Home / Attualità / Raccolta anno 2014 / La religione dei modernisti postconciliari - caratteristiche

La religione dei modernisti postconciliari - caratteristiche

Molte dichiarazioni e azioni della gerarchia cattolica che si susseguono ad un ritmo sempre più incalzante sono sempre meno spiegabili come deviazioni marginali dalla retta dottrina.

Sembra piuttosto emergere una versione umanitaria della nostra Santa Religione, la quale gradatamente, con il plauso dei teologi e degli operatori della comunicazione , ha conquistato il centro della scena fino ad essere apertamente predicata come dottrina corrente della Chiesa.

Le idee-vettori del modernismo inoculati nel cattolicesimo sull’onda della rivoluzione giovannea hanno agito in questi anni conciliari operando una trasmutazione alchemica del cattolicesimo, da religione rivelata avente come scopo la salvezza delle anime a umanesimo filantropico di supporto al potere mondano.

In tale versione edulcorata del Cristianesimo ad usum delphini spiccano principalmente due aspetti, lo storicismo ed il naturalismo.

Storicismo

Con lo storicismo si abbandonano le categorie vero-falso e buono-cattivo a favore di una concezione evolutiva in cui ogni espressione ed azione va giudicata in funzione del momento storico in cui è accaduta: il vero e il buono sono prigionieri del tempo.

E dato che la Storia tende naturaliter al progresso (altro assioma ideologico) ne segue che per non rischiare di avvalersi di idee superate occorre sempre prendere le distanze dal passato per non perdere il passo con l’oggi e la sua tensione verso stati dell’essere sempre più avanzati.

Davanti ad una Storia che avanza verso la luce eterna, non c’è dottrina, norma o struttura religiosa che possa rivendicare un qualche salvacondotto[2]. “I modernisti non ammettono verità sovrastoriche, eterne ed immutabili; per loro la verità è filia temporis, è solo nell’oggi, nel moderno. I concetti mutano. La natura umana, la legge morale mutano”[1]. La verità è storia e, propriamente, storia dell’oggi, perché nell’oggi le contraddizioni trovano risoluzione.

Anche ciò che Gesù Cristo stesso ha detto e fatto è per loro relativizzabile ai tempi in cui visse, né mai il rabbi di Nazaret, a dir loro, avanzò pretese di eternità [3]. Secondo i teologi della neo-religione, la Rivelazione è soggetta ad evoluzione. Nessun dogma è irreformabile, essendo figlio del suo tempo [4]. Il concetto stesso di dogma, prodotto di una concezione della fede “fissista”, va rifiutato in toto, sostituito dal richiamo allo Spirito (Santo?), che spira dove vuole e spinge al cambiamento. La tensione verso il futuro (il mitico cambiamento) va accompagnata col movimento ad uscire da sé per entrare in sintonia e comunioni con gli altri soggetti della Storia, scismatici, eretici, giudei, islamici, pagani e non credenti inclusi (e, perché no, luciferiani e satanisti).

Anche l’etica deve tener conto della situazione (ad esempio rivedendo le posizioni sull’omosessualità) mentre le strutture e i ruoli della Chiesa devono cambiare per rispondere alle sfide e ai segni dei tempi (collegialità, apertura al sacerdozio femminile, messe diaconali, ecc.).

La cronolatria ha due effetti immediati:

  • -il primo è quello di lanciare la Chiesa in un’affannosa ricerca di compromessi col mondo e i suoi valori, senza avere poi alcuna possibilità di riuscita, dacché solo decretando il proprio suicidio la Chiesa otterrebbe la pace umana. La Cattolica rischia di cadere nello stesso errore delle comunità ortodosse, episcopali e riformate, quello di diventare un’estensione del potere politico. 

    -il secondo effetto è quello di dover risolvere un problema di autorità/legittimità, cioè definire su quale fondamento poggino le variazioni via via decretate. La soluzione di Benedetto XVI è stata quella di sostenere la continuità con la Rivelazione in quanto il soggetto docente resta sempre la Chiesa. Il “Magistero vivente” trasla la fede vissuta nell'originaria comunità dei discepoli nei tempi nuovi [5].

