Non capitolare davanti a questo mondo, ma tutto ricapitolare in Cristo

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Intervista con il Superiore generale della Fraternità San Pio X don Davide Pagliarani sul pontificato di Papa Francesco.

 

Reverendo Superiore generale, Papa Francesco è salito sul trono di san Pietro ormai da otto anni, e all’occasione di questo anniversario lei ha accettato di concederci questa intervista: la ringraziamo. Per alcuni osservatori del pontificato di Francesco, in particolare quelli legati alla Tradizione, sembra che si sia conclusa la battaglia delle idee: secondo costoro, ormai è la prassi a dominare, cioè l’azione concreta, ispirata a un pragmatismo a tutto campo. Che ne pensa?

Non sono del tutto sicuro che si debbano mettere in opposizione in questo modo azioni ed idee. Papa Francesco è certamente molto pragmatico; ma essendo un uomo di governo, sa perfettamente dove va. Un’azione di grande ampiezza è sempre ispirata da princìpi teorici, da un insieme di idee, spesso dominato da un’idea centrale alla quale ogni prassi può e deve essere rapportata.

Bisogna riconoscerlo: gli sforzi per comprendere i princìpi del pragmatismo di Francesco, non si fanno senza tentennamenti. Per esempio, alcuni hanno pensato di trovare i suoi princìpi d’azione nella teologia del pueblo, una variante argentina – molto più moderata – della teologia della liberazione… In realtà, a quanto mi sembra, Francesco si situa al di là di questo sistema, e anche di qualsiasi sistema noto. Credo che il pensiero che lo anima non possa essere analizzato ed interpretato in modo soddisfacente, se ci si limita a dei criteri teologici tradizionali. Francesco non è solo al di là di ogni sistema conosciuto, ma al di sopra.

Cosa intende dire?

Con Giovanni Paolo II, per esempio, nonostante tutto quello che possiamo deplorare, certi punti della dottrina cattolica restavano intoccabili. Con Benedetto XVI, si aveva ancora a che fare con uno spirito legato alle radici della Chiesa. Il suo considerevole sforzo per realizzare la quadratura del cerchio, benché votato al fallimento, conciliando la Tradizione con l’insegnamento conciliare, rivelava comunque una preoccupazione di fedeltà alla Tradizione. Con Francesco, una tale preoccupazione non esiste più. Il pontificato che viviamo è una svolta storica per la Chiesa: dei bastioni che ancora sussistevano sono stati demoliti per sempre – umanamente parlando; ed in parallelo, la Chiesa ha ridefinito, rivoluzionandola, la sua missione nei confronti delle anime e del mondo.

È ancora troppo presto per analizzare la portata di questo sconvolgimento in tutta la sua ampiezza, ma possiamo già sforzarci di analizzarla.

Peccato e misericordia

Lei dice che dei bastioni che ancora sussistevano sono stati demoliti. A cosa si riferisce?

Penso agli ultimi fondamenti di ordine morale sui quali era stabilita non solo la società cristiana, ma ogni società naturale. Prima o poi questo doveva succedere, era solo questione di tempo. Fino ad ora, nonostante certe approssimazioni, la Chiesa manteneva con una certa fermezza le proprie esigenze morali, circa il matrimonio cristiano, per esempio, e condannava ancora chiaramente tutte le perversioni sessuali… ma queste esigenze si fondavano purtroppo su una teologia dogmatica sviata dalla sua finalità, e perciò resa instabile: era inevitabile che dunque esse vacillassero a loro volta, prima o poi. Non si possono mantenere a lungo stabili dei princìpi di azione, quando l’idea che ci si fa del loro Autore divino è indebolita o falsata. Questi princìpi morali potevano sopravvivere qualche tempo, qualche decennio, ma ormai privi della loro colonna vertebrale, erano destinati a essere un giorno “superati”, praticamente negati. A questo noi assistiamo sotto il pontificato di Francesco, in particolare con l’esortazione apostolica Amoris laetitia (19 marzo 2016). Questo testo non contiene solo dei gravi errori; manifesta un approccio storicistico completamente nuovo.

Di che approccio si tratta? Che cosa avrebbe determinato una tale scelta?

