Home / Approfondimenti / La verità sul Concilio Vaticano II / Fortes in Fide

Fortes in Fide

Il prossimo 21 giugno, Papa Francesco si recherà a Ginevra per partecipare alla celebrazione del 70esimo anniversario della fondazione del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Quest’anno 2018 ricorre anche il 30esimo anniversario delle consacrazioni episcopali effettuate da Mons. Lefebvre con l’assistenza di Mons. de Castro Mayer, il 30 giugno 1988.

Sotto molti aspetti, l’avvenimento del 30 giugno fu l’epilogo della battaglia iniziata dai Padri del Coetus in seno al concilio Vaticano II. L'ex arcivescovo di Dakar e il vescovo emerito di Campos alla fine resteranno i soli sopravvissuti, i soli a rimanere fedeli e a difendere fino in fondo la Tradizione della Chiesa contro le novità introdotte nella Santa Chiesa dai liberali e dai modernisti. 
In un certo senso le consacrazioni di Ecône erano giù inscritte nella decisione presa dai due prelati all’indomani del Concilio, 25 anni prima del 30 giugno 1988; come testimonia la lettera indirizzata da Mons. de Castro Mayer a Mons. Lefebvre il 21 maggio 1968:

«Mi permetta, caro Mons. Lefebvre, di chiederle molto francamente: con il nostro comportamento possiamo far credere al popolo che tutti i documenti del Concilio possano essere ammessi senza riserve?» (1).

A 30 anni di distanza, ci è sembrato utile presentare ai nostri lettori un compendio della corrispondenza scambiata tra Mons. Lefebvre e Mons. de Castro Mayer nel corso dei primi dieci anni seguiti alla fine del Concilio.

In effetti, questi documenti conservati al seminario di Ecône (2) costituiscono una testimonianza illuminante su quegli anni decisivi, nel corso dei quali si è progressivamente delineata quell’«operazione sopravvivenza della Tradizione» culminata nella giornata storica del 30 giugno 1988. In particolare, essi mettono in evidenza sia il ruolo svolto dal vescovo di Campos a fianco del Fondatore della Fraternità San Pio X, sia il costante sostegno che quest’ultimo fornì al suo confratello nell’episcopato.

Mons. Lefebvre e Mons. de Castro Mayer sapevano già all’indomani del Concilio che la battaglia era solo agli inizi: il Vaticano II aveva fissato dei cattivi princípi che bisognava sradicare. Il vescovo di Campos ne fu cosciente per primo:

«Questa dichiarazione sulla Libertà religiosa non richiede una esegesi che le dia una interpretazione contraria al senso delle parole che vi si leggono? E noi possiamo applicare a tutti i passi della Populorum progressio le parole del Signore: “Chi ascolta voi, ascolta me”, allorché si deve fare tutta una ginnastica per non dire che essi contraddicono l’insegnamento di Pio XI e di San Pio X? O noi elaboriamo un documento chiaro che illumini la coscienza del popolo fedele o sarà meglio non dire niente e pregare perché il Buon Dio mantenga la fede del Suo popolo (3)».

I due prelati coltivarono allora dei progetti ben precisi: riunire delle persone competenti per condurre uno studio dottrinale dei testi del Vaticano II e rilevarne gli errori principali; riaffermare la dottrina tradizionale, pubblicando una Professione di Fede che si distingua chiaramente dagli errori denunciati e che serva da punto di riferimento; pubblicare una rivista (4). 
Essi vedevano chiaramente che dovevano mettere in guardia i fedeli e dovevano reagire contro le conseguenze pastorali di tali errori.

In Brasile, quegli stessi che dovrebbero combatterla, predicano invece l’immoralità, e nel dominio politico i preti fomentano un regime ispirato alle idee di Fidel Castro, mentre la vita spirituale si riduce sempre più ad un cattolicesimo senza mortificazione rivolto alle beatitudini terrene (5).

