo stesso. Solo San Pietro riceve il potere supremo e universale, mentre gli altri apostoli ricevono un potere subordinato e ristretto. A Pietro solo, infatti, Gesù Cristo ha detto: “A te darò le chiavi del regno dei cieli”. Perciò è vero che il papa può agire o da solo o insieme al corpo episcopale riunito (cioè in un concilio ecumenico), ma , secondo la dottrina tradizionale, si tratta non di due soggetti diversi, ma di due modi diversi, per lo stesso ed unico soggetto, di esercitare lo stesso potere: il Concilio con il papa non è un secondo soggetto del primato, ma un modo più pieno, per il papa, di esercitare il suo primato, in cui beneficia dei consigli di tutto il corpo episcopale riunito e in cui il suo atto ha maggiore risalto di fronte ai fedeli. Ma è sempre lo stesso ed unico soggetto che esercita il suo potere. 

Quali sono le conseguenze pratiche della dottrina della collegialità?

A partire dal Concilio Vaticano II, si registra un'opposizione sempre più netta tra il corpo episcopale e il papa. I vescovi progressisti, certo, non hanno fatto mancare il loro appoggio quando il papa li ha favoriti. Ma ogniqualvolta il papa ha promulgato dei documenti di carattere più tradizionale, interi episcopati si sono rivoltati e hanno pubblicamente dichiarato la loro disobbedienza, contestando in modo conclamato i provvedimenti del papa, rifiutando di sottomettersi all'insegnamento delle sue encicliche e autorizzando i professori dei propri seminari a diffondere torie disapprovate dalla Santa Sede. 

Si può fare qualche esempio di opposizione dei vescovi al papa?

I casi che si potrebbero menzionare sono innumerevoli. Citiamo solo, a titolo di esempio:

1. Quando il 28 luglio 1968 Paolo VI con la sua enciclica Humanae vita condannò l'uso della pillola contraccettiva ribadendo la posizione tradizionale della Chiesa in materia di morale matrimoniale, intere conferenze episcopali si sono opposte pubblicamente al suo provvedimento, dichiarando di rifiutare il suo insegnamento;

2. Dopo la promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007) con cui Benedetto XVI ha dichiarato il rito tridentino della Messa “mai abrogato” e ne ha autorizzato l'utilizzo ampliando le concessioni fatte nella legislazione precedente, diversi vescovi hanno hanno dichiarato pubblicamente che non ne avrebbero permesso l'applicazione nelle loro diocesi e più in generale il documento, anche quando non è stato apertamente attaccato, ha trovato un'accoglienza molto fredda da parte degli episcopati.

 


Don Matthias Gaudron (Catechismo della crisi nella Chiesa)

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