Intervista a suor Maria Nazarena, oblata della Fraternità San Pio X

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Intervista a cura di Elisa Carminati

 

Come è nata la sua vocazione?

Io sono stata privilegiata, perché grazie a Dio ho avuto una famiglia profondamente cattolica, in cui ci sono sempre state vocazioni religiose e sacerdotali; e questa è una grande grazia, perché in una famiglia cattolica, in cui ci sono esempi di vita religiosa e sacerdotale, certamente si ha un richiamo più forte.

Inizialmente la vita religiosa l’avevo scartata a priori… dicevo: “No no, sono troppo ribelle, ho un carattere troppo indipendente, mai riuscirei a fare la vita religiosa!”. Non volevo neppure considerarla. Mi diplomai alla scuola di infermiere e lavorai vari anni come infermiera. Anche se scartavo la vita religiosa, avevo sempre, grazie a Dio, dei buoni esempi davanti a me e anche qualcuno che mi riprendeva.

La mia vocazione è nata pian piano, con la via tradizionale: nella preghiera. Si è giovani, si vive la vita normale… e quando si rischia di andare sulla cattiva strada c’è sempre la coscienza che ci richiama. Se si sta sbagliando si torna indietro... e soprattutto arrivati ad una certa età ci si chiede: “Cosa voglio fare della mia vita?”… ci si trova con le spalle al muro… allora cosa scegli: la vita religiosa o il matrimonio? Quando non si fa ostacolo ad una grazia, poi il Signore dà altre grazie, altre luci nella preghiera. Per me è stato il fatto anche di non mettere ostacolo a questa possibilità, alla vita religiosa.

Lei fa parte delle suore oblate della Fraternità, in che modo ha incontrato la Tradizione?

Fino a 50 anni fa l’Italia era tutta tradizionalista, prima del Concilio. Mio zio poi è stato un esempio di santità, perché non ha mai lasciato la messa tridentina. Per motivi di salute è stato obbligato a lasciare la parrocchia ed a celebrare in casa e non ha mai lasciato il rito tridentino. Ed è stata questa la nostra forza.

Le persone in buona fede vanno a cercare la persona che salva la loro fede, in mezzo a quello che stava succedendo già allora. Essendo la mia una famiglia della tradizione, abbiamo conosciuto Lefebvre e la sua opera quando è venuto in Italia e quando è andato sulla stampa.

Io sono entrata a 29 anni dalle suore della Fraternità. Anche qui c’è sempre la mano di Dio che ci conduce, perché se avessi riflettuto e scelto prima la mia vocazione sarei finita nel moderno, non avrei scelto la buona strada. Avevo infatti una zia nelle suore di Santa Dorotea, e avevo avuto molte sollecitudini. Se mi fossi posta il problema prima, probabilmente non sarei tra le suore della Fraternità. Però Dio ha i suoi piani…

Come nasce una vocazione?

Non bisogna illudersi, non crediamo di aspettare la lampada che scende dal cielo o un angelo che ti dice cosa fare… queste qui sono cose abbastanza rare.

Normalmente una vocazione vera nasce poco alla volta, nella preghiera, nella riflessione, concedendosi durante la giornata un certo spazio di silenzio per poter riflettere. Oggi nel mondo siamo talmente presi dall’attivismo, da tante cose, per cui anche se c’è una buona ispirazione a volte diciamo che non abbiamo il tempo per fermarci a riflettere, ed è per questo che poi così spesso si perdono le vocazioni. Però non è che il Signore non ci chiami. Sempre dà dei segni, anche fatti di piccole cose, che però bisogna saper cogliere, e il rumore e l'attività esteriore sono un ostacolo.

Bisogna essere raccolti, nel senso di una vita di preghiera, perché una può anche essere espansiva, gioiosa, però nella sua vita interiore devono esserci dei momenti di silenzio, momenti in cui si analizza e fa il suo esame di coscienza, lotta, cerca di correggere le cose negative e i difetti.

Poi magari il Signore invita a fare gli Esercizi Spirituali, in cui c’è più spazio per riflettere. Sant’Ignazio mette proprio l’anima nelle condizioni di poter chiaramente vedere l’una e l’altra scelta. Anche se magari ai primi esercizi non si è in grado di saper scegliere non importa… si fa lo sforzo. Si capisce perciò con la preghiera e poi si chiede consiglio chiaramente.