Infine, si previde di condurre la lotta sia contro la cattiva influenza delle Conferenze Episcopali, che il vescovo di Campos considerava come un «mostro nel diritto della Chiesa», sia contro l’infiltrazione comunista (6). Egli riteneva che la Fede non era più difesa e che i fedeli sarebbero stati presto obbligati a fare a meno della gerarchia (7). Le Conferenze Episcopali del Brasile e dell’America del Sud erano la punta di diamante del progressismo post-conciliare (8).

La causa radicale di tutti questi disordini era lo stesso Concilio con tutti i suoi errori; questi ultimi appaiono in quel momento in tutta la loro gravità, al punto che ormai bisognerà pensare alla formazione dei futuri sacerdoti in condizioni indenni da ogni compromesso con tali errori (9). 

In una lettera indirizzata a Mons. de Proença Sigaud, Mons. Lefebvre risale, come farà costantemente, alle vere cause di queste nefaste conseguenze.

«Il disordine», scrive, «è gravissimo in tutta la Curia romana. Si condannano gli effetti e si difende la loro causa. Roma è rinchiusa in una contraddizione di cui non si vede la via d’uscita, perché questa svelerebbe delle responsabilità scandalose nello svolgimento del Concilio» (10).

Riferendosi al libro di Ralph Wiltgen, Il Reno si getta nel Tevere, egli aggiunge che quest’opera «svela la congiura dei progressisti e la debolezza dei Papi».

Mons. de Castro Mayer gli fa eco: 

«Credo sia giunto il tempo di dire apertamente che nella Chiesa vi è un’eresia molto grande e molto diffusa e che i fedeli devono difendere la loro fede personalmente perché non riceveranno alcun aiuto dalla gerarchia (11)».

[…] «Come le dicevo in una mia lettera precedente, è mia convinzione che oggi i fedeli non possono affidarsi alla gerarchia; se vogliono mantenere una sicura formazione spirituale e dottrinale, essi devono attingere da soli alla Tradizione ecclesiastica» (12).

Il vescovo di Campos riceve una copia di Accuso il Concilio: «Bravo, a quando una traduzione in portoghese?» (13).
Egli riceve anche il Vade-Mecum di Don Coache e di Padre Berbara, ma trova che questi testi rimangono deboli, perché insistono solo sulle deviazioni liturgiche senza dire niente del relativismo dottrinale e del comunismo, che sono tuttavia i due errori principali che distruggono la Fede (14).

Durante l’anno 1968, Mons. de Castro Mayer fu messo in difficoltà da tre congregazioni religiose formate da preti olandesi presenti nella sua diocesi: i Missionari del Sacro Cuore, i Padri Redentoristi e i Preti della Santa Croce. Le prime due sono rivoluzionarie e gli fanno un’opposizione sovversiva in nome del Concilio. Questi preti pubblicarono un libro nel quale erano presenti «delle insolenze, un invito alla disobbedienza e delle ingiurie al vescovo» (15). Essi fomentavano il popolo contro di lui.

«Sono delle persone senza alcuno spirito religioso né alcuna educazione. Arrecano molto male alle anime, con l’approvazione del Nunzio. E’ per questo che molti vescovi brasiliani hanno dovuto dare le dimissioni, visto che il Nunzio non li sosteneva» (16).

Il Nunzio fa il loro giuoco, al punto che probabilmente invierà a Roma un rapporto sfavorevole sul vescovo di Campos. Ecco perché Mons. de Castro Mayer chiese l’aiuto di Mons. Lefebvre (17). Grazie a questo aiuto, Mons. de Castro Mayer non capitolerà.
Il 31 dicembre, i Missionari del Sacro Cuore furono obbligati ad abbandonare le posizioni che tenevano e cederle ai sacerdoti designati dal vescovo. Essi perdettero la giurisdizione nella diocesi. Il 10 gennaio 1969, partirono, ma «portandosi via due vetture che sono mancate alle parrocchie di campagna».
Tuttavia, due di questi missionari restarono «accolti dai Redentoristi, ed essi visitano le loro vecchie parrocchie, procurando del male» (18).
Il Nunzio accusa il vescovo di intransigenza e gli scrive per dirgli che ha allertato la Sacra Congregazione per il Clero. Senza dubbio arriverà in diocesi un visitatore apostolico. Nella lettera con la quale egli informò Mons. Lefebvre degli ultimi colpi di scena di questa triste vicenda, Mons. de Castro Mayer conclude così: 

