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Giuditta, il racconto

La pietà cristiana ha sempre visto nell’eroina ebrea Giuditta una figura dell’Immacolata, immune da ogni contagio di peccato e trionfatrice sul serpente infernale. Dopo che Giuditta ebbe mostrato al popolo la testa del generale, tutti l’acclamarono come liberatrice e la colmarono di applausi e benedizioni, che la Liturgia applica all’Assunta, debellatrice di ben altro nemico: Satana. 

La storia di Giuditta 

Oloferne, capo supremo della milizia del re degli Assiri, Nabucodonosor, ricevette l’ordine di conquistare tutte le città dell’occidente che avevano disprezzato l’impero del re. 
E partì, egli e tutto l’esercito, con le quadrighe ed i cavalieri e gli arcieri, che coprivano la faccia della terra come locuste. (3, 11) 

Oloferne espugnò numerosissime città fortificate, depredò tutte le ricchezze dei vari popoli e divenne così temuto che ottenne la resa dei re e principi della Mesopotamia, della Siria di Sobal, della Libia e della Cilicia; ma nonostante fosse accolto benignamente da questi popoli, Oloferne distrusse le loro città e tagliò tutti i boschi sacri, avendogli comandato Nabucodonosor di sterminare tutti gli dèi della terra per essere adorato lui solo come un dio. 
Udendo queste cose i figli d’Israele, che abitavano nella terra di Giuda, ebbero di lui una gran paura (4, 1) E tutto il popolo gridò al Signore con gran fervore, e s’umiliarono in digiuni ed orazioni, gli uomini e le donne (4, 8). 
Oloferne venne a sapere che i figli d’Israele si stavano preparando alla resistenza, procurandosi provviste e sbarrando i passi dei monti. Preso dalla collera, volle subito sapere chi fosse questo popolo che osava sfidare il suo potere, e ricevette risposta da Achior, capo di tutti gli Ammoniti, il quale rivelò che il popolo d’Israele era protetto dal loro Dio, il quale sconfisse innumerevoli eserciti senza che la gente sapesse adoperar le armi. 
Oloferne, indignatosi con Achior, lo mandò insieme ai figli d’Israele, pensando di uccidere lui allo stesso modo degli abitanti di Betulia. 
Il giorno seguente, Oloferne ordinò ai suoi eserciti di assediare la città di Betulia, e consigliato dai figli di Ammon e Moab, pose cento uomini a guardia di ciascuna fonte d’acqua. Essendo durata già da venti giorni questa guardia, furon vuote le cisterne e le conserve d’acqua per tutti gli abitanti di Betulia, così che non v’era in città di che dissetarsi nemmeno per un giorno, e l’acqua veniva data a misura al popolo ogni giorno. (7, 11) 

Allora si radunò il popolo e decise insieme al capo della città Ozia, di resistere altri cinque giorni, prima di arrendersi ad Oloferne. 
Or queste cose giunsero all’orecchio di Giuditta vedova ormai da tre anni e sei mesi (8, 1, 4)Portava ai fianchi un cilizio e digiunava tutti i giorni della sua vita, eccetto i sabati, i noviluni e le festività del popolo d’Israele. Era poi bellissima di aspetto, ed il marito le aveva lasciato molte ricchezze, copiosa servitù, e delle possessioni con grandi armenti di bovi e greggi di pecore. Era tenuta in gran stima perché molto temeva il Signore, e non v’era chi dicesse a carico di lei una sola parola. (8, 6 - 8). 
Quando seppe la decisione presa da Ozia e dai principi della città di Betulia, di consegnare la città entro cinque giorni, disse: “cos’è questa risoluzione di consegnare la città se entro cinque giorni non avrete ricevuto soccorso? Chi siete voi che tentate il Signore? Voi avete assegnato il tempo alla misericordia del Signore, e di vostro arbitrio gli avete prefisso il giorno. Ma siccome il Signore è paziente, pentiamoci di questa cosa, e con profuse lacrime domandiamo il suo perdono.”. Parlando così, ricordò ai principi dei loro padri, che furon tentati affinché nella prova dimostrassero di temere il Signore: coloro i quali come Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosé dopo tante tribolazioni rimasero a Lui fedeli, rimasero nell’amicizia con Dio; mentre quelli che nei castighi levarono contro il Signore la loro impazienza, furono sterminati dai serpenti. Ozia e gli anziani trovarono quelle parole veritiere, e Giuditta continuò, proponendo loro di pregare per lei, che quella notte avrebbe attuato un piano per salvare la città. Ottenuta l’approvazione di Ozia, Giuditta tornò nella sua dimora, si vestì con il cilicio e, cosparso il capo di cenere, pregò: “Signore Dio di Simeon mio padre, che gli desti la spada per castigar gli stranieri i quali nella loro immondezza avevano violata e oltraggiata con sua confusione una vergine (...) Alza il tuo braccio come da principio, e spezza con la tua forza la forza loro. (...) Dà all’animo mio fermezza per disprezzarlo, e forza per abbatterlo. Sarà invero un monumento al tuo nome, che la mano di una donna l’abbia atterrato. La tua potenza, Signore, non sta nel numero; sin da principio i superbi non ti piacquero, e sempre invece ti piacque la preghiera degli umili e dei mansueti. (...) poni Tu le parole nella mia bocca, e rafforza nel mio cuore la risoluzione, affinché la casa tua rimanga a Te consacrata, e tutte le genti riconoscano che Tu sei Dio, e non ve n’è altri fuori di Te (9, 2-19)” 

Finito di pregare, si lavò, si profumò, si vestì degli abiti da festa e si ornò con gioielli e tutti i suoi ornamenti. Il Signore le aggiunse splendore e accrebbe la sua bellezza per via delle virtù di lei, affinché agli occhi di tutti apparisse un incomparabile splendore. Giuditta poi chiamò una sua ancella e le diede ciò di cui si sarebbe cibata: un vaso di vino, uno d’olio, farina, fichi secchi, pane e cacio. Poi, pregando il Signore, partì dalla città. 

