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S. Leone II

Aforisma

Il nostro Signore Gesù Cristo è uno della santa ed inseparabile Trinità ed è composto di due e in due nature in modo inconfuso, indiviso.

La vita

Viveva nella Sicilia un medico di nome Paolo, il quale avendo avuto dal suo matrimonio un unico figlio, ne ebbe grande cura crescendolo piamente e istruendolo nella cultura classica. Il giovane Leone, così chiamato nel battesimo, cresceva negli anni, ma molto più nelle sue virtù; le sue dolci maniere, la castità dei costumi e i suoi rari talenti, lo resero in poco tempo santo e dotto.

Dio, che lo aveva già scelto per la sua gloria, fece in modo che nulla di mondano potesse far breccia nel cuore di Leone: Leone infatti voltò le spalle ad ogni pericolo di perversione e abbracciò, nel più bel fiore dei suoi anni, la carriera ecclesiastica.

Consacratosi al divino servizio, si applicò costantemente per rendersi un degno ministro della Chiesa. Lo studio della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa fu la sua principale occupazione, tanto che in breve tempo, Leone divenne così dotto e santo che fu oggetto di ammirazione tra gli ecclesiastici: soprattutto si ammiravano la sua naturale eloquenza e la sua grande pietà. La sua grande generosità verso i poveri fece sì che la Chiesa lo elesse come elemosiniere, raccoglitore delle elemosine dei fedeli e delle rendite ecclesiastiche destinate a beneficio dei poveri.

Nell’anno 683 morì il pontefice Agatone e l’elezione di Leone fu unanime sia tra gli ecclesiastici sia tra il popolo. Pochi giorni dopo essere stato consacrato pontefice, Leone cominciò il suo pontificato continuando il sesto concilio ecumenico, che era il terzo di Costantinopoli. Tale concilio era stato convocato dal predecessore per combattere i monoteliti, i quali vennero dichiarati eretici, poiché affermavano che vi fosse una sola volontà in Gesù Cristo.

La sentenza di condanna giunse alle orecchie del patriarca Macario di Antiochia, del sacerdote Anastasio e del diacono Leonzio di Costantinopoli, i quali, essendo stati fulminati con un anatema, presentarono all’imperatore una richiesta di incontro a Roma col nuovo papa. Fu accordata loro la licenza, e giunti alla città santa Leone li accolse con la più tenera carità e dolcezza cristiana, li persuase dei loro errori mostrando loro la verità, e li mise in monasteri diversi per poter riflettere seriamente sui loro sbagli. Macario perseverò ostinato nel suo errore, mentre Leonzio e Anastasio lo abiurarono e vennero assolti dal papa, che li riconciliò con la Santa Chiesa.

Il carattere benevolo di Leone era altresì costante e fermo contro coloro che tentavano di usurpare i diritti della Chiesa o disobbedivano ai suoi comandi: sin dall’anno 568, in cui l’imperatore Giustino aveva mandato un governatore in Italia col titolo di Esarco, l’arcivescovo di Ravenna, presso cui l’Esarco dimorava, si era appropriato certi diritti che non gli appartenevano, e con l’appoggio del governatore si era rifiutato di sottomettersi al pontefice. Il santo papa, al quale stava molto a cuore lo zelo della sua Chiesa, ripristinò i doveri dell’arcivescovo con lettere molto gravi e, per prevenire ulteriori abusi, ottenne dall’imperatore un decreto secondo cui l’Esarco era obbligato a non sostenere l’arcivescovo contro la Santa Sede e sancì l’elezione dell’arcivescovo solo sotto il consenso papale, non più in maniera indipendente da Roma. Proibì inoltre di fare l’anniversario dell’arcivescovo di Ravenna, poiché avendo voluto disubbidire al papa, era morto scomunicato.

Per aumentare la devozione dei fedeli, e a gloria della Chiesa, papa Leone II fece costruire a Roma un tempietto presso S. Bibiana, sontuosamente ornato, nel quale vennero deposti i corpi di S. Simplizio, Faustino, Beatrice e altri martiri, e consacrandolo a S. Paolo. Essendo molto esperto nella musica, papa Leone riformò il canto ecclesiastico – il canto gregoriano – aggiungendo nuovi inni da lui composti per l'uffizio divino. Fece diversi regolamenti per perfezionare la disciplina della Chiesa e per ristabilire la purità della fede e dei costumi, per i quali contribuiva con la sua stessa vita consumandosi con le continue penitenze, con la sua sollecitudine pastorale e con la sua vita angelica. Tutta la sua rendita andava a beneficio dei poveri, ed era solito dire che desiderava morire povero a forza di beneficare il prossimo; le sue virtù splendenti e massicce riempirono il cuore dei fedeli di un fervido desiderio di tenere il più lungo possibile tale governo della Chiesa, ma Dio decise altrimenti: affrettò la sua morte per portarlo nella gloria divina. Nel 684 Leone morì non avendo neanche raggiunto il termine di un anno di pontificato. Il dolore e il pianto del mondo cattolico fu intenso per una morte così prematura; il suo corpo venne seppellito nella chiesa di S. Pietro con un’affluenza grandiosa di fedeli. La sua santità fu riconosciuta da tutta la Chiesa, la quale volle che nella ricorrenza della festività dei SS. Pietro e Paolo si celebrasse anche la memoria di questo santo pontefice.

Riflessione

La morte inaspettata di S. Leone II ci porta alla mente l'avvertimento del nostro divino Redentore: in quell'ora in cui meno vi penseremo, ci coglierà la morte, che verrà come un ladro in quel tempo in cui ci sentiremo sicuri che essa sia lontana.

A che serve dunque tanta sollecitudine nell'accumulare beni terreni, ricchezze, onori, se in breve tempo dovremo abbandonare tutto quanto? Chi di noi non avrebbe voluto che un tale Pontefice, così santo, non occupasse per lunghi anni il posto del Vicario di Cristo! Eppure, appena salito ad un tale onore, maggiore fra tutti su questa terra, egli sparì dagli occhi del mondo e raggiunse la felicità eterna!

Felice e beato si dirà di quel cristiano che procura di osservare puntualmente tutta la Legge divina, di ascendere di virtù in virtù, e di accumulare opere buone per l'eternità. Che avrebbe giovato a S. Leone II essere salito sulla cattedra di Pietro, quando non fosse stato giusto, innocente e santo? Niente! Anzi, una tale dignità sarebbe servita per lo più a condannarlo, qualora non avesse corrisposto ad essa con la santità della vita. Impariamo questa grande verità: stacchiamoci con l'affetto da queste cose terrene, perché la morte non tarda!


Elisabetta Tribbia

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