S.Agostino - De vera religione/3

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Ogni sostanza è bene, solo la colpa è male.

23.44. Dal momento che ogni anima razionale è infelice per i suoi peccati o felice per le buone azioni, che ogni essere irrazionale o cede ad uno più forte o obbedisce ad uno migliore o si misura con uno eguale o tiene in esercizio chi lotta o è di danno a chi è condannato e che ogni corpo serve la sua anima, per quanto le permettano i suoi meriti e l'ordine delle cose, nessun male è proprio dell'intera natura, ma è frutto della colpa di ciascuno. Quando poi l'anima sarà rigenerata dalla grazia divina, restituita alla sua integrità, sottomessa soltanto al suo Creatore e con il corpo riportato alla sua primitiva stabilità, comincerà a possedere il mondo, invece di essere posseduta con il mondo. Per essa non vi sarà più alcun male; infatti la bellezza minima delle vicende temporali, che prima si dispiegava insieme ad essa, si dispiegherà sotto di essa e ci saranno, come è scritto, un nuovo cielo ed una nuova terra, con le anime che regneranno su tutto l'universo anziché affannarsi in una sua parte. Dice appunto l'Apostolo: Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio; e, ancora: Capo della donna è l'uomo, capo dell'uomo è Cristo, capo di Cristo è Dio. Poiché dunque la corruzione non appartiene all'anima per natura ma contro la sua natura e non consiste in altro che nel peccato e nella pena del peccato, si comprende chiaramente che nessuna natura o, se è meglio, nessuna sostanza o essenza è male. D'altro canto, non può dipendere dai peccati e dalle pene dell'anima che l'individuo sia deturpato da qualche bruttezza, perché la sostanza razionale, in quanto è pura da ogni peccato, è sottomessa a Dio e domina tutte le altre cose a lei soggette; invece, in quanto ha peccato, è collocata nel posto che si addice alla sua condizione, perché tutto sia bello sotto Dio creatore e reggitore dell'universo. Non è dunque alla bellezza dell'intero creato che va attribuita la colpa per la dannazione dei peccatori, per la prova dei giusti e per la perfezione dei beati.

Alla salvezza dell'uomo concorrono l'autorità e la ragione.

24.45. Per questo motivo anche la medicina offerta all'anima dalla divina Provvidenza nella sua ineffabile bontà è di straordinaria bellezza per gradualità e ordine. Ne fanno parte l'autorità e la ragione. L'autorità richiede la fede e prepara l'uomo alla ragione; la ragione conduce alla comprensione e alla conoscenza. E anche se l'autorità non rinuncia mai del tutto alla ragione, quando si consideri a chi si deve credere, di certo è somma l'autorità di una verità conosciuta in modo evidente. Ma poiché siamo immersi tra le cose temporali, e l'amore per esse ci tiene lontani da quelle eterne, viene per prima, non per l'eccellenza della sua natura ma per ordine di tempo, una certa medicina temporale che chiama alla salvezza non quelli che sanno ma quelli che credono. Infatti è nel luogo in cui è caduto che ciascuno deve trovare un sostegno per risollevarsi. Dunque dobbiamo appoggiarci sulle stesse bellezze carnali che ci tengono prigionieri, per conoscere quelle cose che la carne non ci mostra. Chiamo carnali quelle cose che si possono percepire attraverso la carne, cioè mediante gli occhi, gli orecchi e gli altri sensi del corpo. Per la fanciullezza invece è necessario attaccarsi con amore alle bellezze carnali o corporee, per l'adolescenza, quindi, è quasi necessario, ma poi, con il procedere degli anni, non lo è più.

L'autorità che l'uomo deve seguire.