Poi quando il momento è giunto devono esserci tutti i componenti: l’animo che è disposto ad accettare la vocazione religiosa, a fare la volontà di Dio qualunque essa sia, la serenità dell’anima e la persona, l’istituto, una conoscenza che ti metta sul luogo dove il Signore ti vuole. In genere il Signore ti indirizza, ti fa capire il tuo ambiente: hai fatto questa conoscenza… ti ha parlato di qualche cosa su cui tu avevi già riflettuto… ci sono tante coincidenze, che poi non sono più coincidenze banali, ma è proprio la Provvidenza: il Signore ti ha preparato. De fil en aiguille dicono i francesi… un seguito di cose. Poi c’è la pace dell’anima…

In che senso "la pace dell’anima"?

La pace dell’anima è un segno che aiuta a discernere la volontà del Signore. Quando si fa una scelta si deve sentire che con quella scelta l’anima si sente veramente nella pace di Dio… bisogna sperimentarla, perché come dice Nostro Signore, non è quella pace che dà il mondo. Dopo la scelta bisogna fare il passo, che comunque costa, ma come costa a tutti, anche per il matrimonio. Però c’è questa serenità, questa certezza, la gioia e l’entusiasmo che sono il frutto della grazia… la certezza che la scelta è stata fatta con meditazione e serietà e che si è capito che quello è ciò che vuole il Signore.

Se non siamo nella volontà di Dio, possiamo essere anche i più lodati, avere una bellissima carriera, però in fondo non avremo mai questa pace dell’anima. A volte c’è questa attrazione del mondo, pensi alla famiglia, hai tanti amici… però, quando vedi che magari stai per realizzare un tuo sogno e poi ti mettono un intoppo… anche quella è Provvidenza, e ti fa capire che magari devi riflettere bene prima, che magari non è quella la volontà di Dio.

Poi come dice il Signore a santa Marta: “Maria ha scelto la parte migliore”. Se sei nella tua vocazione, nonostante i sacrifici e le difficoltà, hai questa pace e questa pienezza di quello che si può sperare sulla terra. Poi la felicità completa l’avremo in Cielo è chiaro… però anche qui sulla terra si capiscono e si sperimentano certe cose che molti santi dicevano, come santa Teresina: “il cielo comincia già su questa terra”, nel nostro cuore. Perché il Signore in certi momenti, quando vuole, può riempire l’anima di quella felicità, di quel benessere… sempre sprazzi… che però ti fanno capire che si è nella volontà di Dio.

Se una ragazza stesse pensando alla possibilità della vita religiosa, come essere sicura di seguire la volontà di Dio?

Io penso che una giovane dovrebbe all’inizio cominciare a conoscere davvero sé stessa, per poter correggere i propri difetti ed essere serena e disporsi alla chiamata, qualora il Signore lo volesse. A monte deve sempre esserci uno sforzo di buona volontà di progredire nella vita interiore, di preghiera, non abbandonare mai la preghiera e l’esame di coscienza. È quello che ci permette di essere oggettivi con noi stessi, perché molto spesso ci camuffiamo dietro molte cose. Un’anima che ha la buona volontà e che vuole veramente, in mezzo a tutte le sue piccolezze e difetti, cercare la volontà di Dio, fare ciò che il Signore vuole… il Signore glielo mostra.

In generale il lavoro dell’anima è quello di disporsi ad accettare e a non avere paura a guardare tutti gli stati di vita… Essere disponibile alla chiamata, anche se magari alla fine non è per niente quella e il Signore glielo farà capire. Molto spesso la vita religiosa fa anche paura e a volte si dice “No signore ti prego, tutto ma non questo!”. Ecco… quando c’è questo scarto troppo rapido, allora lì bisogna fermarsi a riflettere.

Il Signore può non farci capire subito, però vuole questa ricerca, questo sforzo continuo. Anche poi nella vita di ogni giorno, se nel nostro fondo rimane questo desiderio di conoscere, di capire veramente cosa il Signore vuole da noi e di chiederlo con lealtà, il Signore un momento o l’altro ci fa capire chiaramente.

E poi bisogna vivere serenamente, perché quando c’è l’angoscia, la paura o quando c’è troppa preoccupazione non è segno di Dio. Il turbamento viene sempre dal demonio. Per cui è inutile riflettere, cercare di voler vederci chiaro quando si è turbati. Lì il Signore ci lascia a noi stessi, vuole proprio l’abbandono, la confidenza.

Un ultimo consiglio?

Come diceva santa Margherita Maria Alacoque, bisogna soprattutto non perdere le piccole grazie, perché spesso legate a piccole grazie (di fedeltà per esempio al proprio dovere, di carità verso gli altri, di pazienza...) ci sono legate tante grandi grazie.


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Documento stampato il 02/06/2020