Compito degli artefici del nido

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50. La missione dei genitori non si esaurisce nel beneficio della generazione: essa include il compito arduo e complesso della “educazione”.

Iddio rende un padre e una madre partecipi della sua potenza creatrice, non solo perché essi trasmettono la vita ai figli, ma perché crescano questa vita sino alla sua piena maturità, sviluppando armonicamente le forze fisiche e le doti morali, proprie della natura e della dignità umana e cristiana.

Il primo dovere quindi di un padre e di una madre è l’educazione spirituale, morale e fisica dei figli. Essa è il prolungamento, il compimento della procreazione. “Le due cose non sono che una sola e medesima opera, perché la procreazione è la comunicazione della vita umana che l’educazione ha per fine di sviluppare di completare” (Leone XIII).

I genitori quindi sono i primi maestri, gli istitutori necessari e provvidenziali dei loro figliuoli.

A qualunque classe sociale essi appartengano, devono allevare ed educare la prole, poiché nessuna persona estranea può utilmente sostituirli.

E la famiglia è l’ambiente naturale divinamente costituito per l’educazione dei figli. È la prima e insostituibile scuola, e scuola di vita! Infatti la famiglia è la sorgente delle forti convinzioni e delle abitudini che formano come l’ossatura della vita morale.

Non è esagerato affermare che per la maggior parte degli uomini, l’avvenire è già quasi fissato quando abbandonano la casa paterna.

Non si può sperare una educazione utile e fruttuosa senza l’amore, senza l’esempio, senza la bontà, senza il sacrificio. Tutto questo non è mai dato compiutamente da educatori estranei, ma solo dai genitori nella famiglia, i quali amano i figli, perché li hanno generati nell’amore e nel dolore (pagg. 123,124).

 

51. Triste visione quella offerta da tante famiglie moderne, dove l’egoismo, la febbre dei divertimenti, la questione economica trionfano sul vero amore!

Le madri cominciano a venir meno ai primi doveri verso i bimbi, rifiutando di nutrirli con proprio latte, spesso solo per sciocche preoccupazioni estetiche, e ricorrono a “surrogati sbrigativi”. Esse non sanno quali profonde influenze e ripercussioni abbia nella vita psico-fisica dei figli l’alimentazione, e tutto il complesso dell’azione materna che l’accompagna, azione fatta di sguardi, di sorrisi, di tenerezze che hanno il potere di avvolgere e compenetrare l’anima  del bambino determinando per la sua vita sviluppi impensati. È certo che i primi tre anni o quattro anni di vita sono di capitale importanza per la costruzione della personalità dei figli.

Più tardi, in nome di una falsa libertà, della posizione sociale, delle esigenze economiche, il padre e la madre, abdicando alla loro santa missione, abbandonano i figli a mani mercenarie, estranee: alla governante, ai camerieri, ai vicini, ai quali non può certo molto interessare la parte spirituale dei bambini.

Più desolante lo spettacolo offerto da tante famiglie, ove il padre e la madre escono di casa nelle prime ore del mattino, per ritornare a sera stanchi, mentre i figli restano tutto il giorno in balia di se stessi nelle strade a giocare, o affidati a una vicina, senza una guida che certamente si occupi di preservarli dal male ed orientarli verso il bene.

Nulla è più triste e funesto.

Se si trattasse di affidare a terzi la propria fattoria, l’amministrazione dell’azienda, o la custodia della casa, con quanta scrupolosa oculatezza non si procederebbe; quanto sarebbe severo l’esame sulle garanzie del candidato fattore, impiegato, segretario, custode! Al contrario quanta, quanta leggerezza quando si tratta di affidare a terzi il più grande tesoro della casa: l’innocenza, la coscienza e l’avvenire dei propri figli! (pagg. 124,125,126).

 

52. Il padre, preoccupatissimo delle necessità di ordine economiche, lascia la soluzione del problema educativo alla mamma. Questa, se di agiata condizione, per non sfigurare di fronte alle amiche, assume per i figli la governante, rivelandosi nell’esame della nuova istitutrice  rigorosa sui punti di eleganza, della signorilità dei modi, della purezza della lingua, senza pensare che altre doti più importanti interessano i suoi bimbi.