«Mi scuso per averle inviato una somma così piccola. Io vorrei aiutare il suo apostolato in maniera più efficace. Purtroppo la mia povertà non me lo permette. Dio farà ciò che manca». […] «Scusi il mio francese molto rudimentale. In portoghese si dice che il vecchio pappagallo non impara più a parlare» (19).

Mons. Lefebvre era costernato e indignato (20). Ma fu costretto a sottolineare che la stessa situazione si riscontrava altrove: a Los Angeles con il povero Cardinale Mac Intyre; in Spagna, in Portogallo. A Roma si dialogava con i teologi dell’Olanda e anche con i 600 contestatari di Francia. La degradazione proseguiva. Bisognava tenerne conto, raggrupparsi, sostenersi reciprocamente «poiché si approssima il tempo dell’apostasia totale di molti preti e forse di vescovi. […] Non si preoccupi per il denaro, né per il suo francese, che io ammiro. Potessi io fare lo stesso col portoghese!»
Questa questione è rivelatrice, poiché illustra una manovra concertata contro la Tradizione. Il Nunzio si è fatto complice dei rivoluzionari modernisti. Mons de Castro Mayer l’avrà vinta, ma questo non avverrà senza cattive conseguenze: la Congregazione romana per il Clero voleva rivolgergli una disapprovazione (21). Fu Mons. Lefebvre che con la sua diligenza permise questo esito felice: a Roma egli facilitò tutti i negoziati, e soprattutto consigliò al meglio il vescovo di Campos indicandogli la procedura da seguire e mettendolo in guardia contro i falsi fratelli (22).

Quando sopraggiunse la riforma liturgica di Paolo VI, che culminò nella promulgazione del Novus Ordo Missae, Mons. Lefebvre tenne informato Mons. de Castro Mayer, visto che il Brasile era isolato da Roma. Mons. de Castro Mayer riflette e a poco a poco precisa la sua posizione; Mons. Lefebvre l’aiutò con i suoi consigli. Entrambi misero a punto una controffensiva dottrinale. Questo Novus Ordo, considera il vescovo di Campos «è l’inizio della capitolazione di fronte al protestantesimo» (23). 
Egli si dimostrò pessimista sul seguito possibile degli avvenimenti, poiché la riforma era stata approvata e la maggioranza dei vescovi la seguiva. «Quei vescovi che non riflettono non sono quelli che muoiono per la Fede» (24).
Tuttavia, Mons. de Castro Mayer era tormentato e ricorse ancora ai lumi del suo fratello nell’episcopato.

«Come conciliare la Fede che si dice di professare, con una Messa che si allontana da questa Fede?» […] «Dopo la lettura dell’opuscolo che mi ha inviato [il Breve esame critico del NovusOrdo Missae] sono giunto alla convinzione che io in coscienza non posso seguire la nuova Messa. Si tratta di una radicalizzazione da parte mia o sono nella verità? Nella seconda ipotesi, posso permettere col mio silenzio che le mie pecore seguano la nuova Messa? Posso lasciarli nella buona fede? Col mio silenzio, non le ingannerei? Abbia la bontà e la benevolenza di dirmi qualcosa su tutte queste domande. Io la ringrazio vivamente. Preghi per me, carissimo Monsignore» (25).

La soluzione pratica si delinea a poco a poco, poiché i fatti sono quelli che sono e impongono una reazione proporzionata. Tuttavia, l’attitudine del vescovo di Campos rimase circospetta e misurata, ed egli prese tempo per riflettere, per soppesare i pro e i contro. 