25.46. Dal momento, dunque, che la divina Provvidenza provvede non solo ai singoli uomini quasi privatamente, ma anche all'intero genere umano quasi pubblicamente, che cosa elargisca ai singoli lo sanno Dio, che ne é l'autore, e coloro che ne sono beneficiari. Che opera poi svolga a favore del genere umano, volle che ci fosse trasmesso mediante la storia e la profezia. L'attendibilità delle cose temporali, sia passate che future, è questione più di credenza che di intelligenza. È compito nostro però esaminare a quali uomini o a quali libri si debba credere per rendere il culto dovuto a Dio, nostra unica salvezza. Su questo argomento la prima questione da considerare è se sia possibile credere a coloro che ci propongono di adorare un solo Dio o coloro che ci propongono di adorarne molti. Chi potrebbe dubitare che è di gran lunga preferibile seguire coloro che ce ne propongono uno solo, se oltretutto coloro che ne adorano molti unanimemente considerano questo solo come unico Signore e reggitore di tutte le cose? Di certo la numerazione comincia dall'unità. Perciò, prima dobbiamo seguire coloro che affermano che l'unico sommo Dio è il solo vero Dio e il solo da adorare. Se presso costoro la verità non risplenderà, soltanto allora si dovrà andare altrove. Come, infatti, nella natura delle cose maggiore è l'autorità di uno solo che tutto riporta all'unità e come nel genere umano nullo è il potere di una moltitudine che non sia unanime, cioè che non pensi in maniera unitaria, così nella religione maggiore e più degna di fede deve essere l'autorità di coloro che propongono di adorare un unico Dio.

25.47. La seconda questione da considerare riguarda la diversità di pareri sorta tra gli uomini intorno al culto dell'unico Dio. Sappiamo che i nostri antenati, con quella gradualità della fede per cui dalle cose temporali si risale a quelle eterne, hanno seguito (né potevano fare diversamente) i miracoli visibili e lo hanno fatto in modo che tali miracoli non sono stati più necessari ai posteri. Infatti, una volta che la Chiesa cattolica si è diffusa stabilmente per tutta la terra, non fu consentito che quei miracoli durassero fino ai nostri giorni, perché l'anima non andasse sempre alla ricerca delle cose visibili e il genere umano, con l'abitudine di vedere miracoli, non si intiepidisse per ciò che, visto la prima volta, si era infiammato. D'altra parte, non c'è dubbio per noi che si deve credere a coloro che, pur predicando cose accessibili a pochi, tuttavia riuscirono a persuadere i popoli a seguirli. Ora, si tratta di stabilire a chi si deve credere prima che ciascuno sia capace di ragionare sulle cose divine e invisibili, poiché in nessun modo un'autorità umana va anteposta alla ragione di un'anima purificata e che è pervenuta alla verità nella sua evidenza. Ma a questa non si giunge mai con la superbia, in mancanza della quale non si avrebbero gli eretici, gli scismatici, i circoncisi nella carne, gli adoratori di creature e di idoli. D'altro canto, se questi non ci fossero prima che il popolo abbia raggiunto la perfezione promessa, la verità sarebbe ricercata molto più pigramente.

La Provvidenza e le sei età dell'uomo.

26.48. Vediamo dunque come si svolge la successione temporale e come il rimedio della divina Provvidenza opera nei confronti di coloro che, peccando, meritarono la morte. In primo luogo si occupa dell'indole e dell'educazione di ciascun uomo che viene al mondo. La prima età, l'infanzia, è impiegata a nutrire il corpo e, poi, col crescere, viene completamente dimenticata. Segue la fanciullezza, a partire dalla quale cominciano i primi ricordi. A questa succede l'adolescenza, durante la quale la natura consente già all'uomo di generare e di divenire padre. All'adolescenza poi subentra la gioventù, che è tenuta ad esercitarsi nelle pubbliche funzioni e a sottomettersi alle leggi. In questa età la proibizione più rigida dei peccati e la pena che costringe alla schiavitù i peccatori provocano nelle anime carnali impeti più violenti di passione e raddoppiano le colpe commesse. Infatti, ormai è più di un semplice peccato compiere un atto che, oltre che malvagio, è anche proibito. Dopo i travagli della giovinezza, c'è un po' di pace con l'avvento dell'età più matura. Viene quindi l'età peggiore, scolorita, debole e più soggetta a malattie, che ci conduce fino alla morte. Questa è la vita dell'uomo che vive secondo il corpo, schiavo della cupidigia per le cose temporali. Questo è quello che si dice l'uomo vecchio, l'uomo esteriore e terreno, anche nel caso in cui raggiunga quella che il volgo chiama felicità, in uno stato terreno ben governato sotto re o sotto principi o sotto leggi oppure sotto tutti e tre questi regimi; infatti, se così non fosse, un popolo non potrebbe essere ben organizzato benché cercasse soltanto i beni terreni, giacché anche il popolo ha un suo grado di bellezza.

