S. Marco Evangelista

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La vita

Asceso Gesù Cristo al cielo e consumata l’opera della Redenzione, dopo la venuta dello Spirito Santo gli Apostoli si divisero per tutto il mondo a predicare agli ebrei e ai gentili la Nuova Legge di grazia, e a spargere fra le tenebre dell'idolatria la nuova luce del Vangelo. Prima che il capo degli Apostoli S. Pietro andasse a Roma, scelse per suo compagno un suo caro discepolo da lui convertito a Cristo con le sue prediche ed istruzioni, S. Marco.

Egli era di nazionalità ebrea, originario del paese di Cirene, nella provincia chiamata Pentapoli. Il fervore di questo nuovo discepolo, la sua pietà, il suo zelo per la religione si manifestarono così fortemente che S. Pietro non dubitò di prenderlo per suo collega nei viaggi e nei pellegrinaggi, e di costituirlo suo interprete e suo confidente.

S. Marco accompagnò l’Apostolo in Antiochia, e fino a Roma; quando S. Pietro gettava il seme della divina parola, S. Marco la coltivava con tale abbondante frutto, che in tutto il mondo non si parlava che della fede dei romani.

Costretto S. Pietro a partire da Roma per affari importanti di religione che lo chiamavano altrove, nella città vi lasciò il suo caro discepolo. Qui S. Marco, a richiesta di quei primi fedeli che bramavano avere per iscritto la storia del Vangelo, scrisse quanto aveva inteso da S. Pietro; quando ritornò, l'Apostolo lesse ciò che aveva scritto S. Marco e, dopo averlo approvato, permise a tutta la Chiesa di potersene servire. Si dice che S. Marco fu mandato da Roma ad Aquileia da S. Pietro, e che là, dopo aver dimorato per due anni, l'amato discepolo convertì un gran numero di persone; tra queste, vi fu S. Ermagora, che fu consacrato successivamente da S. Pietro come primo vescovo di quella Chiesa, la quale divenne una delle più famose d'occidente.

L’anno di Cristo 49, sotto l’impero di Claudio, furono scacciati da Roma tutti gli ebrei, e S. Pietro mandò S. Marco in Egitto e nelle province a quello attinenti per predicarvi il regno di Dio. Vi portò il Vangelo da lui scritto in greco, dato che quella lingua era molto familiare in oriente.

Ripieno dello spirito apostolico, S. Marco si fermò a Cirene, sua patria, nella quale operò anche dei miracoli, e convertì numerose persone. Quei popoli idolatri, aprendo gli occhi alle verità della fede annunziate loro dal nuovo Apostolo, disprezzarono gli idoli, abbatterono i boschi consacrati al demonio ed abbracciarono di cuore il Vangelo. Quindi, S. Marco si diresse nelle altre parti settentrionali della Libia, e nell'arco di dodici anni convertì quei barbari alla Legge di Dio. Penetrò poi nell’alto e nel basso Egitto, nell’una e nell’altra Tebaide, e sparse Dio una benedizione così abbondante sopra le sue fatiche, che quel paese per così tanto tempo sede del più tenace paganesimo e della più balorda superstizione, fu poi la terra fortunata nella quale soggiornarono tanti illustri anacoreti, e fu rinomato in tutto il mondo per gli abbondanti frutti di cristiana pietà che scaturivano da quel luogo evangelizzato.

S. Marco impiegò molti anni nel coltivare quella vasta vigna, e vedendola così fiorente, risolvette di di dirigersi a predicare la Fede in Alessandria, che era allora dopo Roma la principale città dell’impero. Pose al governo delle chiese già fondate alcuni dei suoi più ferventi e capaci discepoli, e partì verso quella capitale dell’oriente. Appena entrò nella città, gli si ruppe una scarpa, ed un ciabattino, al quale l'aveva data da rassettare, si ferì una mano colla sua lesina, e gridò forte per il dolore: “Ah mio Dio!” (espressione che, al dire di Tertulliano, l'idolatria più cieca e più ostinata non ha mai potuto togliere dalla bocca dei pagani, i quali nei primi moti naturali dell’anima non possono far a meno di non confessare la divina esistenza). S. Marco, da questa sua esclamazione, prese spunto per fargli conoscere l’unico Dio, che egli aveva invocato senza pensarvi, e animatolo a sperare nel divino aiuto, sputò nella polvere, e composto un po' di fango, lo pose nella piaga, e fattogli il segno di croce lo guarì della ferita. Aniano, così si chiamava il ciabattino, mosso da quel miracolo, lo pregò a fermarsi in sua compagnia nella propria casa, si fece istruire appieno sulle verità del Vangelo e con lui fu battezzata tutta la sua famiglia. Aniano in poco tempo crebbe così tanto nella cognizione e nella pratica delle virtù cristiane, che S. Marco dopo solo due anni lo consacrò vescovo di Alessandria.

Tale fu l'afflusso di quel popolo convertito alle istruzioni e prediche del santo Evangelista, che già non ne poteva sostenere il peso da solo; fu costretto a stabilirvi diverse chiese e parrocchie, nelle quali si catechizzava il popolo, e si celebravano le Sante Messe. Una cultura così distinta produsse in quei nuovi cristiani tale fervore e desiderio dell'evangelica perfezione, che molti si sforzavano di unire la pratica dei consigli del Vangelo all'osservanza dei precetti, e si vide ben presto la città e i suoi territori riempiti di eroi cristiani, i quali rinunciando a tutte le lusinghe del secolo, pompe e vanità del demonio, più non si occupavano che di Dio, e passavano i giorni loro nella pratica delle maggiori austerità, nella lettura dei libri santi, e nella continua meditazione delle verità eterne.

