Brevi considerazioni sul tempo di epidemia

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Nell’ambito dell’emergenza Coronavirus, i governi nazionali dispongono l’interruzione di un gran numero di servizi, e tra questi anche l’assistenza pubblica al culto divino. Il cattolico è condotto dunque a chiedersi:

È lecito, per il fedele, obbedire a questo tipo di disposizioni privandosi della Messa domenicale? I parroci, rettori, priori e sacerdoti responsabili di qualche edificio di culto, possono lecitamente sospendere le pubbliche cerimonie? Oppure al contrario questi divieti, oltre ad essere legittimi, obbligano addirittura in coscienza i cattolici, di sorta che peccherebbe chi non vi ottemperasse?

«Come a nessuno è lecito trascurare i propri doveri verso Dio – e il più importante di essi è professare la religione nei pensieri e nelle opere, e non quella che ciascuno preferisce, ma quella che Dio ha comandato e che per segni certi e indubitabili ha stabilito essere l’unica vera – allo stesso modo le società non possono, senza sacrilegio, condursi come se Dio non esistesse, o ignorare la religione come fosse una pratica estranea e di nessuna utilità, o accoglierne indifferentemente una a piacere tra le molte» (Leone XIII, Enciclica Immortale Dei del 1° novembre 1885, ASS t. XVIII (1885), p. 163-164).

  1. Queste forti parole di Papa Leone XIII non sono l’espressione di una visione superata. Il Vicario di Cristo vi stabilisce infatti il principio stesso dell’ordine sociale cristiano, ordine necessario in quanto espressione della Sapienza divina. Il cardinal Billot ne ha dato la giustificazione teologica nella seconda parte del suo Trattato sulla Chiesa (Louis Billot, L’Eglise. III – L’Eglise et l’Etat, Courier de Rome, 2011).
     
  2. Questo ordine trova la sua radice profonda nella natura stessa dell’uomo, e nella sua elevazione gratuita ad un ordine soprannaturale. I beni esteriori all’uomo (le ricchezze) sono ordinati al suo benessere corporale e il benessere corporale dell’uomo è subordinato al suo benessere spirituale naturale, cioè al bene naturale della sua anima, e questo stesso bene naturale dell’anima è in qualche modo ordinato al fine ultimo soprannaturale, all’unione soprannaturale dell’uomo con Dio, che è affidata alla Chiesa; lo è nella misura precisa in cui il bene naturale dell’anima è la condizione necessaria, benché non sufficiente, del bene soprannaturale, poiché la grazia presuppone la natura. Questa gerarchia dei beni ha per conseguenza la gerarchia dei poteri ai quali spetta di procurare questi beni (Billot, op. cit. n.° 1183).
     
  3. Il potere dello Stato ha per fine (oltre al resto) nel suo ordine proprio di preservare la salute pubblica (che è bene del corpo) e di neutralizzare a questo scopo gli effetti pregiudizievoli di una malattia contagiosa. Il potere della Chiesa ha per fine nel suo ordine proprio di assicurare l’esercizio del culto dovuto a Dio e di determinare a tal fine per via di precetto le condizioni concrete della santificazione della domenica. Per il fatto di essere distinti, ciascuno nel suo ordine, il potere dello Stato e quello della Chiesa non devono essere separati (La separazione della Chiesa e dello Stato è stata condannata dal Papa san Pio X nell’enciclica Vehementer nos dell’11 febbraio 1906), perché il bene che spetta allo Stato procurare non è di fatto un fine ultimo; è esso stesso ordinato al fine dell’ordine soprannaturale. San Tommaso lo spiega molto bene nel De regimine, libro I, capitolo XIV: «Spetta al Papa la cura del fine ultimo, è a lui che devono sottomettersi coloro a cui spetta la cura dei fini intermedi, ed è dal suo comando che devono essere diretti» (n. 819). Il Papa esercita dunque un potere “architettonico” nei confronti dei capi di Stato e questa espressione significa che il Papa ha la responsabilità del fine ultimo in funzione del quale i capi di Stato sono tenuti a organizzare tutto il governo della società.
     