«Eppure, la cosa è molto grave. Ci troviamo sulla strada verso una nuova Chiesa. Io penso che non possiamo accettare il nuovo [sic] Ordo. Nella mia diocesi io non dico niente ai preti che vogliono seguirla, perché la Santa Sede ha una giurisdizione diretta e immediata in omnes et singulos fideles; io penso che non è ancora arrivato il momento di denunciare pubblicamente l’orientamento eretico che si ritrova in molti documenti ufficiali e nelle attitudini delle più alte autorità ecclesiastiche. Sono io che esagero? Non credo. Ciò che lei dice sull’insegnamento nelle Università romane fa pensare ad un Onorio adattato a questi tempi. E’ Roma che spinge le anime all’eresia» […] «Mi sembra che noi non possiamo accettare tutti i documenti del Vaticano II. Ve ne sono di quelli che non possono essere interpretati secondo Trento e il Vaticano I. Lei che ne pensa?» (26).

Alla fine sarà presa la ferma decisione di rifiutare il Novus Ordo Missae di Paolo VI.
Mons. de Castro Mayer fa tradurre in portoghese e diffonde il Breve esame critico presentato dai Cardinali Ottaviani e Bacci a Paolo VI

«Mi sembra preferibile che scoppi lo scandalo prima che si stabilizzi una situazione per la quale si scivola nell’eresia. Dopo attenta riflessione, sono convinto che non si può partecipare alla nuova Messa e anche solo per assistervi si deve avere una ragione grave. Non si può collaborare alla diffusione di un rito che quantunque non eretico conduce all’eresia. E’ questa la regola che dò ai miei amici» (27).

Il seguito degli avvenimenti darà ragione a questa fermezza:

«E’ giunta qui una lettera dalla Svizzera che riferisce che Mons. Adam di Sion e Mons. di Friburgo hanno vietato [cioè “interdetto”] la Messa di San Pio V in tutte le chiese e cappelle delle loro diocesi, compresa la cappella del suo seminario. La lettera lo citava esplicitamente. E’ vero? Mi farebbe un gran favore dicendomi qualcosa sulla questione» (28).

Da parte sua, la Conferenza Episcopale del Brasile considerò Mons. de Castro Mayer come fautore di scisma, per il fatto che rifiutava il nuovo Ordo (29).
Mons. de Castro Mayer era quasi il solo a reagire ed era addolorato per la debolezza della resistenza intorno a lui. Sono soprattutto i laici che presero posizione, ma timidamente.

«Cioè senza approfondire la questione e lasciando sempre una porta aperta per un’eventuale ritirata. E’ l’impressione che si ricava da un articolo di Gustavo Corçao sul Globo e su O Estado di San Paolo. Plinio Correa de Oliveira, apparentemente neutro, ha fatto una messa a punto della questione sulla Fohla di San Paolo, in cui fa vedere i pericoli della nuova Messa» (30).

La nuova Messa rimane tuttavia una conseguenza, l’effetto derivante da un male più profondo. Mons. de Castro Mayer continua a vedere la radice di questo male nel modernismo iniziale del Vaticano II:

«Siamo in una situazione che la Chiesa non ha mai conosciuto nella storia. Io penso che noi non faremo alcunché di veramente valido se non strappiamo la maschera neomodernista a quelli che oggi guidano il popolo cristiano. Come farlo? E’ questo il nodo della questione» (31). […] «La responsabilità dei malanni di cui soffre la Chiesa ricade su un Concilio da cui è stata esclusa la filosofia scolastica» (32).

Questo giudizio non cambierà molto con gli anni.

