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Orazione attribuita a Sant'Agostino

Questa splendida preghiera, attribuita a Sant’Agostino, è ricavata dal Messale Mozarabico e di composizione nettamente medioevale. Vedi “Dictionnaire d’Archèologie Chrètienne”, Tom. V, col. 1633. Si attribuisce la sua inserzione nel Messale Romano a Urbano VIII (+ 1644).

 

Innanzi a te, o Signore, portiamo le nostre colpe e le piaghe ricevutene.

Se pensiamo al male fatto, è molto meno ciò che soffriamo, di quanto meritiamo.

E’ assai più grave ciò che commettemmo, di quanto soffriamo.

Sentiamo la pena del peccato, ma non abbandoniamo la volontà del peccare.

Sotto i tuoi castighi viene meno la nostra debolezza, ma non si muta la nostra malizia.

L’anima stanca si affligge, ma non curva pentita la fronte.

La vita sospira nel dolore, e non si emenda nell’opera.

Se tu indugi, non ci correggiamo; se tu punisci, non tolleriamo.

Nel castigo confessiamo ciò che facemmo di male; e, dopo le tue lezioni, dimentichiamo ciò che piangemmo.

Se tu stendi la mano per colpirci, promettiamo di fare il nostro dovere; se ritiri la tua spada, non manteniamo le promesse.

Se ci colpisci, invochiamo pietà; se ci risparmi, nuovamente ti provochiamo a colpirci.

Tu hai davanti, o Signore, dei rei confessi; riconosciamo che, se non perdoni, giustamente ci affliggi.

Concedine, senza alcun nostro merito, ciò che chiediamo, o Padre onnipotente, Tu che dal nulla hai fatto quelli che ti avrebbero pregato. Per Cristo Signor nostro. Amen.

 

V. Signore, non trattarci secondo i nostri peccati.

R. E non ci punire secondo le nostre iniquità.

V. Preghiamo. O Dio, che dalla colpa sei offeso e dalla penitenza placato, guarda propizio alle preghiere del tuo popolo supplicante, e allontana i flagelli dell’ira tua, meritati dai nostri peccati. Per Cristo Signor nostro.

R. Così sia.


 

Ante óculos tuos, Dómine, culpas nostras férimus et plagas quas accépimus, conférimus. 

Si pensámus malum quod fécimus, minus est quod pátimur, majus est quod merémur. 

Grávius est quod commisimus, lévius est quod tolerámus. 

Peccáti pœnam sentimus, et peccándi pertináciam non vitámus. 

In flagéllis tuis infirmitas nostra téritur, et iniquitas non mutátur. 

Mens ægra torquétur, et cervix non fléctitur. 

Vita in dolóre suspirat et in ópere non se eméndat. 

Si exspéctas, non corrigimur: si vindicas, non durámus. 

Confitémur in correctióne, quod égimus: obliviscimur post visitatiónem quod flévimus. 

Si exténderis manum, faciénda promittimus; si suspénderis gládium, promissa non sólvimus. 

Si férias, clamámus ut parcas: si pepérceris, iterum provocámus ut férias.

Habes, Dómine, confiténtes reos: nóvimus quod nisi dimittas, recte nos périmas. 

Præsta, Pater omnipotens, sine mérito quod rogámus, qui fecisti ex nihilo, qui te rogárent. Per Christum Dóminum nostrum. Amen. 

 

V. Dómine, non secúndum peccáta nostra fácias nobis. 

R. Neque secúndum iniquitátes nostras retribuas nobis. 

V. Oremus. - Deus, qui culpa offénderis et pœniténtia placáis: preces pópuli tui supplicántis propitius réspice: et flagélla tuæ iracúndiæ, quæ pro péccatis nostris merémur, avérte. Per Christum Dóminum nostrum. 

R. Amen. 

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