Se la madre è di modeste condizioni, perciò costretta dalle necessità economiche a rimanere tutto il giorno fuori casa per guadagnarsi un modesto salario, col quale supplire alle deficienze del bilancio domestico, si tiene soddisfatta di affidare i figliuoli alla vicina, senza preoccuparsi troppo del come verranno custoditi.

In certi casi si dovrebbero ripetere le parole con le quali San Giovanni Crisostomo deplorava, ai suoi tempi, la condotta di alcuni genitori i quali si prendevano più cura degli animali domestici che dei figli.

Sempre triste, degna di compianto, la sorte dei poveri trovatelli che la carità raccoglie negli ospizi! Ma più triste la sorte di quei bimbi che babbo e mamma, sottraendosi alla grande responsabilità che sopra di essi grava, abbandonano nelle mani di estranei, o troppo presto allontanano dalla loro tenerezza e dalla loro autorità.

Nelle ultime sere della vita, ripensando agli anni della gioventù e della virilità, i sogni tramontati, le speranze svanite, l’unico conforto sarà la visione di figli educati da noi, preparati dalle nostre fatiche alla vita, continuatori dell’opera nostra, di noi stessi.

Molti genitori non risparmiano nulla per dare ai figli palazzi magnifici, terreni di gran valore e per assicurare loro grandi eredità, ma non si curano affatto o troppo poco che siano buoni e che pratichino la pietà. Ma poco vale procurare ai figli grandi beni materiali, se mancano delle regole di una buona condotta, perché non li conserveranno a lungo. Saranno invece sempre assai ricchi, se avranno ricevuto una educazione buona e adatta alle loto condizioni. La buona educazione è la più cospicua eredità che i genitori possono rilasciare ai figliuoli.

Infine l’educazione è la grande lampada che i genitori consegnano ai figli per il viaggio incerto e oscuro della vita. questa lampada non si spegnerà mai più se i genitori, e specialmente la madre, la forniranno dell’olio delle grandi verità della fede, delle forti dottrine del Vangelo, miste agli esempi di una condotta cristiana che non si smentisce mai. Per questo, nessuna eredità anche cospicua, vale una buona educazione (pagg. 126,127,128).

 

53. Per non errare in quest’opera di somma importanza e per compierla nel miglior modo possibile, è necessario innanzitutto avere un’idea chiara ed esatta dell’educazione cristiana.

Pochi genitori sanno veramente educare i loro figli, perché pochi conoscono quale sia la vera educazione e che cosa significhi educare.

Molti confondono l’educazione con la “istruzione”.

Per questi genitori, l’istruzione è tutto; ogni altra cosa deve essere posposta e sacrificata alla scuola, agli esami, ai libri, al diploma! L’unico dovere, l’unica preoccupazione, l’unico fastidio del giovane deve essere la studio, la laurea!

La formazione morale, le pratiche religiose, l’istruzione catechistica, l’ambiente Chiesa con tutti i suoi mezzi educativi, sono considerati come invasori da tenere a distanza, perché possono turbare o compromettere la vita di studio. Prima la lezione di piano, d’inglese, di ginnastica … poi, se resta tempo, la preghiera, il catechismo e l’oratorio! E non si pensa che si può essere un onesto uomo senza musica, senz’inglese, senza ginnastica, ma si rischia di non esserlo, senza un’accurata formazione religiosa.

Errore funesto ma purtroppo molto diffuso!

La religione è il primo fondamento di una buona educazione.

Lo studio e l’istruzione sviluppano la potenza intellettuale del giovane, ma non sviluppano certamente la delicatezza dei sentimenti, non formano la coscienza, non assicurano la virtù.

L’istruzione sta alla vita umana come l’intelligenza alla persona. Ora l’intelligenza è un elemento dell’uomo, non è tutto l’uomo; e così l’istruzione è un fattore della vita, ma non è tutta la vita umana. La sola istruzione, dunque, il sapere, la cultura, non costituisce la dignità dell’uomo né la civiltà d’un popolo perché civiltà e dignità importano ed esigono l’armonia di tutte le facoltà e funzioni della vita umana e non già di una sola.

In qual maniera possono la grammatica, la matematica, la geografia, ecc., insegnare al giovane ad essere sincero, caritatevole, probo, morale, religioso? Ora se l’istruzione non insegna nulla di tutto questo, è evidente che per se stessa non educa. Lo studio, l’istruzione per sé è mezzo di bene come di male, è un’arma a doppio taglio che può servire alla virtù e al vizio.