«A mio avviso non abbiamo altra via d’uscita che l’attuazione del canone 1326, § 1: denunciare pubblicamente l’eresia instauratasi nella gerarchia, nei documenti ufficiali. E’ per questo che penso che il mezzo che abbiamo a disposizione è l’orazione, la preghiera. Noi dobbiamo condurre il popolo fedele alla preghiera continua per chiedere la preservazione della Fede nella Chiesa. Questo non significa che noi ammettiamo la possibilità del fallimento della Chiesa; significa che la Fede all’interno della Chiesa può affievolirsi in modo tale da giustificare le parole della Scrittura:quando tornerà il Figlio dell’Uomo, troverà la fede sulla terra?» (33).

Questa lotta è stressante per Mons. de Castro Mayer, che scrive:

«Per mantenere la buona dottrina e la mia autorità malgrado la sorda opposizione dei Missionari del Sacro Cuore, sono obbligato ad una continua tensione di spirito molto faticosa» (34). 

Con l’andare del tempo, egli diventò il bersaglio di una manovra sempre più sovversiva e odiosa:

«Mi sembra che il cerchio volto a farmi dimettere diventa sempre più stretto» (35); […] «Preti che si dimettono, processi presso il tribunale civile, diffamazioni sui giornali e infine una serie di misure persecutorie che richiedono una replica, perché è sempre la Fede che si cerca di deviare. Tutto questo ha occupato interamente il mio tempo e la guerra continua. Per fare il punto su questa questione: la tecnica attuale cerca di screditarci davanti al popolo, di fingere una reale volontà di dialogo e di conciliazione. Bisogna che noi si appaia come i soli testardi, orgogliosi che non cedono in niente perché avremmo il monopolio della verità. In questo clima, essi possono dichiarare dovunque che le Messe sono valide e lecite e per noi non è facile convincere del contrario il popolo semplice. Lei può immaginare le difficoltà che siamo costretti ad affrontare in ogni momento» (36).

Le defezioni sono una preoccupazione supplementare; a poco a poco Mons. de Castro Mayer e Mons. Lefebvre vedono assottigliarsi i ranghi intorno a loro. La defezione più clamorosa, giunta nel 1969, è quella di Mons. de Proença Sigaud (1909-1999), arcivescovo di Diamantina, in Brasile, e già segretario del Coetus al tempo del Concilio. In effetti, Mons. Sigaud prende posizione contro il vescovo di Campos in una conferenza stampa in cui attacca il suo libro sulla dottrina sociale della Chiesa. In seguito, in occasione dell’assemblea generale degli arcivescovi e dei vescovi del Brasile, egli «spinge calorosamente in avanti i preti sposati; non è ancora il matrimonio dei preti, ma il primo passo in quella direzione».
E il suo vecchio compagno di lotta conclude tristemente:

«Egli ha ricevuto la ricompensa: gli applausi della sinistra, Mons. Helder Camara incluso. Poco tempo prima, egli aveva promosso un corso in seminario per degli uomini e delle donne, un corso di preparazione dei ministri dell’Eucarestia, che è il nome con cui si chiamano quelli e quelle che ricevono il potere di distribuire la Comunione. Mons. Sigaud ha promosso questo corso contro la volontà della maggioranza del suo clero!» (37).

L’anno seguente, Mons. de Castro Mayer riferisce che Mons. Sigaud «ha fatto un decreto per l’introduzione della nuova Messa nella sua diocesi» (38).
Mons. Lefebvre e Mons. de Castro Mayer si ritroveranno dunque molto presto da soli, già negli anni settanta, soli come lo saranno in seguito nella giornata storica del 30 giugno 1988.
L’applicazione del Concilio fu una lunga guerra d’usura che mise alla prova la perseveranza dei combattenti della prima ora, insieme alla loro fedeltà alle posizioni assunte fin dall’inizio.

