Nuova immagine

Nuova immagine

Nuova immagine

Home / Approfondimenti / La crisi attuale della Chiesa cattolica: domande e risposte / La crisi attuale della Chiesa cattolica: domande e risposte/4

La crisi attuale della Chiesa cattolica: domande e risposte/4

Quando ha avuto luogo il Concilio Vaticano II (CVII)?

Il Vaticano II fu indetto da Papa Giovanni XXIII l'11 ottobre 1962. Giovanni XXIII morì l'anno successivo, ma il suo successore Paolo VI proseguì il Concilio e lo concluse l'8 dicembre 1965.

 

In che cosa il CVII differisce dai concili precedenti?

Il CVII ha dichiarato di voler essere un concilio pastorale, che non dirimesse questioni di fede né condannasse errori contro la dottrina, ma che fornisse direttive pastorali per la vita della Chiesa. Rinunciò alla definizione dei dogmi e, così, all'infallibilità di cui ordinariamente gode un concilio. I suoi documenti quindi non sono infallibili.

 

La pastoralità del CVII è connotata dall'adattamento della Chiesa al nostro tempo?

Tutti i concili hanno adattato la Chiesa al loro tempo, ma lo hanno fatto anatemizzando gli errori correnti, sanzionando le deviazioni disciplinari o morali dell'epoca, armando la Chiesa contro i suoi nemici. L'adattamento non mirava a conformarsi al secolo, ma a meglio resistergli. Non si trattava di piacere al mondo, ma di affrontarlo e di vincerlo, per piacere a Dio. Giovanni XXIII e Paolo VI hanno cercato, al contrario, di rendere la Chiesa più attraente per l'uomo moderno.

 

Quale fu l'influenza di questo Concilio sulla crisi della Chiesa?

Le forze liberali e moderniste che già minacciavano la Chiesa sono riuscite a mettere le mani sul CVII. Quindi possiamo dire che il CVII è stata la scintilla che ha fatto scoppiare una crisi che già si preparava da lunga data nella Chiesa.

 

A quando possiamo far risalire le origini di questa crisi?

San Pio X costatava, già nell'enciclica Pascendi, che il modernismo non era più un nemico esterno alla Chiesa, ma che era penetrato all'interno, benché i suoi adepti nascondessero ancora le loro vere intenzioni.

 

In che modo i liberali misero le mani sul Concilio?

Grazie al sostegno di Giovanni XXIII e di Paolo VI, le forze liberali e neomoderniste introdussero nei testi del Concilio un gran numero delle loro idee. Prima del Concilio, la commissione preparatoria aveva predisposto con cura degli schemi che erano l'eco della fede di sempre della Chiesa. È a partire da questi schemi che avrebbe dovuto aver luogo la discussione, ma essi furono respinti durante la prima sessione del Concilio e sostituiti da nuovi schemi preparati dai liberali.

 

Non ci sono stati dei difensori della dottrina tradizionale al Concilio?

Al CVII ci fu un gruppo di circa 250 vescovi decisi a difendere la Tradizione della Chiesa, che formavano il Caetus Internationalis Patrum, il gruppo dei padri conciliari di orientamento tradizionale. Ma sul fronte opposto si era già costituito, perfettamente organizzato, un gruppo di cardinali e vescovi liberali che sono stati definiti l'alleanza renana (poiché i dirigenti di quel gruppo liberale erano quasi tutti di diocesi sulle rive del Reno).

 

I novatori erano in maggioranza?

Come in ogni processo rivoluzionario, anche in questo caso alla testa non c'era una maggioranza, ma una minoranza attiva e ben organizzata. La maggioranza dei vescovi era indecisa e altrettanto pronta a seguire i vescovi conservatori. Ma quando videro che i dirigenti dell'alleanza renana erano amici personali del Papa e che alcuni di loro (i cardinali Dipfner, Suenens e Lercaro) erano perfino stati designati moderatori del Concilio, si rassegnarono a seguirli.

 

I testi del CVII non sono quindi rappresentativi di ciò che pensava la maggioranza dei vescovi all'apertura del Concilio?

Un teologo del partito progressista, Hans Kung, un giorno espresse la propria gioia per i fatto che al Concilio si era realizzato il sogno di una piccola minoranza: “Nessuno di quelli che sono venuti qua per il Concilio tornerà a casa sua come era prima. Personalmente, non mi sarei mai aspettato che i vescovi parlassero in modo così audace e così esplicito nell'aula conciliare”.

