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Fede e Tradizione

“Tradizionalisti”: è così che spesso sono chiamati i cattolici che si oppongono a certe dottrine imposte alla Chiesa dall’ultimo Concilio. Ma cos’è dunque questa Tradizione, punto di riferimento a cui si è così attaccati fino ad opporsi alle più alte autorità della Chiesa? 

Che Cos’è la Tradizione? 

Essa si può definire come l’insegnamento di Gesù Cristo e degli apostoli fatto a viva voce e trasmesso dalla Chiesa fino a noi senza nessuna alterazione.

Gesù ha predicato senza scrivere nulla di sua mano e gli apostoli hanno trasmesso di viva voce il suo insegnamento. Unicamente qualche anno dopo l’Ascensione di Gesù hanno scritti i Vangeli, come un riassunto della loro predicazione.

Ne risulta che la Tradizione è una fonte della Rivelazione. Essa precede la Sacra Scrittura e ne è all’origine.

Gli scrittori sacri, strumenti umani ispirati da Dio, attingono le loro conoscenze da ciò che hanno essi stessi ascoltato da Gesù o dagli apostoli. San Luca comincia così il suo Vangelo:«Poiché molti hanno intrapreso ad esporre ordinatamente la narrazione delle cose che si sono verificate in mezzo a noi, come ce le hanno trasmesse coloro che da principio ne furono testimoni oculari e ministri della parola, è parso bene anche a me, dopo aver indagato ogni cosa accuratamente fin dall’inizio, di scrivertene per ordine, eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate». Gli eventi che si sono verificati e di cui san Luca si accinge a scrivere, sono stati prima trasmessi a viva voce da «testimoni oculari e ministri della parola». La Tradizione è quindi anteriore alla Sacra Scrittura e il suo campo è più vasto. Gesù rimase quaranta giorni con i suoi apostoli, dopo la resurrezione, per parlare con loro «delle cose riguardanti il regno di Dio».

San Giovanni termina il suo Vangelo con delle parole molto chiare che indicano che i Vangeli non sono che un riassunto della Rivelazione cristiana: «Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù fece, che se fossero scritte ad una ad una, io penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si potrebbero scrivere».

La Tradizione, sorgente della Rivelazione, è distinta dalla Sacra Scrittura e merita la stessa fede di essa. San Paolo ce lo indica quando scrive ai Tessalonicesi: «Fratelli, state saldi e ritenete fermamente le tradizioni che avete imparato da noi di viva voce o per lettera».Oppure quando ammonisce Timoteo: «Le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri».

Le verità della fede prima predicate, sono state trasmesse dalla Chiesa nei simboli della fede, nelle definizione dei concili e negli atti dei Papi. La Rivelazione ci è trasmessa anche dalle opere dei primi scrittori cattolici, i Padri apostolici e i primi teologi, eco fedele della fede della Chiesa. La stessa liturgia ce la trasmette poiché lex orandi, lex credendi (la legge della preghiera è la legge della fede), e cosi anche l’arte cristiana. Gli affreschi e i graffiti che si ritrovano nelle catacombe manifestano che i primi cristiani avevano la stessa nostra fede, per esempio, circa la santa Eucaristia, la preghiera per i defunti, la venerazione dei martiri, il primato di Pietro.

La conformità di una dottrina alla Tradizione è un criterio di verità

La fedeltà all’insegnamento della Tradizione è stato sempre un criterio di verità contro gli errori e le eresie che sono sorte durante il corso dei secoli.

Origene, già nel terzo secolo diceva: «Gli eretici allegano le Scritture. Noi non dobbiamo credere alle loro parole né staccarci dalla tradizione primitiva della Chiesa, ne credere altra cosa che ciò che è stato trasmesso ininterrottamente nella Chiesa di Dio». Il magistero della Chiesa, esercitato dal Papa e dai Vescovi riuniti in concilio o dispersi nelle loro diocesi – infallibile nelle condizioni definite della Chiesa – è l’interprete della Tradizione. È lui che ci testifica ciò che fa parte del deposito rivelato e che ce lo trasmette. Ma non potrà mai cambiare tale deposito, cioè non potrà mai affermare che ciò che è già stato dichiarato rivelato da Dio non lo sia più o che lo siano dottrine che lo contraddicono. Il Concilio Vaticano I ci ricorda infatti che: «Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro perché facciano conoscere sotto la sua ispirazione una nuova dottrina, ma perché, con la sua assistenza, conservino santamente ed espongano fedelmente la Rivelazione trasmessa degli apostoli cioè il deposito della fede». È molto importante ricordarci questa dottrina messa in dubbio dai protestanti. Per essi solo la Sacra Scrittura ha valore come se prima che gli Apostoli scrivessero il Nuovo Testamento il cristianesimo non esistesse. Le caratteristiche della Tradizione ne fanno l’interprete della Sacra Scrittura stessa che deve essere detta la luce dell’insegnamento constante della Chiesa sotto pena di cadere negli errori. I protestanti che ammettono il principio del libero esame cadono irrimediabilmente nell’interpretazione soggettiva e sono divisi oggi in migliaia di sette.