Il detto: “L’uomo tanto vale quanto sa” non è esatto, e va quindi mutato in quest’altro: Il sapere, la scienza tanto vale quanto contribuisce alla virtù e alla pratica del bene”.

L’educazione sta sopra l’istruzione come l’onestà, la virtù e la santità superano la scienza e l’ingegno (pagg. 128,129,130).

                                                                                                      

54. Altri genitori, dominati dall’affannosa ricerca del denaro e della ricchezza, “credono che educare significhi avviare e assicurare ai figli un mestiere, una professione, un impiego comodo e redditizio”, in modo da garantire loro con la posizione un pane abbondante r discrete comodità. Ma avviare al lavoro il figliuolo, assicurare l’impiego o la professione, non significa ancora educare, poiché il giovane, che per la sua posizione guadagnasse anche un lauto stipendio, potrebbe essere un mascalzone che disonora la famiglia e la società.

Guidati da una stretta mentalità “affaristica”, questi genitori abituano i figli a non riconoscere altra legge che quella dell’interesse e del comodo proprio, li abituano a subordinare tutto e tutti all’utile loro senza preoccuparsi se questo utile sia onesto o disonesto. Così, senza accorgersene, questi genitori coltivando nei figli solo le passioni interessare, e insegnando a vedere e giudicare tutto: la vita, il lavoro, la professione, l’impiego, il matrimonio, la famiglia i figli sotto la luce dell’interesse, “demoralizzano” i figli, perché soffocano nell’animo i germi della buona coscienza, della vera moralità.

Altri infine, vedendo nei figli esclusivamente o quasi il corpo, con le sue esigenze di igiene, di pulizia, di eleganza, di sanità, “confondono l‘educazione con il galateo”, con le regole dell’igiene e della buona creanza.

 La compitezza dei modi, il portamento distinto, l’eleganza della persona possono essere una conseguenza dell’educazione, la quale è qualcosa di molto più elevato, di più intimo e di più profondo perché abbraccia tutto l’uomo: corpo e anima.

L’igiene poi, la ginnastica moderata, gli esercizi sportivi ben diretti, possono concorrere alla formazione del giovane, temperando gli effetti della vita sedentaria, della applicazione troppo prolungata, ma non sono l’educazione. Purtroppo oggi si è attribuito da molti all’educazione fisica un’importanza eccessiva, che non può, che non deve avere, e così si è finito di materializzare tutta la vita, di svestire l’uomo della sua “vera umanità” e di credere che il valore di una persona sia necessariamente legato alle sue doti fisiche e proporzionato al grado di robustezza corporea e di forza muscolare.

Tutte queste forme di educazione sono “unilaterali” e conseguentemente incapaci di formare una “personalità umana” nella sua pienezza (pagg. 130,131,132).

 

55. Educare, dal latino “educere”, nel suo significato etimologico vuol dire trarre, condurre fuori, cioè lavorare con intelligenza e con cuore per ottenere da una materia grezza, da un informe abbozzo di elementi e di tendenze, qual è il bambino, “un vero uomo perfetto” con tutte le ricchezze umane e divine della sua personalità, onde possa più facilmente corrispondere alla sua vocazione terrena e conseguire la vita eterna per la quale fu creato.

La Chiesa con la sua sapienza giuridica così si esprime a questo riguardo: “I genitori sono obbligati a curare con ogni premura l’educazione sia religiosa e morale, sia fisica e civile della prole”.

Tutta l’opera complessa dell’educazione, deve quindi mirare a preparare alla società dei “veri uomini”, e dei “perfetti cristiani”, ricchi di salute fisica, di maturità professionale e intellettuale, di moralità e di fede.

Abbiamo bisogno di giovani non solo colti, ma fermi e retti nella volontà, non solo lavoratori specializzati, ma onesti, non solo sviluppati fisicamente e aggraziati, ma sobri con se stessi, giusti e caritatevoli con il prossimo e soprattutto con Dio.

Questo è il compito dell’educazione: fare dei veri uomini e dei perfetti cristiani (pagg. 132,133).

  

56. Dio, sapiente provveditore dell’umanità, diede all’uomo due genitori, perché insieme portassero il peso e la responsabilità dell’educazione, e vicendevolmente la completassero.

L’educazione deve quindi essere considerata dai genitori come un dovere e un obbligo comune, al quale sono entrambi tenuti, e che devono compiere nel più perfetto accordo.