Papa Francesco ha una visione generale molto precisa della società contemporanea, della Chiesa di oggi, e in ultima analisi, di tutta la storia. Mi sembra essere affetto da una sorta di iperrealismo che si pretende “pastorale”. Secondo lui, la Chiesa deve arrendersi all’evidenza: le è impossibile continuare a predicare una dottrina morale quale quella che ha predicato finora. Deve decidersi a capitolare davanti alle esigenze dell’uomo di oggi, e in conseguenza a ripensare la propria maternità.

Certo, la Chiesa deve sempre essere madre: ma invece di esserlo trasmettendo la vita ed educando i propri figli, lo sarà nella misura in cui li saprà accettare come sono, ascoltare, comprendere ed accompagnare… Queste preoccupazioni, che non sono cattive in se stesse, vanno qui comprese in un senso nuovo e molto particolare: la Chiesa non può più imporsi, e per conseguenza non lo deve più. È passiva e si adatta. La vita ecclesiale, tale che può essere vissuta oggi, condiziona e determina la missione stessa della Chiesa, financo la sua ragion d’essere. Per esempio, poiché non può più esigere le stesse condizioni di un tempo per accedere alla Santa Eucaristia, visto che l’uomo moderno vi vede un’intollerabile intolleranza, la sola reazione realista e autenticamente cristiana, in questa logica, consiste ad adattarsi a questa situazione e a ridefinire le proprie esigenze. Così, per forza di cose, la morale cambia: le leggi eterne sono sottomesse ad un’evoluzione resa necessaria dalle circostanze storiche e dagli imperativi di una carità falsa e mal compresa.

Secondo lei, il Papa vive con qualche malessere questa evoluzione? Sente il bisogno di giustificarla?

Il Papa doveva senz’altro essere cosciente, dall’inizio, delle reazioni che un tale processo avrebbe provocato nella Chiesa. Probabilmente è anche cosciente di aver aperto delle porte che, per duemila anni, erano restate chiuse a doppia mandata. Ma in lui, le esigenze storiche superano ogni altra considerazione.

In questa prospettiva l’idea di “misericordia”, onnipresente nei suoi discorsi, acquisisce tutto il suo valore e la sua portata: non si tratta più della risposta di un Dio d’amore, che accoglie a braccia aperte il peccatore pentito, per rigenerarlo e rendergli la vita della grazia; si tratta ormai di una misericordia fatale, diventata necessaria per rispondere agli urgenti bisogni dell’umanità. Considerati ormai incapaci di rispettare anche la legge naturale, gli uomini hanno un pieno diritto di ricevere questa misericordia, una sorta di amnistia condiscendente di un Dio che, anche Lui, si adatta alla storia senza più dominarla.

In questo modo, non si rinuncia più solamente alla fede o all’ordine soprannaturale, ma anche ai princìpi morali indispensabili per una vita onesta e giusta. Tutto ciò è spaventoso anche perché si traduce in una rinuncia definitiva alla cristianizzazione dei costumi: al contrario, i cristiani adottano ormai i costumi del mondo, o devono almeno adattare – caso per caso – la legge morale ai costumi attuali, quelli dei divorziati “risposati” o delle coppie dello stesso sesso.

Questa misericordia è diventata così una sorta di panacea, fondamento di una nuova evangelizzazione da proporre a un secolo che non può più essere convertito, e a dei cristiani cui non si può più imporre il giogo di tutti i comandamenti. Così, le anime in pericolo, invece di essere incoraggiate e fortificate nella loro fede, sono rassicurate e incoraggiate in situazioni di peccato. Così facendo, il custode della fede abolisce anche l’ordine naturale: non resta più nulla.

Ciò che è soggiacente a questi errori, è l’assenza totale di trascendenza, di verticalità. Non c’è più alcun riferimento, nemmeno implicito, al soprannaturale, all’aldilà, alla grazia, e soprattutto alla redenzione di Nostro Signore, che ha fornito definitivamente a tutti gli uomini i mezzi necessari alla loro salvezza. L’efficacia perenne di questi mezzi non è più né predicata né conosciuta. Non ci si crede più! In conseguenza, tutto si riduce a una visione puramente orizzontale, storicistica, nella quale le contingenze prevalgono sui princìpi, e dove conta solo il benessere terreno.

Questa svolta di cui ha parlato resta ancora nella linea del Concilio, o appartiene già a un Concilio Vaticano III che non avrebbe ancora avuto luogo?