Si passa così dall’oggettività di una Chiesa custode del depositum fidei, alla soggettività di una Magistero che pone se stesso al di sopra della tradizione.

Una volta staccato dall'oggetto che è la sua stessa ragion d’essere, il Magistero ne esce minato nella credibilità, finendo per reggersi su un autoritarismo autoreferenziale. In uno scivolamento progressivo verso una forma di centralismo papolatrico, ogni atto del potere ecclesiale diventa ipso facto un complemento della Rivelazione, senza che nemmeno ci si preoccupi di documentarne la compatibilità col pregresso. L’atto magisteriale è vero aldilà del suo contenuto in quanto si pone nel piano della effettualità: è un atto del potere che rappresenta la continuità ecclesiale e dunque impegnativo di ossequiosa obbedienza [6].

All’autorità, efficacia e serietà della Chiesa Cattolica si sostituisce un Magistero informale e affabulatorio in campo dottrinale, mentre nella conduzione ecclesiale si mostra tanto misericordioso a parole quanto spietato nei fatti.

Foglia di fico dell’ autoritarismo è la demagogia democratista che pretende di desumere il volere divino dai sondaggi sulle convinzioni degli uomini, nell’idea che queste riflettano la luce del dio che diviene nella Storia.

Si finisce così per costruire una religione dal basso, umanamente comprensiva nei confronti dei comportamenti trasgressivi [7].

A giustificazione delle novazioni si recita la giaculatoria che ciò che cambia è solo la prassi mentre la dottrina resterebbe immutata. Ma questo non regge, dato che un cambiamento di prassi non può che discendere da un corrispettivo cambiamento di dottrina. Far passare le variazioni apportate come semplici provvedimenti pastorali è uno stratagemma a tutti gli effetti truffaldino.

Naturalismo

Strettamente intrecciato allo storicismo è il naturalismo, vale a dire la tendenza ad espungere dal Cristianesimo tutto ciò che rimanda alla trascendenza, ad “umanizzare il divino e a naturalizzare il soprannaturale” [8].

Nella visione immanentistica ed antimetafisica - tipica delle teologie liberali di derivazione illuminista - la Grazia è considerata un atto dovuto da Dio alla natura umana, il peccato è derubricato ad errore o a reato sociale, i miracoli (Resurrezione di Cristo, verginità della Madre di Dio incluse) sono l’espressione di una comunità ardente e immaginifica. La novità evangelica è interpretata come un fermento verso un avvenire ideale. In pratica viene riproposta l’eresia ariana, che spoglia Gesù Cristo della sua divinità abbassandoLo a uomo, seppur eccezionale.

Una forma intermedia tra la fede cattolica ed il cristianesimo totalmente desoprannaturalizzato delle teologie liberali, è il rahnerismo.

Secondo il gesuita tedesco la venuta di Cristo è stata da sola sufficiente a portare a tutti la salvezza: tutti hanno la fede (“esperienza atematica preconcettuale”), tutti sono benintenzionati (“opzione fondamentale”) e ben orientati a Dio (“autotrascendenza”), tutti sono in grazia (“esistenziale soprannaturale”) e tutti si salvano (“cristianesimo anonimo”)[9].

Ilpeccato non può intaccare l’esistenziale soprannaturalee dunque non vi è necessità di pentimento, né di rinascita spirituale. Il Sacramento della Confessione perde di senso, l’etica si svuota di cogenza, il ruolo del pastore cambia dacché non deve più correggere il peccatore ma solo incoraggiare l’errante o denunciare il reo, la vita cristiana si riduce all’ azione sociale e la Chiesa diventa la Onlus del disagio, il cui compito è confortare i feriti nell’ospedale da campo.

Dottrina kenotica

Non manca infine nella neo-religione il riferimento alla dottrina kenotica – uno degli elementi primari della Nouvelle Théologie - di cui avevamo parlato qui.