Sempre gravi sono i danni che si riflettono nella formazione dei figli, quando uno dei coniugi rinunzia a questa seconda generazione, che è appunto l’educazione.

Nessuno dei due coniugi deve considerare il proprio ufficio come sufficiente all’educazione dei figli, perché solo l’azione concorde di babbo e mamma assicura la doppia serie di elementi richiesti per una completa educazione. Infatti l’autorità, la forza, l’intelligenza, il senso del dovere, elementi indispensabili perché l’educazione abbia il dovuto carattere virile, sono le doti del padre. La bontà, la pazienza, la tenerezza, senza le quali l’educazione risulterebbe troppo rigida e severa, sono assicurati dall’opera materna.

Per questo entrambi i genitori debbono sentire profondamente la responsabilità di questo nobilissimo compito, e anche con spirito di sacrificio compierlo, poiché nulla eguaglia l’onore e la soddisfazione di saper allevare i propri figliuoli e di offrire un giorno alla società uomini di carattere, capaci di compiere tutto ciò che Dio e la Patria attendono da essi.

Per la madre, alla quale sopra ogni altro è affidata la prima educazione del fanciullo, l’opera della educazione incomincia quando ella porta ancora in seno, come in un santuario benedetto da Dio, la nuova creatura.

Amorose cure e prudenti riguardi s’impongono alla madre che porta in sé un’altra vita, affinché questa si sviluppi senza scosse violente, nella profonda pace di un’anima tranquilla e serena, e aprendo i suoi occhi alla luce del mondo sia predisposta a costumi pacifici e virtuosi.

Leonardo da Vinci afferma che lo stato generale della vita psichica e spirituale della madre nel tempo della gestazione, esercita anche dopo, e per sempre, un influsso notevole sulla vita del figlio.

E’ quindi necessario che la donna non si lasci trasportare all’impazienza, all’ira, ma che sorvegli ogni movimento dell’anima. L’agitazione, l’inquietudine, il nervosismo, hanno tutte le probabilità si preparare una creaturina nervosa, inquieta, difficile poi a dominarsi.

Santa Monica consacrò più volte alla religione e alla gloria di Dio il figlio Agostino, quando ancora lo portava nel suo seno come in un tabernacolo. E S. Agostino divenuto vescovo, scriveva nelle Confessioni: “già dal seno di mia madre, io avevo gustato il sole di Dio”.

l giorno poi in cui la nuova creatura, premio e corona dell’amore, riempie del suo primo vagito il “nido” ove tutto ancora parla della trepida attesa, anche il padre resta investito dell’augusta missione di educatore.

Come nella generazione egli ha prestato l’elemento più importante, il principio attivo, così nella educazione, con la sua autorità e con il suo esempio, egli è chiamato a prestare l’opera attiva.

La famiglia, dove il padre abdicando a questo nobile diritto e sacro dovere di educare, si limita ad essere il direttore, il fornitore, l’amministratore della casa, è sempre in pericolo. I figli, non sostenuti e non diretti dalle robuste mani paterne nel travaglioso periodo dell’adolescenza e della giovinezza, dominati dall’innato spirito di indipendenza e di autonomia, finiscono per “emanciparsi” dalla disciplina della famiglia, e assumere forme di marcata spregiudicatezza, sempre pericolose per non dire nefaste (pagg. 133,134,135,136).

 

57. L’opera concorde dei genitori per l’educazione fisica e spirituale dei figli, deve partire dalla culla. A tredici, a quindi anni non pochi giovinetti e fanciulli si dimostrano intrattabili, perché a due o tre anni tutto fu loro concesso e permesso.

A fondamento di tutta l’opera educativa i genitori porranno il principio “fortiter et suaviter”.

La forza senza soavità diviene violenza; la soavità, priva di forza, diviene debolezza, viltà. Solo in un’armonica fusione, le due qualità diventano morali, umane, perciò educative.

I bimbi non devono essere solo la gioia, il trastullo, l’ambizione, i ninnoli della casa. Troppe volte i genitori amano se stessi nei propri figli e cercano di godersi il bimbo invece di sacrificarsi per lui. Le sdolcinature nell’educazione, l’orrore del castigo, fanno perdere l’autorità senza guadagnare la confidenza.