  4. La salute, che è uno dei principali aspetti del benessere corporale dell’uomo, non è del tutto estranea alla santità, perché è essa stessa in qualche modo ordinata all’esercizio del culto e alla santificazione della domenica. In effetti, anche se non basta essere in buona salute per essere santi, e anzi si può essere santi senza essere in buona salute, ordinariamente, per poter andare a Messa la domenica, essere in buona salute è una delle condizioni richieste. Il ruolo dello Stato sarà dunque di preservare la salute pubblica (e di neutralizzare un’epidemia) al fine di realizzare così la condizione più favorevole all’esercizio del culto, di cui la Chiesa è responsabile, e di rendere ordinariamente possibile la santità. Papa Leone XIII dice in effetti che «in una società umana, la libertà degna di questo nome consiste nel fatto che, con l’aiuto delle leggi civili, possiamo più facilmente vivere secondo i precetti della legge eterna» (Leone XIII, Enciclica Libertas del 20 giugno 1888, ASS t. XX (1887), p. 598). Lo Stato è dunque in questo campo, come in altri, dipendente dalla Chiesa e ad essa subordinato nella misura precisa in cui il suo ruolo è di mettere il bene temporale a servizio del bene eterno, di cui la Chiesa è responsabile. «Il temporale» dice Billot «deve vigilare a che niente impedisca la realizzazione dello spirituale e stabilire le condizioni grazie al quale questo possa essere ottenuto in piena libertà». E aggiunge che il fine temporale «non deve mettere alcun ostacolo al fine spirituale, e se vi fosse opposizione, dovrebbe cedere il passo allo spirituale, anche con suo proprio danno» (Billot, op. cit. n° 1182). Parole stupefacenti agli occhi della semplice ragione, ma parole veridiche agli occhi della ragione illuminata dalla fede. Perché «è meglio entrare con un occhio solo nella vita eterna, che essere gettato con due occhi nel fuoco della geenna» (Mt. XVIII, 9).
     
  5. In conseguenza, proibire o limitare il culto per neutralizzare un’epidemia sarebbe, da parte del potere dello Stato, non solo illegittimo (per abuso del suo potere temporale, che non può avere per oggetto l’esercizio del culto) ma anche assurdo, poiché la neutralizzazione dell’epidemia deve avere come fine ultimo di favorire l’esercizio del culto. A meno di supporre l’inversione radicale dei fini e di sostituire il disordine all’ordine: invece di ordinare la salute (con la neutralizzazione dell’epidemia) all’esercizio del culto, sarebbe l’esercizio del culto (essendo ristretto e proibito) ad essere ordinato alla salute. Purtroppo è esattamente ciò che accade nelle presenti circostanze, e che giustifica la recente constatazione di Mons. Schneider: «Gli uomini di Chiesa accordano più importanza al corpo mortale che all’anima immortale degli uomini» (Mons. Athanasius Schneider, Intervista a Diane Montagna, apparsa su The Remnant e tradotta in italiano dal sito corrispondenzaromana.it, il 30 marzo 2020). Questo si spiega in ragione dell’inversione radicale introdotta dal concilio Vaticano II: non è più lo Stato ad essere subordinato alla Chiesa ed al servizio di essa, è la Chiesa che è diventata dipendente dagli Stati.
     
  6. Può capitare che, a livello delle contingenze, che è quello delle circostanze concrete, non sia possibile procurare a sufficienza la salute pubblica e neutralizzare il contagio di una malattia, in modo da rendere possibile l’esercizio del culto, con mezzi ordinari. Spetta allora all’autorità della Chiesa, e solo a questa, di determinare la forma particolare di esercizio del culto che richiedono le circostanze, e di renderla possibile appoggiandosi sul braccio secolare. Lo Stato potrebbe così per esempio mettere a disposizione della Chiesa spazi sufficientemente ampi dove i fedeli possano assistere alla Messa senza scendere dai loro veicoli. Nel peggiore dei casi, la Chiesa potrebbe dispensare i fedeli dall’assistenza alla Messa e in tal caso appoggiarsi su risorse, tecniche e finanziarie, messe a disposizione dallo Stato per diffondere largamente nelle case la ritrasmissione della celebrazione della Messa. Le situazioni e le soluzioni potrebbero essere molteplici: ma in ogni caso, la Chiesa possiede il potere necessario per decidere delle condizioni nelle quali l’ordine totale debba essere stabilito, ordine totale per cui l’esercizio del culto è un bene superiore cui deve essere subordinato il bene della salute pubblica. Non spetta allo Stato proibire o restringere la celebrazione del culto in nome della salute; spetta alla Chiesa decidere le condizioni della celebrazione del culto tenendo conto delle circostanze, e pretendendo, secondo il proprio dovere e il potere che le spetta, l’appoggio e il concorso del potere temporale.
     
