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Mentalità da sconfitti

Da mezzo secolo si è molto discusso sulla libertà religiosa e sulle novità proposte dal Vaticano II. Il tema è stato affrontato teologicamente, filosoficamente, sociologicamente ecc. Però mi sembra interessante - anzi sintomatico - riflettere su ciò che le innovazioni rivelano sulla psicologia degli uomini che le hanno promosse e realizzate.

Perché gli uomini del Concilio hanno modificato la fede cattolica su parecchi punti?

A prima vista, sembrerebbe perché la dottrina ammessa finora era più o meno falsa. Questa spiegazione tuttavia è contraddetta dalla posizione ufficiale della Santa Sede: secondo la Roma attuale, il Vaticano II non intendeva derogare per niente alla dottrina insegnata fino a quel momento. Come indicato espressamente nella Dignitatis humanae, questa libertà religiosa “lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo.”

Se nella pratica si voltano le spalle a una tesi qualunque, sarà sia perché si è scoperto che essa era falsa, sia perché, sapendo che è vera, si decreta che essa non corrisponde più alla situazione presente. Poiché, secondo lo stesso concilio Vaticano II, la dottrina precedente rimaneva teoricamente vera ma non si doveva più cercare di applicarla, ciò significava che era ormai impossibile da attuare.

La maggioranza degli uomini del concilio non ha stimato che la dottrina tradizionale fosse falsa: ha solo pensato che essa non poteva più servire a nulla, che era inattuabile, troppo “ideale”. Ha quindi inventato una nuova dottrina, puramente umana, nella convinzione che avrebbe funzionato meglio della dottrina cattolica. Perché gli uomini del Concilio hanno agito in questo modo? Perché avevano perso fiducia nel soccorso di Dio, perché erano scoraggiati, demoralizzati, perché non credevano più che la vittoria fosse possibile. Dalla Rivoluzione francese la Chiesa aveva lottato con tutte le sue forze per ricristianizzare la società: se non c' era riuscita, pensavano gli uomini del Concilio, questo significava che fosse impossibile.

Pusillanimi, disperati dagli insuccessi apparenti, gli uomini del Concilio hanno scelto di transigere, di inventare un compromesso tra la dottrina cattolica e i dogmi della modernità. Finora, su ordine di Cristo (“Andate, ammaestrate tutte le nazioni…”), si trattava di lavorare per cristianizzare gli uomini e le società, per elevarli all’ordine soprannaturale. D’ora in poi, in questa nuova ottica disfattista, i cristiani si sarebbero accontentati di sollecitare umilmente dal mondo il favore di non essere impediti a vivere privatamente secondo le leggi di Cristo. E ciò che ha dichiarato Paolo VI nel suo messaggio ai governanti : “Che cosa [vi] chiede [la Chiesa] oggi? Ve l’ha detto in uno dei suoi testi principali di questo Concilio: non vi chiede altro che la libertà. La libertà di credere.”

Lo stesso spirito ha ispirato la recente esortazione sul matrimonio. Poiché molti cristiani, a loro dire, non possono più rispettare l’ideale (supposto inaccessibile anche con la grazia) del sacramento del matrimonio, hanno inventato una teoria secondo la quale ci sarebbero nelle “unioni irregolari” tracce dell’amore di Dio, che basterebbero più o meno alla salvezza dei concubini.

Il Concilio Vaticano II ci è stato presentato come una nuova Pentecoste, l’alba di un’espansione della Chiesa, un torrente di audacia e di energia proprio in linea con gli anni ’60. Come diceva Paolo VI chiudendo il Vaticano II il 7 settembre 1965: “Il suo atteggiamento [del concilio] è stato molto e volutamente ottimista.” La realtà era meno brillante: gli uomini del Concilio avevano una mentalità da sconfitti, da vinti in anticipo. Erano in verità disfattisti, “losers” come si direbbe oggi. I passi da fare sembravano loro troppo grandi perché la loro fede era troppo debole. Avevano già rinunciato alla lotta, non credendo più nella vittoria di Cristo.

Da parte nostra, rifiutiamo questo spirito fatalista del Vaticano II, non certo perché siamo più furbi di coloro che ci hanno preceduti, ma semplicemente perché crediamo nella grazia, nella potenza e nell’efficacia della grazia di Cristo, nella forza della verità. È questo che ci chiedeva solennemente Mons. Lefebvre nella predica del suo Giubileo sacerdotale di 1979:

Vogliamo che Nostro Signore regni. (…) Questo non è impossibile, o altrimenti bisogna dire che la grazia del Santo Sacrificio della messa non è più la grazia, che Dio non è più Dio, che Nostro Signore Gesù Cristo non è più Nostro Signore Gesù Cristo. Bisogna confidare nella grazia di Nostro Signore, perché Nostro Signore è onnipotente. Io ho visto questa grazia all’opera in Africa, non c’è nessuna ragione perché non sia così sollecita anche qui, nei nostri paesi.

 

Don Christian Bouchacourt (sanpiox.it) 

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