Queste posizioni iniziali, assunte nei confronti sia del Concilio sia del Novus Ordo, non cambieranno. Esse troveranno la loro completa espressione nella Lettera aperta che i due prelati indirizzeranno al Papa Giovanni Paolo II il 21 novembre del 1983 (39).
I fatti dimostrano che questa battaglia non ebbe inizio nel 1969 con la nuova Messa; essa fu la continuazione della battaglia intrapresa dal Coetus Internationalis Patrum al Concilio.
Mons. Lefebvre e Mons. de Castro Mayer ebbero fin dall’inizio la preoccupazione di difendere la Fede dei fedeli contro gli errori del Concilio con degli atti ancor più che con delle parole. E la loro attitudine era retta da una grande prudenza: le posizioni che essi assumeranno nei confronti della nuova Messa e del Papa si preciseranno a poco a poco.

Un capo di Stato, che avrebbe potuto meritare di più dal suo paese, ha avuto la lungimiranza di dire almeno che «la chiarezza e la fermezza sono sempre capacità supreme».
Il grande merito di Mons. Lefebvre e di Mons. de Castro Mayer fu quello di avere avuto fin dall’inizio questa capacità davvero suprema, la quale per loro fu il frutto evidente della buona ispirazione dello Spirito Santo. La loro chiarezza e la loro fermezza si fecero sentire non solo nei confronti degli errori, ma anche nei confronti dei fautori di questi errori, al cospetto dei Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II, i principali artefici di questa «Chiesa conciliare».

Sta in questo, tutto l’esempio che per noi deve rappresentare l’atto del 30 giugno 1988.


Don Jean-Michel Gleize, FSSPX (Courrier de Rome, n° 610, maggio 2018 - articolo ripreso da unavox.it



NOTE

1 – Lettera inviata a Mons. Lefebvre il 21 maggio 1968 e conservata negli archivi del seminario di Ecône.
2 - Archivi del seminario di Ecône; dossier conservato con l’etichetta E 05-01 nell’ufficio di Mons. Lefebvre. Tutte le lettere che citiamo sono estratte da questo dossier. Indichiamo con «L» le lettere di Mons. Lefebvre a Mons. de Castro Mayer e con «CM» quelle di Mons. de Castro Mayer a Mons. Lefebvre.
3 - CM, 21 maggio 1968.
4 - CM, 27 febbraio e 21 maggio 1968; L, 28 maggio 1968.
5 - CM, 29 giugno 1968; 7 marzo 1969.
6 - CM, 4 agosto 1968; 29 giugno 1968; 1 ottobre 1968.
7 – CM, 20 febbraio 1969.
8 – CM, 7 marzo 1969.
9 – CM, 28 gennaio 1969.
10 – L, 28 gennaio 1969 (lettera indirizzata a Mons. Sigaud e comunicata a CM).
11 – CM, 20 febbraio 1969.
12 – CM, 7 marzo 1969.
13 - CM, 1 ottobre 1968.
14 - CM, 1 ottobre 1968.
15 - CM, 26 gennaio 1969. 
16 – CM, 26 gennaio 1969.
17 – CM, 12 dicembre 1968.
18 - CM, 26 gennaio 1969.
19 - CM, 26 gennaio 1969.
20 - L, 2 febbraio 1969.
21 – CM, 12 dicembre 1968; 26 gennaio 1969; 2, 4 e 20 febbraio 1969; 27 aprile 1969; 28 maggio 1969; 1 giugno 1969.
22 – CM, 2 e 4 febbraio 1969.
23 - CM, 5 ottobre 1969.
24 - CM, 6 ottobre 1969.
25 - CM, 12 ottobre 1969.
26 - CM, 8 dicembre 1969.
27 - CM, 29 gennaio 1970.
28 - CM, 10 febbraio 1973.
29 - Ibidem.
30 - CM, 29 gennaio 1970.
31 - CM, 7 settembre 1970.
32 - CM, 10 febbraio 1973.
33 - CM, 5 ottobre 1983.
34 - CM, 5 ottobre 1969.
35 - CM, 3 febbraio 1972.
36 - CM, 5 ottobre 1983.
37 - CM, 5 ottobre 1969.
38 - CM, 29 gennaio 1970.
39 - Riprodotta nella rivista Fideliter n° 36 del novembre-dicembre 1983.