26.49. Ora quest'uomo, che abbiamo descritto come vecchio, esteriore e terreno, sia che si mantenga entro i limiti della sua natura sia che oltrepassi la misura di una giustizia servile, alcuni lo vivono per tutta la vita, dalla nascita fino alla morte, altri invece, come è inevitabile, iniziano da esso la loro vita, ma poi rinascono interiormente e, con la forza dello spirito e l'incremento della sapienza, distruggono e sopprimono ciò che ne resta, sottomettendolo alle leggi celesti, in attesa che sia rinnovato integralmente dopo la morte visibile. Questo è quello che si dice l'uomo nuovo, l'uomo interiore e celeste; ha anche lui le sue età spirituali, distinte non dagli anni ma dai progressi. La prima è quella che trascorre nel seno fecondo della storia, che lo nutre con esempi. Nella seconda, in cui comincia ormai a dimenticare le cose umane per tendere a quelle divine, non è più nel grembo dell'autorità umana ma si volge, mediante procedimenti razionali, alla legge suprema e immutabile. Nella terza, ormai più sicuro, congiunge l'appetito carnale con la forza della ragione e, quando l'anima si unisce alla mente, gode interiormente di una sorta di dolcezza coniugale, coprendosi con il velo del pudore, in modo che vive rettamente non più per costrizione, ma perché non ha piacere a peccare, anche se tutti lo permettessero. Nella quarta compie queste stesse cose in modo molto più fermo ed ordinato e procede verso la perfezione umana, essendo ormai pronto e disposto ad affrontare tutte le persecuzioni e le vicende tempestose di questo mondo. Nella quinta età, avendo raggiunto l'appagamento e la piena tranquillità, vive nelle abbondanti ricchezze dell'immutabile regno della suprema e ineffabile sapienza. Nella sesta, che è l'età della totale trasformazione nella vita eterna, raggiunge il definitivo oblio della vita temporale per passare alla forma perfetta, fatta ad immagine e somiglianza di Dio. La settima età, infine, coincide ormai con la quiete eterna e con la felicità perpetua non più contrassegnata da età. Come, infatti, la morte è la fine dell'uomo vecchio, così la vita eterna è la fine dell'uomo nuovo: l'uno è l'uomo del peccato, l'altro l'uomo della giustizia.

L'uomo vecchio e l'uomo nuovo nella storia del genere umano.

27.50. Senza alcun dubbio questi due uomini sono tali che uno di essi, cioè quello vecchio e terreno, lo può vivere ogni singolo uomo per tutta la vita, mentre l'altro, quello nuovo e celeste, nessuno lo può vivere in questa vita senza quello vecchio, perché bisogna che da questo cominci e con questo continui fino alla morte visibile, anche se deperisce mentre quello nuovo progredisce. In modo del tutto analogo il genere umano, la cui vita è simile a quella di un solo uomo da Adamo fino alla fine del mondo, è retto dalle leggi della divina Provvidenza in modo da sembrare diviso in due categorie. L'una è costituita dalla folla degli empi che propongono l'immagine dell'uomo terreno dall'inizio del mondo fino alla fine; l'altra dalle generazioni del popolo devoto all'unico Dio ma che, da Adamo fino a Giovanni Battista, è vissuto come l'uomo terreno, secondo una sorta di giustizia servile: la sua storia si chiama Vecchio Testamento e contiene la promessa di un regno pressoché terreno; nel suo insieme, tale storia tuttavia non è che l'immagine del nuovo popolo e del Nuovo Testamento, che contiene la promessa del regno dei cieli. La vita di questo popolo, fino a che è temporale, incomincia dalla venuta del Signore nell'umiltà e dura fino al giorno del giudizio, quando tornerà in tutto il suo splendore. Dopo il giudizio, morto l'uomo vecchio, avverrà quella trasformazione che promette una vita angelica. Tutti, infatti, risorgeremo, ma non tutti saremo cambiati. Risorgerà dunque il popolo dei devoti, per trasformare nell'uomo nuovo ciò che in lui resta del vecchio. Risorgerà in sé anche il popolo degli empi, che ha realizzato in sé l'uomo vecchio dall'inizio alla fine, ma per essere precipitato nella seconda morte. Chi legge con attenzione, scopre la suddivisione delle età e non ha orrore né della zizzania né della paglia. L'empio infatti vive per il pio e il peccatore per il giusto, affinché, mediante il confronto, si elevi con più ardore fino a raggiungere la perfezione.