Se ai genitori preme che i figli siano all’altezza del posto che occupano nella società, non devono trattarli mai come ninnoli, ma crescerli in un’atmosfera di disciplina, di responsabilità e di dovere.

Fortunati i bambini che hanno una mamma che li ama sino a saper negare loro qualche cosa, sino a saper sopportare con animo forte, senza commuoversi, lacrime e capriccetti!

Ogni ragazzo, a quattro anni, deve essere in grado di vestirsi da sé e di compiere l’essenziale della sua toeletta, deve saper tenere in ordine le sue cose, mangiare nel suo piatto senza chiasso e senza bronci.

A mano a mano che egli cresce, i genitori lo condurranno ad accettare responsabilità sempre maggiori.

Molti genitori, guidati da una falsa soavità, spesso mercanteggiano con i figli l’ubbidienza, comperando con ghiottonerie, con vezzi e promesse la sottomissione e la fedeltà al dovere. Altri hanno l’abitudine di dare soldini per canditi, biscotti e gelati. Ciò è antieducativo. Tutto quello che nutre l’ “io” del fanciullo, reca un danno alla sua persona e alla società. Ilo giovane abituato a piegarsi all’autorità solo in vista dell’immediato interesse del dolce, del cinema, o di altro dono, si forma una coscienza da mercante, per la quale la norma del dovere, del lecito e dell’illecito, diviene il proprio tornaconto e il guadagno spicciolo (pagg. 136,137,138).

 

58. E’ tuttavia anche un errore, credere che si possa educare i figli, soltanto deprimendo con energiche “lavate di capo”. Chi deprime deve aspettare come conseguenza un indebolimento di volontà, eccetto che nel rimprovero stesso non sia mancata la nota di affettuosità, di incoraggiamento, di benevolenza.

Solo nel caso di colpe assai gravi, lo sdegno deve manifestarsi in tutto il suo rigore, per far capire l’entità dello sbaglio.

L’esperienza quotidiana insegna che i genitori meno ubbiditi, sono coloro che gridano più forte, e che si lasciano facilmente trascinare all’ira e al castigo.

 Quando gli ordini e le riprensioni procedono da impulsi del momento, da impeti di impazienza, sono facilmente incoerenti, arbitrari e qualche volta ingiusti. Si finisce nel corso di una stessa giornata di passare da una esigenza irragionevole, da una burbera severità a una indulgente debolezza. Tali sistemi irritano o divertono i figli, ma non li educano. Questi deplorevoli sbalzi da una condiscendenza colpevole, che lascia il fanciullo senza guida, a una correzione violenta che lascia senza soccorso, compromettono tutta l’opera educativa.

La fermezza che educa non sta nel cipiglio severo, o nella collera che terrorizza il fanciullo, quando pur non lo diverte, ma nella pacata e tranquilla padronanza di se stessi.

La paura e il terrore generano sempre da una parte un tiranno, dall’altra uno schiavo che vive imprecando e sospirando il giorno della sua indipendenza e della sua libertà.

La fermezza d’animo che educa e che forma sta nel saper negare con calma quello che si crede giusto di non accordare; sta nel saper resistere alle carezze, quando queste sono artifizio per ottenere quello che si deve negare; sta ancora nel non turbarsi innanzi alle lacrimucce, e nel non abbandonarsi mai a carezze smodate. Bisogna saper distribuire, con moderazione e successo, gli elogi meritati e biasimi necessari.

I genitori devono anche cercare di non disperdere la loro autorità col vezzo delle continue, insistenti raccomandazioni e osservazioni.

Gli incessanti avvertimenti e le monotone ripetizioni infastidiscono i figli e fanno perdere ad essi la giusta misura e valutazione delle cose.

In luogo di essere “censori di ripetizioni e predicatori perpetui” è preferibile usare la correzione e il richiamo raramente, ma con ponderata severità e con imparziale e serena giustizia (pagg. 138,139,140).

 

59. I genitori devono preoccuparsi di insegnare ai figli l’amore alla verità ed esigerne da essi il rispetto. Poiché è quasi impossibile educare un ragazzo bugiardo e falso.

È necessario che i genitori siano particolarmente esigenti su questo punto. Prima di esigere bisogna però dare. Non si lodino mai i ragazzi quando sono riusciti a “farla franca”, mentendo!