Conversioni così strepitose non potevano far a meno di non eccitare qualche violenta persecuzione contro il Santo. Tutta !a città si sollevò contro S. Marco, il quale veniva chiamato il Galileo, venuto per abbattere gli idolatri, e per annichilire il culto dei loro dèi. Veduto dall'Evangelista il popolo in subbuglio, e prevedendo le conseguenze funeste, dopo aver già provveduto a dare alla Chiesa il nuovo vescovo S. Aniano, S. Marco partì verso Pentapoli per visitare i suoi cari figlioli lì lasciati, trascorrendo per due anni quelle province nel confermare i fedeli, nell'accrescere il numero, la pietà, e il fervore dei medesimi. Essendo poi stato, si dice, testimone del martirio di San Pietro e di San Paolo, ritornò poi in Alessandria e si preparò a sacrificare la sua vita a Gesù Cristo.

Celebravano una domenica i pagani la festa del loro idolo Serapi, quando si sollevò all'improvviso un bisbiglio, ed una voce nel popolo diceva: “Si cerchi e si sacrifichi quanto prima alla nostra giusta collera il nemico dei nostri dèi”. Non si tardò molto a cercarlo; fu trovato il Santo mentre celebrava la Santa Messa, lo presero e gli misero barbaramente una fune al collo, e lo trascinarono gridando che fosse necessario sacrificare quel bufalo a Bucoli per liberarsi dalla persecuzione di lui. Bucoli era un luogo vicino al mare pieno di rupi e di precipizi, in cui erano soliti pascolare i buoi.

Dalla furia del popolo fu così trascinato S. Marco dalla mattina fino alla sera per quei dirupi, lasciando la terra tutta ricoperta di sangue; mentre la sua carne era così lacerata, l'Evangelista benediceva il Dio, e dolcemente cantava le sue lodi, ringraziando di soffrire in nome Suo. Giunta la sera, così malconcio fu riposto in prigione, finché avessero preso la decisione riguardo il genere di morte che dovevano fargli soffrire. Durante quella notte, ebbe due visioni. La prima fu di un Angelo, che nel giungere fece tremare la terra, e gli disse che il suo nome era scritto nel Libro della vita. La seconda fu di Gesù Cristo, che gli apparve mentre il Santo lo ringraziava per la prima visione; il Salvatore si fece vedere sotto la stessa forma che aveva mentre stava sulla terra, e gli disse: “La pace sia con te”. Quindi fu consolato, e assicurato dell’eterna gloria che lassù lo aspettava.

Appena spuntò il giorno, i barbari cominciarono da capo la scena del giorno antecedente, e correndo velocemente lo trascinarono per i dirupi, finché rese l'anima a Dio, e consumò il suo martirio nell'anno di Cristo 68. Quei pagani tentarono di bruciare il suo corpo, ma una grande tempesta insorta li costrinse a fuggire, cosicché, abbandonato il cadavere, i cristiani poterono prenderlo per seppellirlo in un luogo scavato nel sasso di quel monte, vicino al luogo in cui erano soliti riunirsi per pregare. L’anno 316 vi fu innalzata una magnifica chiesa e le preziose reliquie di S. Marco si venerarono in Alessandria sino all’ottavo secolo, riposte in un sepolcro di marmo davanti all'altare maggiore della chiesa.

Curiosità

Fino all'anno 870, corse voce che il corpo di S. Marco non fosse più in Alessandria perché era stato rapito segretamente dai veneziani, i quali credettero di fare un grande atto di religione rubando quel sacro deposito dal furore dei maomettani e degli arabi dominatori di quella città. Ciò che è certo è che questa famosa ed augusta repubblica visse sotto la protezione di san Marco. Vi si celebra solennemente la sua festa il 25 di aprile, e la sua traslazione nel 31 di gennaio.

Una terza festa, chiamata l'apparizione di S. Marco, si celebra nel 25 di giugno, per il ritrovamento del suo corpo, che seguì nell'undicesimo secolo dopo aver ignorato per alcuni anni dove si trovasse. Accadde che, a seguito di un incendio, fu distrutta la primitiva chiesa di Venezia dove si tenevano segretamente le reliquie di San Marco e si era persa ogni memoria circa il luogo dove potesse essere stato sepolto. Si pensava potesse stato essere rubato, quasi a contrappeso del furto veneziano. Venne ordinata così una solenne processione preceduta dal digiuno, celebrata dal vescovo di Castello con tutto il clero, il doge con il senato e con tutto il popolo; e mentre ognuno supplichevole porgeva al cielo i suoi voti, ecco da una colonna nel tempio si vide il Santo in forma visibile; stendendo il braccio in atto di benedire il suo popolo, ognuno si prostrò a terra e adorò la divina clemenza che tanto si era degnata di consolare così prodigiosamente i suoi sevi, ed ecco si mossero le pietre di una colonna lasciando apparire l'arca dov'era la salma.


Veronica Tribbia

 


Documento stampato il 04/08/2021