Cosa si deve insegnare, a chi e con quali mezzi.

28.51. Coloro che, al tempo del popolo terreno, meritarono di giungere fino all'illuminazione dell'uomo interiore, furono momentaneamente di aiuto per il genere umano, mostrandogli ciò che l'età richiedeva e facendogli intravedere, mediante le profezie, ciò che non era ancora opportuno mostrargli. Tali appaiono i patriarchi e i profeti a coloro che, invece di abbandonarsi ad attacchi puerili, esaminano con dovuta diligenza il così grande e salutare mistero delle vicende divine e umane. Vedo che, anche al tempo del popolo nuovo, ciò è compiuto con molta cautela dagli uomini grandi e spirituali, nutriti della Chiesa cattolica, poiché si rendono conto che non va trattato in modo divulgativo ciò che non è ancora opportuno trattare con il popolo. Essi e i pochi sapienti si cibano di un cibo più sostanzioso, mentre nutrono di latte, in modo abbondante e continuo, la moltitudine avida e debole. Infatti parlano della sapienza soltanto ai perfetti; agli uomini carnali e psichici invece, che, per quanto rinnovati, tuttavia sono ancora come fanciulli, nascondono alcune verità, pur senza mentire mai. Non hanno di mira vane o futili lodi per sé, ma il bene di coloro con i quali meritarono di condurre insieme questa vita. È legge della divina Provvidenza che non sia aiutato a conoscere ed accogliere la grazia di Dio, da chi è superiore, colui che, per lo stesso fine, non abbia aiutato con sentimento puro chi gli è inferiore. Così, in seguito al peccato commesso dalla nostra natura in un uomo peccatore, il genere umano è divenuto grande decoro e ornamento della terra, ed è governato dalla divina Provvidenza in modo così adeguato che la sua ineffabile arte medica muta perfino la bruttezza dei vizi in un qualche genere di bellezza.

La ragione è superiore ai sensi.

29.52. E poiché abbiamo parlato dell'azione benefica dell'autorità quanto per ora ci è sembrato sufficiente, vediamo fin dove la ragione può arrivare risalendo dalle cose visibili a quelle invisibili, dalle temporali alle eterne. Bisogna infatti che non sia per noi inutile e vano contemplare la bellezza del cielo, l'ordinata disposizione degli astri, lo splendore della luce, l'alternarsi dei giorni e delle notti, il ciclo mensile della luna, la ripartizione dell'anno in quattro stagioni, in corrispondenza ai quattro elementi, la grande potenza dei semi che generano le specie e le moltitudini e tutte le cose che, nel loro genere, conservano un proprio modo d'essere ed una propria natura. Non dobbiamo considerare queste cose per esercitare una curiosità vana ed effimera, ma per servircene come scala per elevarci alle cose immortali e sempiterne. Quindi dobbiamo rivolgere l' attenzione a quale sia la natura vitale in grado di percepire tutte queste cose; la quale di certo, poiché dà la vita al corpo, è necessariamente superiore ad esso. Una mole qualsiasi infatti, benché risplenda di luce visibile, non si deve stimare molto se è priva di vita. È legge di natura, appunto, che qualsiasi sostanza vivente sia superiore a qualsiasi sostanza non vivente.

29.53. Ma, siccome nessuno dubita che anche gli animali irrazionali vivono e sentono, l'aspetto più eccellente dell'animo umano non è nel fatto che percepisce le cose sensibili, ma nel fatto che le giudica. Del resto, molti animali dispongono di una vista più acuta degli uomini e con gli altri sensi percepiscono i corpi in modo più penetrante; ma giudicare dei corpi è proprio della vita che non è soltanto sensibile ma che è anche razionale, della quale essi sono privi: per questo noi siamo superiori. È infatti molto facile rendersi conto che chi giudica è superiore alla cosa giudicata. La vita razionale, peraltro, giudica non solo le cose sensibili, ma anche i sensi; giudica, per esempio, perché è necessario che il remo nell'acqua appaia spezzato, mentre è diritto, e perché gli occhi lo percepiscano così. La vista, infatti, può riportare il fatto, ma in nessun modo può giudicarlo. È perciò evidente che, come la vita sensibile è superiore al corpo, così la vita razionale è superiore ad entrambi.

