Il sacerdozio

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Come insegna il Concilio di Trento, fu Gesù Cristo stesso che istituì nell’ultima cena il sacerdozio della Nuova Alleanza, quando conferì agli Apostoli e ai suoi successori la potestà di consacrare la Santissima Eucarestia, per perpetrare fino alla fine del mondo il sacrificio che stava per compiere (Lc. 22,19) (1Cor 11,24). Il giorno poi della sua resurrezione conferì agli Apostoli il potere di rimettere i peccati, costituendoli così i primi sacerdoti della nuova legge (Gv 20,22).

Il Sacerdote, secondo la definizione che ne dà San Paolo, è colui che “scelto tra gli uomini è costituito a vantaggio degli uomini, per ciò che riguarda il culto di Dio, affinché offra doni e compia il santo Sacrificio per la redenzione dei peccati” (Eb 5,1). Lo scopo del sacerdote è quello di condurre tutti gli uomini alla vita eterna: “La sua missione non ha per oggetto le cose umane e transitorie, per quanto sembrino alte e pregevoli, ma le cose divine ed eterne” (Pio XI, enciclica Ad catholici sacerdotii).

Il più grande privilegio e compito che Gesù ha conferito ai suoi sacerdoti è quello di celebrare la Messa. Il sacerdote ha il potere sullo stesso Corpo di Gesù Cristo, rendendolo presente sugli altari tramite la consacrazione durante la santa Messa e offrendolo in nome di Gesù Cristo stesso alla Divina Maestà, come sacrificio gradito al Padre. Quando il prete celebra la Messa, svolge lo stesso ruolo del Figlio di Dio, che si offre al Padre a nome di tutta l’umanità. “Grande è l’ufficio e grande la dignità dei sacerdoti, ai quali è dato quello che non è concesso agli angeli; giacché soltanto i sacerdoti, ordinati regolarmente dalla Chiesa, hanno il potere di celebrare e consacrare il Corpo di Cristo” (Imitazione di Cristo). In virtù dell’altissima dignità del ministero sacerdotale, san Francesco di Sales amava ripetere che se avesse incontrato un angelo ed un sacerdote, si sarebbe inchinato davanti al sacerdote prima che all’angelo.

Sempre san Paolo, riassumendo la grandezza e dignità del sacerdozio cristiano, definisce i sacerdoti come i “ministri di Cristo e i dispensatori dei misteri di Dio” (1Cor 4,1); essi sono strumenti scelti nelle mani di Cristo per la continuazione della sua Redenzione, per la sua opera universale di salvezza delle anime dal peccato e dalla conseguente dannazione eterna.

Il sacerdote è il dispensatore dei misteri di Dio in quanto è colui che ha il potere e l’ufficio di amministrare i Sacramenti, che sono i canali attraverso i quali Gesù Cristo ha voluto che arrivasse agli uomini la grazia della sua Redenzione e salvezza. Ogni momento più importante della vita di un uomo è segnato dalla presenza del sacerdote, che gli comunica ed accresce la vita soprannaturale dell’anima, tramite la grazia ricevuta nei sacramenti. Col battesimo il sacerdote ci rende figli di Dio e della sua Chiesa; con la Cresima ci fortifica nel combattimento e ci rende soldati di Cristo; arrivati all’uso di ragione ci dona la Santa Comunione, vero nutrimento dell’anima; se Dio chiama a formare una famiglia, il sacerdote celebra le nozze e fa discendere sull’ amore dei coniugi la benedizione di Dio; quando stiamo per morire ci fortifica e accompagna nell’ultima lotta amministrandoci l’Estrema Unzione; dopo la morte accompagna il nostro corpo alla sepoltura e aiuta con le preghiere e i suffragi ad abbreviare la nostra eventuale permanenza in purgatorio.

Ma il potere più sublime che ha il Sacerdote in favore delle anime, insieme alla celebrazione della Messa, è sicuramente quello di rimettere i peccati nella confessione, potere che, afferma San Giovanni Crisostomo, Dio non ha dato né agli Angeli, né agli Arcangeli. Il potere infatti di rimettere i peccati è solo di Dio: “Chi può rimettere i peccati, se non Dio solo?” (Mc 2,7); Dio ha però voluto condividere questa sua prerogativa con i suoi sacerdoti “per venire incontro - scrive papa Pio XI - con divina liberalità e misericordia, a quel bisogno di purificazione morale che è insito alla coscienza umana”. La certezza consolante e dolcissima del perdono di Dio l’abbiamo solo noi Cattolici, perché solo noi abbiamo i veri sacerdoti di Cristo, gli unici che possono realmente rimettere i peccati (Gv. 20,23).