Secondo questa interpretazione ereticale di Filippesi II, 7 (Cristo “spogliò se stesso”), il Verbo nell'incarnarsi in Cristo si sarebbe spogliato della Sua divinità per riversarla su di noi. Pio XII nell’enciclica Sempiternus Rex Christus del 1951 condannò la dottrina kenotica come invenzione nefanda che, “riprovevole come l'opposto errore del docetismo, riduce a nome vano ed inconsistente tutto il mistero dell'Incarnazione e Redenzione”.

Nella versione di Hegel riproposta da von Balthasar e da Rahner, Dio stesso all’origine avrebbe generato il Verbo e creato il mondo con un analogo processo di auto-svuotamento di (è quello che la Cabala chiama tzim-tzum). Per i neo-teologi la Chiesa è a sua volta chiamata ad autoannichilirsi per dar vita a nuove forme religiose e mondane.

Una forma attenuata della dottrina kenotica si manifesta in coloro che fondano la scoperta del divino nell’uscire sciamanicamente da se stessi per andare verso il prossimo (nelle periferie esistenziali) e lì farsi altro.

La dottrina kenotica serve anche come giustificazione dell’ecumenismo latitudinario, secondo il quale la chiesa di Cristo è costituita dall’insieme di tutte le chiese e congregazioni ecclesiali, oggi separate ed in cammino verso una fusione superiore. La missione della Chiesa Cattolica è quella di “uscire da se stessa”, andare verso gli altri culti per generare una nuova Chiesa che sia veramente universale[10].

Anche nella forma estrema post-marxista della Teologia della liberazione si possono cogliere assonanze con la versione ereticale della kenosis, ad esempio quando si esorta l’oppresso a “estrarre” (gettare fuori da sé) la cultura dominante e l’etica, favorendo la nascita di un uomo nuovo, internamente libero da qualsiasi condizionamento. In buona sostanza la rivoluzione esige l’annientamento del presente, secondo l’assioma di Engels: "la tesi della razionalità del reale, si risolve, secondo le regole della dialettica, in quest'altro:tutto ciò che esiste merita di morire".

Concezione del divino

Da quanto visto sopra la neo-religione rimanda ad un dio immerso nella storia e tutt’uno con essa. Un dio mutevole che esige che ogni pensiero e concezione si pieghi al divenire, rinunciando a pretese di verità immutabili.

Un dio alla ricerca del compimento di se stesso, che si avvale del progredire della coscienza religiosa generale per autodeterminarsi e che non cessa di rivelarsi nel tempo.

In sostanza una divinità

  • -imperfetta che nel travaglio di un processo storico-dialettico senza fine raggiunge sempre nuovi livelli di autocoscienza.

    -contradditoria, in cui bene e male contribuiscono insieme ad una sintesi superiore.

    -racchiusa nell’immanenza, che si rivela nell’esperienza religiosa degli uomini.

In sostanza il Dio Io-sono (ipsum esse subsistens) che si è rivelato nel Sinai e nell’Incarnazione del Verbo viene sostituito da una versione attualizzata del vitello d’oro.

Il moloc così fabbricato esige obbedienza assoluta e, in nome della libertà di espressione, pretende di imporre a tutti i suoi dogmi (relativismo, cambiamento) e le sue aberrazioni.

La volontà generale espressa nelle democratiche consultazioni popolari e sancita dall’autorità più alta è aliena dal tollerare deviazione alcuna: la neo-dottrina e la neo-etica vengono imposte sanzionando i renitenti ed epurando i refrattari. Nel mondo nuovo l’accusa indeterminata di non sentire cum Ecclesia può costare molto cara.

Anche nei rapporti col mondo la situazione è degenerata.

Come sempre è successo nella storia, l’adorazione di un simulacro – lungi dal liberare dai gioghi - finisce per consegnare l’uomo alla mercé del potere: se infatti ciò che è - e solo ciò che è - è razionale, i veri idoli adorati non sono le astrazioni dei filosofi bensì le forze concrete che si contendono il dominio sul mondo.

Ci si chiede, con queste premesse, cosa rimanga del centro della fede cattolica, Nostro Signor Gesù Cristo.