La verità è superiore alla ragione.

30.54. Se, dunque, la ragione giudica secondo propri criteri, non c'è nessuna natura che le sia superiore. Ma, come appare chiaro, essa è mutevole, dal momento che si scopre ora esperta ora inesperta e giudica tanto meglio quanto più è esperta ed è tanto più esperta quanto più conosce qualche arte o disciplina o sapienza. Perciò bisogna esaminare la natura di questa arte: in questo caso non intendo l'arte che si acquista mediante l'esperienza, ma quella che si scopre mediante la riflessione. Che cosa di straordinario sa chi sa che le pietre aderiscono tra loro più saldamente con quella materia che si fa con calce e sabbia che con il fango? o chi costruisce con tanto gusto estetico da far sì che tutte le parti si corrispondano in modo simmetrico e quelle singole invece occupino la zona mediana? Anche se questo senso delle proporzioni appartiene di più alla ragione e alla verità. Bisogna invece che ci domandiamo perché ci infastidisce se, di due finestre non sovrapposte ma poste l'una accanto all'altra, una è più grande o più piccola, quando avrebbero potuto essere uguali, e non ci infastidisce invece la loro diseguaglianza se sono sovrapposte e l'una è la metà dell'altra; e perché, dato che sono due, non ci interessa molto di quanto l'una sia maggiore o minore dell'altra. Se invece fossero tre, il senso di proporzione sembrerebbe richiedere che siano uguali o che, tra la più grande e la più piccola, quella posta al centro sia di tanto più grande della minore di quanto è più piccola della maggiore. Così, a prima vista, è come se sia la natura stessa a indicare il giudizio da esprimere. A questo proposito bisogna osservare in particolare come avvenga che quello che, considerato da solo, non ci dispiace affatto, sia invece respinto quando è confrontato con una cosa migliore. In tal modo si scopre che l'arte per i più non è che il ricordo di cose sperimentate e trovate piacevoli, unito ad una certa abilità nell'esecuzione materiale. Ma, anche se questo requisito manca e quindi non si è in grado di realizzare le opere d'arte, è ancora possibile giudicare il loro valore, e questa è la cosa più importante.

30.55. In tutte le arti piace l'armonia, che è la sola a rendere tutte le cose complete e belle; essa inoltre richiede corrispondenza e unità, o per la somiglianza delle parti simmetriche o per la gradazione di quelle asimmetriche. Ma, chi può trovare nei corpi perfetta proporzione o somiglianza, per cui, dopo attenta considerazione, osi dire che un corpo qualsiasi possiede veramente e semplicemente l'unità, quando tutte le cose mutano, passando o da un aspetto ad un altro o da luogo ad un altro, e constano di parti che occupano posti propri, per cui sono diversamente distribuite nello spazio? D'altro canto, la vera proporzione e somiglianza, come pure l'unità vera e prima, non si percepiscono con gli occhi del corpo né con alcun altro senso, ma con un atto di intellezione. Da dove infatti si richiederebbe nei corpi la presenza di una qualsiasi proporzione o da dove si trarrebbe la convinzione che essa è molto differente da quella perfetta, se questa non fosse colta dalla mente? Ammesso che si possa chiamare perfetto ciò che non è stato fatto.