  7. Questa necessaria e normale gerarchia dei poteri faceva ancora in gran parte sentire i suoi effetti nei cantoni cattolici della Svizzera, all’inizio del XX secolo. Ancora all’indomani dei grandi sconvolgimenti che ovunque in Europa avevano danneggiato l’ordine sociale cristiano, le autorità pubbliche avevano solo un potere limitato nelle chiese, per esempio in Vallese, e potevano intervenire solo in modo diplomatico per raccomandare alle autorità ecclesiastiche il rispetto delle misure sanitarie necessarie a causa dell’epidemia di influenza detta “spagnola”. «Non ci si deve stupire di leggere quanto segue nella decisione del Consiglio di Stato del 25 ottobre 1918: “L’autorità ecclesiastica prescriverà le misure d’igiene necessarie per quanto concerne le chiese e la celebrazione degli uffici divini”. Così facendo, il clero ha la scelta delle misure che preferisce applicare senza che vi sia questione di rappresaglie finanziarie o giuridiche. Di qui, le differenti missive indirizzate alle parrocchie sembrano più che altro un susseguirsi di raccomandazioni che cercano di mediare le sensibilità piuttosto che una ferma decisione politica. Una seconda circolare riguardante più specificamente le sepolture stipula che la bara debba essere portata direttamente al cimitero per l’inumazione e che la Messa esequiale debba essere celebrata unicamente con i membri più stretti della famiglia e solo dopo l’inumazione. Ancora una volta, la lettera termina con una formula diplomatica: “Noi speriamo che possiate comprendere la necessità di tali misure destinate a allontanare quanto più possibile il pericolo del contagio e che vi conformiate alle mie istruzioni”, formula ben diversa da quella delle lettere rivolte alle varie corporazioni lavorative, che terminavano invece con il richiamo alle sanzioni previste in caso di violazione. È interessante segnalare che questa stessa circolare, datata 20 luglio 1918, è stata ritrovata negli archivi episcopali di Sion, ma con una piccola nota manoscritta in basso: “Su questo argomento vorremmo le direttive di Monsignor Vicario”. L’autorità politica non fa fede ovunque…» (//serval.unil.ch con il riferimento BIB_860E861187545). Quando, cent’anni dopo, gli Stati apostati del XXI secolo decidono in modo unilaterale di proibire o restringere l’esercizio del culto in nome della salute, i fedeli cattolici reagiscono sotto la guida dei loro pastori non come reazionari fanatici, ma come persone prudenti e realistiche, e tollerano (Così si spiega l’apparizione del regime dei concordati, con la creazione di alcune materie definite come “miste”. Cf Billot, n° 1247 e ss.10) o subiscono con pazienza delle decisioni ingiuste, contrarie alla prudenza soprannaturale. Ma in nessun caso sono tenuti a un vero atto della virtù di obbedienza verso ciò che non è altro che un abuso di potere.
     
  8. Tutto questo si spiega in ragione della causa finale. Da questo punto di vista, il potere della Chiesa sui capi di Stato è come il potere di un medico verso un suo aiutante. L’aiutante decide la dose delle medicine in quanto necessario alla salute del corpo, di cui però è il medico ad avere la cura. Ugualmente, il capo di Stato deve vigilare sul buon ordine della società nella misura in cui questo è necessario alla salute delle anime, di cui la Chiesa ha cura. L’uomo infatti non deve ricercare né salute né ricchezze, se non nella misura in cui sono utili – come dice sant’Ignazio - alla salvezza dell’anima: «A che giova all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde la sua anima?» (Mt. XVI, 26). A che serve all’uomo vincere l’epidemia se trascura la santificazione della sua anima, perdendo l’abitudine di andare a Messa la domenica? La liturgia della Chiesa prevedeva una Messa per i tempi d’epidemia, e le rubriche indicavano che questo genere di messe votive doveva essere celebrato «con gran concorso di popolo»…

Don Jean-Michel Gleize, FSSPX, professore di Ecclesiologia al seminario di Ecône (www.laportelatine.org – 19 aprile 2020)


Documento stampato il 25/11/2020