Figlio dell’eresia protestante nel suo soggettivismo è il modernismo. Esso afferma che le verità della fede, i dogmi, sono solo formule destinate a tradurre il sentimento religioso che è in noi. Poiché questo sentimento è qualche cosa di mutevole e dipende dalle circostanze e dalle epoche, esso è soggetto a trasformazione. Ne segue che le formule che lo esprimono, i dogmi di fede, possono cambiare con esso. Questa dottrina erronea e già condannata dal Papa San Pio X nella sua enciclica Pascendi, ha ispirato i cambiamenti dottrinali realizzati dall’ultimo concilio [cioè il Concilio Vaticano II, ndr]. Esso ha come tagliato la radice che doveva legarlo all’insegnamento tradizionale della Chiesa, su dei punti ben precisi come l’ecumenismo o la libertà religiosa.

Una nuova concezione del magistero

Questi cambiamenti sono fatti in nome di una nuova concezione del “magistero vivente” secondo la quale la Chiesa potrebbe insegnare oggi il contrario di ciò che essa ha insegnato durante venti secoli di storia e pretendere allo stesso tempo di essere in continuità con il magistero precedente. Si pretende di giustificare tale novità invocando il fatto che i tempi e le circostanze sono cambiate. Così il Concilio Vaticano II sarà in continuità con gli altri concili, la nuova messa in continuità con la Messa tradizionale. Questo concetto di magistero vivente e mutevole, si ispira della dottrina modernista ed è contrario alla fede cattolica.

Per questo Monsignor Lefebvre lo ha rigettato e combattuto con tutte le sue forze. Fu ciò che gli valse la condanna della “chiesa ufficiale”. Nel motu proprio Ecclesia Dei afflicta del 12 luglio 1988 lo si accusa di avere una nozione incompleta e contraddittoria della tradizione. Incompleta perché «non tiene sufficientemente conto del carattere vivente della tradizione». Tradizione vivente significa, per il magistero conciliare, che si possono tranquillamente affermare come tradizionali, dottrine condannate dal magistero precedente. La libertà religiosa, per esempio, che è in piena contraddizione con l’enciclica Quanta cura del Papa Pio IX. O ancora la dottrina sull’ecumenismo, condannato dall’enciclica Mortalium animos di Pio XI. Tutto ciò non è conforme al vero concetto di Tradizione, né alla fede cattolica. Essa infatti non dipende delle circostanze di luogo e di tempo, ma è immutabile.

Quello che il magistero della Chiesa ha definito come vero e appartenente al deposito rivelato non potrà mai essere cambiato da questo stesso magistero. La verità rivelata non è soggetta a circostanze di luogo e di tempo. «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno mai», dice Gesù.

La fedeltà alla Tradizione ci dà dei criteri di azione nella crisi della Chiesa di oggi: ogni volta che si constata una contraddizione tra l’insegnamento attuale e il magistero costante della Chiesa siamo in diritto di affermare che non si tratta di un insegnamento infallibile né di un vero magistero poiché vi è rottura con la Tradizione.

È questo che fonda la legittima resistenza dei cattolici all’autorità: l’attaccamento, non a delle idee personali, ma all’insegnamento bimillenario della Chiesa in materia di fede, insegnamento che nessuno potrà mai cambiare.

Non si può quindi essere cattolici se non si è attaccati con tutto il proprio essere alla Tradizione della Chiesa, espressione della fede rivelata da Nostro Signore e trasmessa degli apostoli.

 

Don Pierpaolo Petrucci (La Tradizione cattolica)