 

Chi è il teologo Hans Kung?

Hans Kung, dopo il Concilio, ha manifestato pienamente quale fosse il suo orientamento in materia di fede. Oltre che l'infallibilità pontificia e la divinità di Cristo, questo teologo nega la maggior parte dei dogmi cristiani, in modo che perfino nel clima di apertura postconciliare gli è stata ritirata da parte dell'autorità l'autorizzazione per insegnare nelle università cattoliche.

 

Ci sono stati altri teologi progressisti che esercitarono un'influenza sul CVII?

Il gesuita Karl Rahner (1904-1984), pur essendo più prudente e meno esplicito, ha diffuso nelle sue opere delle tesi analoghe a quelle di Kung. Il Sant'Uffizio aveva dovuto, fin dal 1949, imporgli il silenzio su certe questioni. Eppure sul CVII ebbe un'influenza immensa; Ralph Wilgten lo definrà perfino il teologo più influente del Concilio.

 

I testi del CVII sono tutti da respingere?

I testi del CVII contengono certamente la ripetizione di alcune dottrine tradizionali, ma si contraddistinguono per le numerose ambiguità e per un certo numero di errori espliciti contro dottrine già definite dal Magistero della Chiesa.

 

Da dove proviene il carattere ambiguo di certi testi del CVII?

Gli equivoci sono stati introdotti nei testi conciliari per non suscitare una reazione contraria da parte dei vescovi conservatori. Dei testi troppo apertamente eterodossi e troppo esplicitamente in opposizione con l'insegnamento tradizionale della teologia li avrebbero infatti spinti più facilmente a rifiutarli, mentre delle espressioni ambigue rendevano più difficile rendersi conto di tale opposizione. Inoltre si cercava spesso di rassicurare i conservatori dicendo loro che in realtà, nonostante il linguaggio nuovo, in quei testi non si diceva nulla di nuovo rispetto a quanto la Chiesa aveva sempre insegnato; ma in seguito fu possibile basarsi proprio su quei passaggi per difendere delle tesi del tutto eterodosse.

 

Esistono prove che le ambiguità siano state introdotte volontariamente?

Rahner e Vorgrimler lo confermano, ad esempio, quando scrivono che hanno “lasciato aperto un certo numero di questioni teologiche importanti sulle quali non si riusciva a trovare un accordo, scegliendo delle formulazioni che al Concilio potessero essere interpretate in modo differente da gruppi e tendenze teologiche particolari”.

 

Quali sono le dottrine presenti nei testi del CVII che non sono conciliabili con l'insegnamento tradizionale del Magistero della Chiesa?

Le principali dottrine presenti nei testi del CVII che non sono conciliabili con l'insegnamento tradizionale del Magistero della Chiesa sono tre:

1.quella sulla libertà religiosa;

2.quella sull'ecumenismo;

3.quella sul doppio soggetto del potere supremo nella Chiesa, che conduce al principio della collegialità episcopale.

[…] In modo più generale, si riscontra nei testi conciliari la tendenza a voler riconciliarsi con lo “spirito del mondo”.

 

Ma allora se il CVII non è infallibile e si è voluto soltanto pastorale, perché le autorità attuali della Chiesa tengono tanto a questo Concilio e pretendono che tutti i cattolici lo accettino?

In effetti, il CVII è, fin dall'inizio, oggetto di un'attitudine ambivalente. Durante il Concilio si è insistito sul suo carattere pastorale evitando di esprimersi con precisione teologica; ma, successivamente, gli si è voluta dare un'autorità uguale o persino superiore a quella dei concili precedenti. Questo atteggiamento ambivalente è stato denunciato da Mons.Lefebvre fin dal 1976: “E' dunque indispensabile demitizzare questo Concilio che essi hanno voluto pastorale a causa del oro istintivo orrore per il dogma, e per facilitare l'introduzione ufficiale, in un testo della Chiesa, delle idee liberali. Ma, finita l'operazione, essi dogmatizzano il Concilio, lo paragonano a quello di Nicea, sostengono che è simile agli altri, se non superiore!”.

 

Don Matthias Gaudron (Catechismo della crisi nella Chiesa)