Il sacerdote è ministro di Cristo anche con il “ministero della parola” (At 6,4): “Andate dunque e ammaestrate tutte le genti… insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato” (Mt 28,19-20). La predicazione è uno degli strumenti principali di conversione. Appena ricevuto lo Spirito Santo, san Pietro con la sua predicazione convertì e battezzò tremila persone (At. 2,37-41). Le anime hanno fame e sete di verità, e questa verità che essi ricercano è predicata dai sacerdoti, quando parlano di Dio, del Vangelo, della Fede e quando predicano Gesù Cristo, Via, Verità e Vita. “Non ho predicato nient’altro che Gesù, e Gesù crocefisso” scrive san Paolo (1Cor 2,2).

Con la recita dell’Ufficio divino, preghiera pubblica e ufficiale della Chiesa, il sacerdote offre a Dio una lode incessante, seguendo il consiglio di Gesù: “bisogna pregare sempre” (Lc 18,1).

Pio XI scrive che sul sacerdote “incombe il dovere di una sublime santità”, in quanto essendo un ambasciatore di Cristo, deve “avvicinarsi quanto più è possibile a colui di cui fa le veci” (Ad catholici sacerdotii). “Voi siete il sale della terra e la luce del mondo” (Mt 5,13-14). Con la santità di vita deve diventare simile a Gesù, essere a tutti gli effetti un Alter Christus, un altro Cristo, dando ai fedeli e al mondo l’esempio e il modello di santità.

Tutti i poteri che il sacerdote riceve con il sacramento dell’Ordinazione, sono indelebili. Il sacerdote infatti, con l’Ordinazione, riceve il carattere sacerdotale, definito da San Tommaso come una “partecipazione al sacerdozio di Cristo” (Summa, III, q 63), una forma, un sigillo indelebile impresso nell’anima del sacerdote che da quel momento diventa “sacerdos in aeternum” (Sal 109,4). Scrive Pio XI che questo carattere sacerdotale “anche tra le più deplorevoli aberrazioni in cui per umana fragilità può cadere, non si potrà mai cancellare dall’anima sua”.

Come il carattere sacerdotale non viene meno a causa della colpa personale del sacerdote, così anche la virtù dei sacramenti non viene offuscata dall’eventuale cattiva condotta di colui che l’amministra. Scrive santa Caterina da Siena: “Per nessun loro difetto diminuisce questa autorità, né si toglie la perfezione al Sangue, né ad alcun altro Sacramento, perché questo Sole non si lorda per nessuna immondezza, né perde la sua luce per le tenebre del peccato mortale che fossero in colui che lo amministra. La sua colpa non può causare nessuna lesione ai sacramenti della santa Chiesa, né diminuire la loro virtù”.

San Pio X scrive nel catechismo: “Per entrare nello stato ecclesiastico è necessaria prima di tutto la vocazione divina (https://fsspx.it/it/ho-la-vocazione). Per conoscere se Dio chiama allo stato ecclesiastico si deve: 1) pregare con fervore il Signore affinché manifesti la sua volontà; 2) prendere consiglio da un savio e prudente direttore; 3) esaminare con diligenza se si abbia l’abilità necessaria agli studi, ai ministeri e agli obblighi di questo stato”.

Papa Pio XI, nella sua Enciclica afferma che una vera vocazione sacerdotale, “più che in un sentimento del cuore o in una sensibile attrattiva, che talvolta può mancare o venir meno, si rivela nella retta intenzione di chi aspira al sacerdozio, unita a quel complesso di doti fisiche, intellettuali e morali che lo rendono idoneo per tale stato. Chi tende al sacerdozio unicamente per il nobile motivo di consacrarsi al servizio di Dio e alla salute delle anime, e insieme ha o almeno seriamente attende ad acquistare una solida pietà, una purezza di vita a tutta prova, una scienza sufficiente (…), questi mostra di essere chiamato da Dio allo stato sacerdotale”.


Elisa Carminati


Documento stampato il 29/09/2020