C’è al tempo stesso una continuità con le premesse poste al Concilio, e un superamento delle medesime. Questo per una ragione molto semplice. Con il Concilio, la Chiesa ha voluto adattarsi al mondo, mettersi al passo grazie all’aggiornamento promosso da Giovanni XXIII e Paolo VI. Papa Francesco prosegue questo adattamento al mondo, ma in un senso nuovo ed estremo: attualmente, la Chiesa si adatta al peccato stesso del mondo, almeno finché tale peccato è “politicamente corretto”; allora è presentato come espressione autentica dell’amore, sotto tutte le forme ammesse dalla società contemporanea e permesse da un Dio misericordioso. Sempre caso per caso, ma questi casi eccezionali sono chiamati a diventare la norma, come già lo si constata in Germania.

Utopia di Papa Francesco

Accanto a questo annientamento progressivo della morale tradizionale, Papa Francesco propone dei valori da coltivare? In altri termini, secondo lei su quale fondamento vuole costruire?

Questa è una domanda molto pertinente, alla quale il Papa stesso ha risposto nella sua ultima enciclica Fratelli tutti (3 ottobre 2020), proponendoci di «accettare la sfida di sognare e pensare ad un’altra umanità. […] Questa è la vera via della pace». Questa è quanto chiamiamo utopia, ed è quanto succede a tutti coloro che tagliano le proprie radici: il Papa, rompendo con la Tradizione divina, aspira a una perfezione ideale ed astratta, disconnessa dalla realtà.

Certo, nega di farlo, e nello stesso passaggio, pur concedendo che le sue parole «suoneranno come fantasie», precisa su quale fondamento intende appoggiarsi: «il grande principio dei diritti che promanano dal solo fatto di possedere l’inalienabile dignità umana». Ma precisamente la Rivelazione e la Tradizione ci insegnano che la natura umana non basta a se stessa. Come dice Chesterton, «togliete il soprannaturale, e resterà solo ciò che non è naturale». Senza Dio, la natura sola tende a diventare, nella pratica, “contronatura”; perché chiamando ed elevando l’uomo all’ordine soprannaturale, Dio ha ordinato la natura alla grazia, in modo che la natura non può scostarsi dall’ordine soprannaturale senza introdurre un profondo disordine in se stessa. Il sogno di Francesco è profondamente naturalista.

Altro segno del suo carattere utopico, è che il sogno prende una portata universalistica: si tratta di imporlo a tutti, e in modo autoritario, assoluto. Essendo concepiti in modo artificiale, i sogni non possono essere imposti se non in modo artificiale…

Ma in cosa consisterebbe l’utopia di Papa Francesco?

In perfetta osmosi con le aspirazioni dell’uomo moderno, imbevuto dei propri diritti e tagliato dalle proprie radici, questa utopia si riassume in due idee: quella di ecologia integrale e di fraternità universale. Non è un caso che il Papa abbia dedicato a questi argomenti due encicliche chiave, delle quali afferma che caratterizzano le due parti principali del suo pontificato.

L’ecologia integrale di Laudato si’ (24 maggio 2015) non è altro che una nuova morale proposta all’intera umanità, facendo astrazione dalla Rivelazione e dunque dal Vangelo. I princìpi sono puramente arbitrari e naturalisti. Si accordano senza problemi con le aspirazioni atee di un’umanità appassionata della terra in cui vive, e sprofondata in preoccupazioni puramente materiali.

E la fraternità universale di Fratelli tutti, esaltata dal Papa in modo molto solenne con la dichiarazione di Abu Dhabi, firmata insieme al grande Imam di Al-Azhar (4 febbraio 2019), non è altro che una caricatura naturalista della fratellanza del cristianesimo, fondata sulla paternità divina comune a tutti gli uomini redenti dal Cristo. Questa fratellanza è materialmente identica a quella della massoneria che, durante gli ultimi due secoli, non ha fatto altro che seminare odio, in particolare contro la Chiesa, in una volontà feroce di sostituirsi alla sola fraternità veramente possibile tra gli uomini.

Non è solamente la negazione dell’ordine soprannaturale, che riporterebbe la Chiesa alle dimensioni di una ONG filantropica, è anche il disconoscere le ferite del peccato originale, e dimenticare la necessità della grazia per restaurare la natura decaduta e promuovere la pace tra gli uomini.

In che modo, in questo contesto, si potrebbe ancora distinguere il ruolo della Chiesa da quello della società civile?