Imbattutasi in due esploratori assiri, Giuditta disse di voler incontrare Oloferne, per svelare in che modo il generale avrebbe potuto conquistare la città senza perdere uno solo dei suoi soldati. Quegli uomini, persuasi dalle sue parole e contemplando la bellezza della donna, la accompagnarono da Oloferne, il quale rimase a sua volta incantato. Domandatole il motivo per il quale avesse abbandonato la sua città, Giuditta rispose: “I figli d’Israele hanno peccato e hanno offeso Dio; costretti dalla fame si sono cibati di vivande proibite e hanno profanato le cose sacre. Il Signore mi ha mandato a riferirti queste cose. Io infatti rimanendo qui adorerò Dio, ed Egli mi dirà quando farà scontare loro il loro peccato, ed io te lo riferirò, così che tu potrai passare in mezzo a Gerusalemme senza che nessuno ti si ribelli, perché queste cose mi sono state rivelate.” Oloferne credette alle parole di Giuditta, e la ospitò in una tenda offrendole cibo, ma Giuditta rifiutò, dicendo che si sarebbe cibata delle sole cose che aveva portato con sé. Le fu poi dato il permesso di uscire di notte per tre giorni a pregare il Signore. Essa usciva, la notte, nella valle di Betulia, e si lavava ad una fonte. Poi, ritornando, pregava il Signore Dio d’Israele che dirigesse la sua impresa alla liberazione d’Israele. E rientrata, si serbava monda nella sua tenda, sinché la sera prendeva il suo cibo (12, 7-9). 

Il quarto giorno, Oloferne diede un banchetto, sperando di possedere Giuditta, la quale sempre si era sottratta alle sue attenzioni. Questa volta, Giuditta si ornò delle sue vesti e si unì al banchetto. Oloferne, felice della presenza di lei, dette sfogo alla sua gioia bevendo vino senza misura, insieme ai suoi ministri. La sera, tutti gravati dal vino, se ne tornarono nelle loro stanze, lasciando Oloferne solo con Giuditta. Oloferne giaceva sul letto, oppresso dal sonno per l’ebbrezza. Giuditta allora ordinò all’ancella che rimanesse di guardia davanti alla camera. Quindi, stando davanti al letto, movendo silenziosamente le labbra, pregò il Signore: “Dammi coraggio, Signore Dio di Israele, e guarda in questo momento a ciò ch’io sto per fare, acciò, secondo la tua promessa, tu risollevi Gerusalemme tua città, ed io conduca a termine quel che con il tuo aiuto ho creduto di poter fare”. Detto ciò, si avvicinò al letto e, presa la spada di Oloferne, lo colpì due volte sul collo, tagliandogli la testa e rovesciando per terra il corpo di lui. Poi, diede alla sua ancella il capo di Oloferne, e glielo fece mettere nel suo sacco. 

Tutte e due uscirono al solito, come per andare a pregare, e girando la valle giunsero alla porta della città. Entrate, il popolo si strinse intorno a Giuditta, che disse: “Date lode al Signore nostro, che non ha abbandonato quelli che speravano in Lui, e ha ucciso stanotte per mia mano il nemico del popolo suo” (13, 17-18) Poi, tirato fuori il capo di Oloferne, lo mostrò a loro e disse: “Il Signore Dio nostro per mano d’una femmina l’ha percosse; Egli non ha permesso che io sua serva fossi contaminata, ma senza macchia di peccato m’ha resa a voi, festante della sua vittoria, della mia incolumità, e della vostra liberazione” (13, 19-20). 

Allora tutti adorarono il Signore, e lodarono Giuditta; ella diede ordine che la testa di Oloferne fosse sospesa sulle mura della città, e il popolo si armasse e uscisse impetuosamente, come per voler combattere i nemici, ma senza avvicinarsi. Il popolo fece come gli era stato ordinato. Gli esploratori di Oloferne corsero al suo padiglione, e i ministri entrarono per svegliarlo, ma trovarono il cadavere che giaceva per terra, in un lago di sangue. Così gridarono: “Una sola donna ebrea ha messo sottosopra la casa del re Nabucodonosor; ecco che Oloferne è steso per terra col capo tagliato”. Allora gli assiri persero la ragione e il senno, e spinti solo dallo spavento cercarono salvezza nella fuga, e fuggivano sparpagliati mentre i figli d’Israele li inseguivano uniti, uccidendone quanti ne trovavano. Trenta giorni bastarono al popolo di Israele per raccogliere tutte le ricchezze di Oloferne e, per volere di tutto il popolo, esse vennero date a Giuditta. 

Per tre mesi fu celebrata con Giuditta la festa di questa vittoria. Passato quel tempo, tornarono tutti alle loro case, e Giuditta era grande in Betulia, e la più illustre in tutto Israele. Univa anche al valore la castità, non avendo più conosciuto uomo in tutta la vita dacché le morì il marito Manasse. Abitò nella casa del marito fino a centocinque anni, poi morì. E tutto il popolo la pianse per sette giorni. Sicché ella visse, non vi fu chi turbasse la pace di Israele, e così per molti anni dopo la sua morte.(16, 24-30) 

 


Veronica Tribbia

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