Un padre che, dopo aver ascoltato il racconto furbesco del figliuolo che l’ha fatta franca mentendo, dice compiaciuto: “Si vede che impari presto a stare al mondo!” si condanna da solo, con le sue parole.

Per educare il bimbo alla sincerità e alla schiettezza, i genitori, i fratelli siano sempre schietti con lui. le fiabe devono essere raccontate al bambino come “fiabe”, non come storie vere; così la fiaba di S. Lucia, di Papà Natale, quella di Gesù Bambino che scende dal camino, ecc.

Per abituare il fanciullo al rispetto della verità giova soprattutto insistere che Dio vede tutto, che l’Angelo Custode registra tutto, che a loro non si può nascondere nulla, ed è inutile anche mentire, perché un giorno, al giudizio universale, tutto sarà svelato e reso manifesto. Lo ha detto Gesù: “Non vi è nulla di nascosto, di occulto, che non venga un giorno rivelato”.

Per intimorire il fanciullo non gli si dica che si vedono scendere le bugie dal suo naso …, che il nostro dito mignolo dice tutto …, e altre simili sciocchezze. Perché il bambino si accorge, purtroppo, di riuscire a farla franca e si convince presto che non è affatto vera la storiella del dito mignolo e delle gambe corte … Allora, accorgendosi che lo si è preso in giro, ingannandolo con delle storielle, egli impara ad inventarne e a raccontarne ogni qualvolta gli torna opportuno per salvarsi da una sgridata, per evitare un castigo, o solo anche per ottenere un premio (pagg. 140,141).

 

60. Ma specialmente i genitori non facciano mai dire bugie ai figliuoli! Non si incarichi un figlio di raccontare una bugia al maestro per giustificare l’assenza a scuola: “Gli dirai che avevi il mal di testa, mentre si è andati in gita; oppure, “Dirai che hai sei anni”, mentre il bimbo sa benissimo di averne sette.

E con l’esempio, prima scuola di formazione alla sincerità, si inculchi nel fanciullo la “bruttezza” della menzogna, davanti a Dio e davanti agli uomini; la sua viltà, e si esaltino invece tutti i meravigliosi valori della sincerità, Dio è Verità!

 Quanti fatti di diseducazione da parte di alcuni genitori si potrebbero citare riguardo alla lealtà. Non bisogna certamente generalizzare; ma se non si vuole deformare precocemente la coscienza del fanciullo, si eviti scrupolosamente nei suoi confronti ogni storpiatura della verità. E’ una regola quanto mai importante!

Un giorno in classe si sta facendo un compito. Una bimba, nascondendosi, cerca un foglietto. La professoressa la sorprende e le dice: “Che fai?”. La fanciulla, impacciata, risponde: “Mi industrio di sapere cosa bisogna mettere. È la mamma che mi ha insegnato a copiare”.

Ecco un altro fatto. Sale in treno una mamma con la sua bambina. “Giannina – dice la madre -  se passa un signore e ti domanda l’età, dirai che ha sei anni e mezzo”. “Quale signore?”. “Uno con un berretto che porta le strisce d’argento”. “Ma ho sette anni e mezzo, lo vedrà bene”, insiste la piccola. “No, no, ricordati: sei anni e mezzo”. “Non è vero, mamma. Tu mi hai insegnato che non bisogna mentire, lo stesso ha ripetuto la maestra a scuola”. “Ma stai zitta, imbecille, parla piano e fa come di ho detto”.

La bimba guarda i passeggeri e poi la mamma. Non osa più chiedere né il “perché” né il “come”: essa è intimidita, ma quali pensieri frullano nella sua testolina? Ogni volta che i genitori costringono i figli a mentire, li abituano a diventare falsi, a ingannare loro stessi (pagg. 141,142,143).

 

61. Quando si è certi che il fanciullo ha mentito, lo si deve punire tenendo però presente l’entità della bugia.

Ci sono bugie “fantastiche” che i bambini raccontano per farsi “grandi”, vere invenzioni di fantasia surriscaldata dal cinema e dai fumetti, indice della loro mancanza di adeguatezza alla realtà. Queste bugie si correggono aiutando il bambino gradatamente ad un maggior senso di concretezza.