Ora, la negazione del soprannaturale e l’emancipazione dalla Rivelazione implicano una scissione nella figura del Salvatore: ci si ingegna di enucleare il Gesù reale e storico dal Cristo-Dio, un costrutto (immaginario) della fede infuocata delle prime comunità cristiane. Si assiste quindi ad una riedizione dell’eresia ariana, con Gesù Cristo abbassato a Rabbi di Nazaret, un semplice riformatore e maestro. Le azioni dottrine del Maestro hanno il valore relativo all’epoca in cui è vissuto; dunque matrimonio indissolubile, sacerdozio di sesso maschile, primato di Pietro, ecc. sono tutte cose legate alla cultura ed alla situazione del tempo, quindi rivedibili al mutare delle condizioni storiche.

Per mantenere una parvenza di legame col divino, Gesù viene innalzato (sic) quale uomo che ha sacrificato se stesso, dando l’esempio di come si possa amare il prossimo fino all’estremo limite. Non più Figlio di Dio, Redentore e Signore, re dei re, ma punto omega dell'umanità, manifestazione suprema di solidarietà e misericordia, di svuotamento di sé verso l'altro (di nuovo la versione spuria della kenosis).

In alternativa viene portata la versione pauperista: Gesù Cristo è stata una persona coraggiosa che ha lottato contro il potere; memore del suo esempio, il popolo riprenderà la lotta ed alla fine trionferà. Nelle sezioni marxiste della neo-religione, lì dove Bella ciao ha sostituito gli inni liturgici, il Nazareno viene sbrigativamente considerato come un semplice precursore dei rivoluzionari comunisti. L’amore per i poveri passa così dall’opzione preferenziale dei curiali all’esaltazione della lotta di classe, anche armata.

Gli esponenti di tutte queste diversificate variazioni naturaliste ed esoteriche non si peritano a portare continuamente alle labbra il nome di Gesù, quasi a rassicurare gli astanti della propria continuità con la religione passata. È un nome strumentalizzato che funge da punto di partenza per poi parlare di ciò che sta loro a cuore e per esaltare le astrazioni che il potere tollera o ama, quali: pace, accoglienza, solidarietà, condivisione.

Dalla religione umanitaria, per la salvezza dell’anima e la salute della mente, teniamoci a debita distanza! 

Oreste Sartore

 


Note

[1] alcune espressioni moderniste che spingono al cambiamento: “bisogna ripartire con mentalità innovativa, immettendo aria fresca, ripulire le cose sommerse dalla polvere, ricoperte dalla muffa, incrostate da sedimenti eterogenei, eliminando orpelli e impurità, gettando via ciò che è morto”.

[2] Giovanni Cavalcoli OP, Il Caso del Cardinale Burke. La pentola è pronta manca solo il coperchio, 12 novembre 2014, sito Chiesa e post concilio

[3] per i teologi di Tubinga cose eterne ed immutabili sono inconcepibili, essendo in antitesi per diametrum al necessario divenire dello Spirito

[4] naturalmente esiste un progresso benefico e lecito. San Vincenzo di Lerino nel 434 ne ha chiarito i limiti: “avvenga in modo tale da esser veramente un progresso della fede e non un’alterazione. […] La crescita della fede avvenga soltanto ferma restando la sua propria natura, cioè entro l’ambito dello stesso dogma, nel medesimo significato e nella medesima sentenza” (Commonitorium, 23)

[5] papa Ratzinger contrapponeva il Magistero vivente (che si evolve e cambia nel tempo) alle cose morte (i.e. il Magistero fissista della Tradizione Cattolica).

[6] v. qui: Giovanni Turco, Positivismo giuridico e positivismo teologico, Corrispondenza Romana, 30 agosto 2013 

[7] La teologia nuova, a sua volta, ripiegata com’è sull'uomo per trovare in lui le chiavi per penetrare il mistero di Dio, finisce anch’essa per fabbricare un dio a misura della fragilità e delle passioni umane.

[8] don Curzio Nitoglia, La Seconda Scolastica, la Filosofia Politica e l’Ecclesiologia, 7 novembre 2014, sito dell’autore

[9] G. Cavalcoli OP,Il Caso…, op. cit.

[10] Kasper, Chiesa cattolica - Essenza, realtà, missione, Brescia 2012

Share |