30.56. E, mentre tutte le bellezze sensibili, tanto quelle generate dalla natura quanto quelle prodotte dall'arte, sono tali in relazione allo spazio e al tempo, come il corpo e i suoi movimenti, quella proporzione e unità, nota solo alla mente e in base alla quale si giudica della bellezza corporea con la mediazione dei sensi, non si estende nello spazio né può mutare nel tempo. A rigore, infatti, è impossibile che, in base ad essa, si giudichi della rotondità di una ruota ma non di quella di un vaso, oppure della rotondità di un vaso ma non di quella di una moneta. Allo stesso modo, per ciò che riguarda i tempi e i movimenti dei corpi, è ridicolo dire che, in base ad essa, si giudica dell'uguaglianza degli anni ma non di quella dei mesi, oppure dell'uguaglianza dei mesi ma non di quella dei giorni. In realtà, il giudizio su qualcosa che si muova in modo ordinato o per un anno o per un mese o per un'ora o per un tempo ancora più breve si esprime sulla base di una sola e sempre identica proporzione. Ora, se per giudicare la maggiore o minore estensione delle figure si impiega la stessa legge di uguaglianza, di somiglianza o di simmetria, vuol dire che tale legge è maggiore di tutte queste cose, ma in potenza; invece per estensione di spazio o di tempo essa non è né maggiore né minore perché, se fosse maggiore, non giudicheremmo in base ad essa ciò che è minore; se invece fosse minore, non giudicheremmo in base ad essa ciò che è maggiore. E inoltre, poiché è in base alla legge della quadratura che si giudica quadrata una piazza o una pietra o una tavoletta o una gemma; e ancora, poiché è in base alla legge della proporzione che si giudica adeguato a loro tanto il movimento dei piedi di una formica che corre quanto quello di un elefante che cammina, chi può dubitare che tale legge, che in potenza è superiore a tutti, non è né maggiore né minore in rapporto agli intervalli di spazio e di tempo? Ma, dal momento che questa legge di tutte le arti è assolutamente immutabile, mentre la mente umana, cui è stato concesso di coglierla, è esposta alla mutabilità dell'errore, è abbastanza chiaro che tale legge, che si chiama verità, è al di sopra della nostra mente.

Dio è la legge suprema e immutabile di ogni giudizio.

31.57. Né si può mettere in dubbio che la natura immutabile, che è al di sopra dell'anima razionale, sia Dio e che dove si trovano la prima vita e la prima essenza là si trova anche la prima sapienza. Questa infatti è la verità immutabile che, a buon diritto, è detta legge di tutte le arti e arte dell'artefice onnipotente. Quindi l'anima, in quanto si rende conto che non giudica della bellezza e dei movimenti dei corpi in base a se stessa, bisogna che riconosca che, se la propria natura è superiore a quella di ciò che giudica, invece è inferiore a quella in base alla quale giudica e della quale in nessun modo può giudicare. Io posso dire per quale motivo vi deve essere corrispondenza simmetrica tra le parti simili di ciascun corpo, perché mi compiaccio di quella somma proporzione che di certo non scorgo con gli occhi del corpo ma con quelli della mente. Pertanto giudico ciò che scorgo con gli occhi tanto migliore quanto più, per sua stessa natura, è più vicino a ciò che colgo con l'anima. Perché poi le cose stiano così nessuno lo può dire, come pure nessuno potrebbe in modo rigoroso affermare che devono essere così, quasi che potessero essere diversamente.

31.58. Nessuno, d'altra parte, se ha ben compreso, oserà dire perché ci piacciono e perché, quando le gustiamo meglio, le amiamo moltissimo. Come infatti noi, insieme a tutte le anime razionali, giudichiamo rettamente delle cose inferiori secondo verità, così la verità stessa, da sola, giudica di noi quando ci adeguiamo ad essa. Ma della verità in sé non giudica neanche il Padre, perché essa non è inferiore a Lui e quindi ciò che il Padre giudica, lo giudica proprio secondo verità. Per tutto ciò che tende all'unità la verità costituisce regola, forma, esempio o comunque la si voglia chiamare, perché essa sola ha pienamente realizzato la somiglianza con Colui dal quale ha ricevuto l'essere, ammesso che l'espressione " ha ricevuto " non sia usata in maniera impropria se riferita al Figlio, perché egli non ha l'essere da se stesso ma dal primo e sommo principio che si chiama Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome. È per questo che il Padre non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio e l'uomo spirituale giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno, ovvero da nessun uomo, ma soltanto da quella stessa legge secondo la quale giudica tutte le cose, giacché è anche detto con assoluta verità: Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo. L'uomo che vive secondo lo spirito dunque giudica tutto, perché è al di sopra di tutto, in quanto è unito a Dio. Ma è unito a Dio in quanto riflette con mente pura ed ama con piena carità ciò che comprende. Così, per quanto gli è possibile, egli stesso si identifica con la legge in sé secondo la quale giudica tutto e che non può essere giudicata da nessuno. Quanto detto vale anche per le leggi terrene: anche se gli uomini, istituendole, le giudicano, una volta istituite e consolidate, al giudice sarà consentito non di giudicarle ma di giudicare in base ad esse. Perciò il legislatore, se è uomo buono e sapiente, consulta la legge eterna, che nessun'anima può giudicare, per discernere, secondo le sue immutabili regole, che cosa si debba comandare o vietare nelle diverse circostanze. Alle anime pure, dunque, è consentito di conoscere la legge eterna, ma non di giudicarla. La differenza consiste in questo: per conoscere è sufficiente constatare che una cosa è così o non è così; per giudicare, invece, aggiungiamo qualche cosa con cui ammettiamo che potrebbe anche essere diversamente, come quando diciamo: " Deve essere così ", oppure: " Avrebbe dovuto essere così ", o ancora: " Dovrà essere così ", come fanno gli autori nei confronti delle loro opere.