I genitori schietti, sinceri, amanti della verità, ordinariamente crescono fanciulli schietti e sinceri. Vi sono delle famiglie dove si respira il culto della verità; e vi sono delle famiglie dove la finzione, la simulazione, la menzogna, l’inganno sono all’ordine del giorno. Nei discorsi, nel portamento, nelle relazioni tra papà e mamma, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra i membri della famiglia e gli amici che frequentano la casa.

I bambini comprendono molto più di quello che gli adulti immaginano, e imparano. Grande mezzo umano e divino per educare i figli alla sincerità e all’amore della verità è la frequenza al sacramento della Confessione.

Perché l’opera educatrice sia efficace, deve segnare la via, deve cioè avere come base “l’esempio dei genitori”.

La lezione dell’esempio è la più potente: essa dura quanto dura la vita. il fanciullo vive di imitazione. Egli è portato per istinto a riprodurre ciò che vede e sente dagli adulti; non avendo ancora né cognizione né esperienza, vive imitando gli altri. E l’imitazione diventa così uno dei principali agenti del suo sviluppo. Anche prima di essere capace di comprendere, il fanciullo resta fortemente impressionato della vita vissuta nel focolare.

Nessuno deve quindi illudersi di poter ingegnare ai figliuoli le norme della vita cristiana come si insegnano le regole della grammatica. Un ragazzo può tollerare che nella scuola un maestro gli insegni in un modo e agisca in un altro, ma sarebbe fatale se egli fosse costretto a distinguere in casa, innanzi ai genitori, fra l’insegnamento che riceve e le lezioni pratiche che osserva (pagg. 143,144).

 

62. Non è possibile correggere nei figli i difetti nei quali i genitori incorrono ogni giorno davanti a loro. “Come pretendere che i figli siano leali, se voi siete maliziosi; sinceri, se voi siete mentitori; generosi, se voi siete egoisti; caritatevoli, se voi siete avari; dolci e pazienti, se voi siete violenti e collerici?” (Pio XII).

La parola non è mai così eloquente come quando è concretata nella realtà delle opere e della vita; di qui l’influenza fascinatrice dell’esempio, secondo il celebre adagio: “la prole muovono, gli esempi trascinano”. Chi dice e opera aggiunge una grandissima autorità ed efficacia all’insegnamento; anzitutto perché porta la prova della sua sincerità e coerenza, e poi perché l’esempio è assai più ricco della parola di elementi persuasivi; la parola infatti si rivolge soprattutto all’intelligenza, l’esempio invece investe mente, volontà e cuore.

L’educazione è partecipazione di vita più che esposizione di nozioni morali, di precetti e raccomandazioni, infilate una dietro l’altra con ordine. Ora l’esempio è la morale in atto, che vigorosamente conduce dove il precetto ha tracciato la via; esso è il miglior modellatore del carattere degli uomini.

Nella casa, i genitori, specialmente la madre, sono come un esemplare vivente sul quale si modellano i figli. Per questo il buon esempio è il più prezioso patrimonio che i genitori possano dare e lasciare ai figli. Le parole passano e si dimenticano , ma la visione dell’esempio si imprime nella mente e nella memoria dei figli e resta monto e richiamo incancellabile per tutti i giorni più difficili della vita; resta come un libro vivo, sempre aperto, splendente di luce, pieno di calore che attira a imitazione (pagg. 144,145).

 

63. Con l’esempio sia “l’unità di indirizzo e la concordia”. Non vi deve essere, nel disimpegno della mirabile missione educativa, nessun contrasto, nessuna divergenza tra i genitori, come nessuna separazione è stata nell’amore e nel sacrificio che li ha uniti per la procreazione.

Quale rovina morale per i figli, se nella stessa casa dovessero esistere simultaneamente due pesi e due misure, due opinioni contraddittorie sulla giustizia, sull’onestà, sulla religione!

La prima, la più profonda e la più incancellabile lezione educativa che i figli ricevono e sulla quale si plasma il loro carattere, è data dalle prove di affetto e di rispetto, che i genitori reciprocamente si offrono.

I figli hanno bisogno vitale e assoluto dell’unione e dell’amore dei genitori; hanno bisogno che un medesimo tono, uno stesso ritmo di idee e di affetti risuoni nel loro animo, nella loro intelligenza e nel loro cuore.

I genitori devono quindi lavorare d’accordo per dare per dare ai figli la loro impronta, sacrificando, quando occorre, le proprie vedute troppo personali.