Oggi, la Chiesa cattolica offre l’immagine di una potenza sacerdotale al servizio del mondo contemporaneo e delle sue necessità socio-politiche… Ma questo sacerdozio non ha più come scopo di cristianizzare le istituzioni né di riformare i costumi ritornati al paganesimo; si tratta di un sacerdozio tragicamente umano, senza alcuna dimensione soprannaturale. Paradossalmente, la società civile e la Chiesa si ritrovano così, come al tempo della cristianità, associate nella lotta fianco a fianco per degli obiettivi comuni… ma questa volta, è una società laicizzata che suggerisce ed impone alla Chiesa le sue proprie visioni e il suo ideale. È allucinante: l’umanitarismo laico è diventato la luce della Chiesa, il sale che le dona il suo sapore. Lo sbando dottrinale e morale di questi ultimi anni traduce bene questo complesso di inferiorità che gli uomini di Chiesa coltivano nei confronti del mondo moderno.

Eppure – è il mistero della fede ed è la nostra speranza – la Chiesa è santa, è divina, è eterna: malgrado le tristezze dell’ora presente, la sua vita intima, in ciò che ha di più elevato, è certamente di una bellezza che rapisce Dio e gli angeli. Oggi come sempre, la Chiesa dispone in pienezza di tutti i mezzi che occorrono per guidare e santificare!

Necessità del Cristo Re

Secondo lei, con quali mezzi la Chiesa può liberarsi di tali errori e rigenerarsi?

Occorre innanzitutto rinunciare alle utopie e ritornare al reale, ritornare alle radici della Chiesa. Si potrebbero identificare tre punti chiave di cui la Chiesa deve riappropriarsi e che deve ricominciare a predicare senza concessioni e senza complessi: l’esistenza del peccato originale e dei suoi effetti (la triplice concupiscenza di cui parla san Giovanni nella sua prima epistola) – e questo contro ogni forma di ingenuità naturalista; la necessità della grazia, frutto della redenzione, unico rimedio – ma rimedio onnipotente – per trionfare di questi effetti devastanti; la trascendenza del fine ultimo, che non è su questa terra, ma in Cielo.

Ricordare questo significherebbe ricominciare a «confermare i fratelli». Di nuovo sarebbe predicata la vera fede: quest’ultima è la condizione necessaria ad ogni vita soprannaturale; ma è pure la custode indispensabile della legge naturale, la quale è ugualmente divina nella sua origine, eterna e immutabile, base necessaria per condurre l’uomo alla sua perfezione.

Questi tre concetti si riassumono in un solo ideale: quello del Cristo Re. È Lui l’oggetto della nostra fede. È Lui l’autore della grazia. È Lui l’autore di questa legge naturale che ha iscritto nel cuore dell’uomo quando lo ha creato. Il divino Legislatore non cambia. Non rinuncia alla sua autorità. Come non si può alterare questa legge senza alterare la fede stessa, così non si potrà restaurarla senza rendere al suo divino Legislatore l’onore che gli è dovuto.

Più chiaramente: non capitolare davanti a questo mondo, ma «ricapitolare tutto in Cristo». Nel Cristo Re e attraverso il Cristo Re la Chiesa ha tutti i mezzi per vincere il mondo, il cui principe è il padre della menzogna. Lo ha già fatto una volta per tutte sulla croce: «Io ho vinto il mondo».

La Santa Vergine avrà un ruolo particolare in questa vittoria?

Se questa vittoria è quella del Cristo Re, sarà necessariamente anche quella di sua Madre. La Madonna è sistematicamente associata a tutte le battaglie e le vittorie di suo Figlio. Sarà associata anche a questa a un titolo tutto particolare: mai come oggi si è constatato il trionfo di errori così perniciosi e così sottili, cause di disastri tanto estesi e tanto profondi nella vita concreta dei cristiani. Ora, tra i più bei titoli che la Chiesa attribuisce alla Madonna, vi sono quello di “Distruttrice di tutte le eresie” – Ella schiaccia la testa di colui che le concepisce – e quello di “Aiuto dei cristiani”. Pertanto, più la vittoria dell’errore sembra definitiva e irreversibile, più gloriosa sarà la vittoria della Santa Vergine. 


Intervista rilasciata a Menzingen, il 12 marzo 2021, festa di san Gregorio Magno, Papa (Fonte: fsspx.news/it)


Documento stampato il 30/11/2021