L'unità in se stessa si intuisce solo con la mente.

32.59. Ma per molti lo scopo è il diletto umano e si rifiutano di mirare alle cose più alte, in modo da giudicare perché le cose visibili piacciano. Così, se chiedo ad un architetto perché, dopo aver costruito un arco, ne innalzi un altro simile nella parte opposta, egli, credo, risponderà: perché ci sia una corrispondenza simmetrica tra le parti dell'edificio. Se continuerò a chiedergli il motivo di questa scelta, mi risponderà che la corrispondenza simmetrica è cosa conveniente, bella e piacevole a chi l'osserva, e non oserà dire niente di più. Con gli occhi rivolti in basso, si rimette a ciò che vede, senza comprendere da dove derivi. Ma all'uomo, che è in possesso di un occhio interiore e che vede nell'invisibile, non cesserò di ricordare perché queste cose piacciano, in modo che sia capace di giudicare lo stesso diletto umano. Così infatti lo può oltrepassare, senza esserne dominato, in quanto non giudica in base ad esso ma esso stesso. E anzitutto gli chiederò se le cose sono belle perché piacciono o se piacciono perché sono belle; in proposito, di certo, mi risponderà che piacciono perché sono belle. Gli chiederò poi perché sono belle e, se mostrerà qualche esitazione, gli suggerirò che forse sono tali perché le parti sono tra loro simili e, per una sorta di intimo legame, danno luogo ad un insieme armonico.

32.60. Quando si sarà convinto di ciò, gli domanderò se le parti raggiungano in maniera completa l'unità a cui manifestamente tendono oppure se restino molto al di sotto e, in un certo modo, la simulino soltanto. Ammettiamo che sia così (e chi non vedrebbe, una volta messo sull'avviso, che non c'è nessuna forma, nessun corpo che non presenti in sé qualche segno di unità; e che un corpo, per quanto bellissimo, non può raggiungere l'unità a cui tende, dal momento che, a causa della sua estensione, le sue parti si dispongono necessariamente in punti diversi dello spazio?). Se dunque le cose stanno così, gli chiederò con insistenza di dirmi dove egli veda questa unità e da dove la veda; perché, se non la vedesse, da dove potrebbe sapere cosa imitano i corpi nel loro aspetto e cosa non riescono pienamente a raggiungere? Infatti, quando dice ai corpi: " Voi non sareste nulla se non ci fosse qualche unità a tenervi insieme; ma, d'altro canto, se foste l'unità stessa, non sareste corpi ", a buon diritto gli si può domandare: " Da dove conosci l'unità in base alla quale giudichi i corpi? ". Giacché, se non la vedessi, non potresti giudicare perché i corpi non la raggiungano pienamente. Se poi la vedessi con gli occhi del corpo, non diresti con verità che sono molto distanti da essa, sebbene ne portino in sé un'impronta? Infatti, con questi occhi corporei non vediamo che cose corporee. È con la mente dunque che vediamo l'unità. Ma dove la vediamo? Se fosse nel luogo in cui è il nostro corpo, non la vedrebbe chi, pur stando in Oriente, giudica i corpi con lo stesso nostro procedimento. Essa perciò non è contenuta in un luogo e, poiché è presente ovunque c'è chi giudica, di fatto non è in nessun luogo, in potenza invece è dappertutto.


 Sant'Agostino d'Ippona (3/5)  

 


Documento stampato il 29/09/2020