Non sia mai la mamma a favore dei figli contro il babbo, e questi non sia mai contro la mamma. La gara per la conquista dei figli rovina in radice l’educazione, perché induce ciascuno dei genitori a favori eccessivi, a condiscendenze anche colpevoli, a concessioni di ogni genere, a critiche che i figli non dovrebbero mai sentire! Così i figli crescono viziati, sempre più esigenti e, quando si accorgono di essere oggetti di una lotta e di una emulazione poco decorosa, si fanno a loro volta sfruttatori della situazione.

L’autorità deve essere una sola, altrimenti i figli sapranno abilmente approfittare  della discordia e all’occasione anche suscitarla. Nulla infatti eguaglia l’abilità del fanciullo a ricavare dal disaccordo dei suoi genitori il partito più vantaggioso per seguire i suoi capricci.

I dissidi, le piccole questioncelle, devono essere risolte a parte, lungi dagli occhi e dalle orecchie dei figli, quando questi sono a letto o fuori di casa. Purtroppo molti genitori, per un affetto irragionevole e geloso ai piccoli, dimenticano quell’altro affetto che si devono tra loro, rovinando così il proprio ascendente sull’animo dei fanciulli, nel momento stesso in cui credono di stabilirlo.

Meglio una guida unica coi suoi errori parziali, che due annullate dal contrasto. Attaccare due cavalli in senso opposto, è lo stesso che paralizzarne lo sforzo, sino ad annullarlo, mentre con un solo cavallo, si andrà avanti poco, ma si è sicuro di andare avanti (pagg. 146,147,148).

 

64. Quanto abbiamo ora ricordato, non vieta ai genitori, specialmente nel secondo periodo dell’educazione dei figli, di cercare aiuti. Oggi, anche i genitori meglio preparati assai difficilmente bastano da soli a provvedere alla completa formazione dei loro figliuoli. Allora, primo diritto e primo dovere di un padre e di una madre è di conoscere perfettamente coloro che si occupano dei figliuoli. Per questa scelta che interessa così seriamente la coscienza, l’onore, la felicità propria  e dei figli, i genitori non avranno mai tanta diligenza.

 Ogni calcolo e sollecitudine interessata devono essere posposti alle doti degli educatori scelti. Essi devono essere sotto ogni aspetto i  migliori, i più degni fra quanti si sono potuti conoscere. Migliori non solo per la scienza, ma per virtù, per gravità, per santità di costumi.

Affidare i figli non dovrà tuttavia mai significare “scaricarsene”. I maestri, gli istitutori, i precettori, il collegio, sono  collaboratori necessari e preziosi, ma collaboratori, mai sostituti dei genitori.

 Nessuna scuola per quanto perfetta, nessuna istituzione privata e pubblica, potrà mai sostituire la famiglia, perché in nessun modo possono essere degnamente sostituiti l’autorevole vigilanza paterna e la tenera sollecitudine della madre.

Anche i più eminenti educatori, i maestri e le maestre scelte, poco riusciranno a fare per l’educazione dei figli, se i genitori non recheranno l’apporto della loro azione. Nessuno e nulla può sostituire l’ambiente del focolare e l’opera dei genitori.

Vedere nella scuola, nel collegio, solo dei simpatici liberatori dalle responsabilità dell’educazione e dalle note e seccature che i figli procurano rimanendo tutto il giorno fra i piedi, è segno di incomprensione e di disinteresse. La scuola è il prolungamento, la continuazione della famiglia nella grande opera dell’educazione. I due istituti si completano a vicenda. È pertanto necessario che tra maestri e genitori, non solo vi sia una viva corrente di simpatia, ma una vera, costante collaborazione. A questo fine i genitori devono suscitare e custodire nei figli la dovuta riverenza e l’adeguato rispetto per gli educatori, maestri, professori e procurare di mettersi in corrispondenza non solo con lettere, ma visitando di persona questi collaboratori, per trattare seriamente con essi del bene dei figliuoli.

Perché non affiori nell’animo del fanciullo il pensiero dell’emancipazione, l’opera dei genitori dovrà continuare anche tra le pareti del collegio e della scuola, per mezzo delle lettere, delle informazioni, delle visite, con gli immancabili opportuni richiami e incoraggiamenti.

La responsabilità educativa del padre e della madre è inalienabile. Nessuno può scaricar quello che Dio ha caricato (pagg. 148,149,150).  


Documento stampato il 08/09/2026