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Sulla logica del centro e sua incompatibilità con il cattolicesimo

La cosa meno sensata di un qualunque scenario politico è la presenza della categoria del centro. Tanto più inconsistente poi, ove si voglia proporla come casa politica dei cattolici. Al di là della diversa connotazione da paese a paese, il centrismo è però in sé e per sé una posizione politicamente illogica. Come ben analizza Left and Right. The Topography of Political Perceptions del politologo Jean Laponce, lo spettro politico moderno si caratterizza per l’essere orizzontale.

In tal modo, i termini e le categorie politiche si concepiscono solo in relazione tra di loro: ad esempio, la destra del parlamento è tale solo in relazione alla sinistra. Posta la distinzione tra destra e sinistra – che, per comodità espositiva, si utilizzeranno come fossero etichette relativistiche, o vuote, colmabili di qualsiasi contenuto, sebbene non necessariamente sia così –, si tratta di capire quali significati il centro possa avere in relazione ad esse.

In quanto centrale rispetto a due posizioni concettuali definite e conflittuali, il centro si può caratterizzare solo come stemperamento, incontro e compromesso tra le due posizioni concettuali contrapposte. E, poiché destra e sinistra sono parole sintetiche che intendono riassumere posizioni concettuali, il centro, essendo un compromesso tra destra e sinistra, si riduce ad essere un’accettazione parziale di entrambi i principi opposti o di entrambe le visioni concettuali contrapposte. In tal senso, laddove la distinzione tra i due schieramenti sia netta in principio, il centro si troverà ad essere una contaminazione.

Ma una contaminazione tra opposti è del tutto priva di senso, in quanto, se veramente opposti, essi si escludono a vicenda e non possono contaminarsi o convivere, mentre, laddove non siano realmente opposti, non si potrebbe parlare nemmeno di vera differenza – e quindi cadrebbe del tutto la polarizzazione tra destra e sinistra, trovandocisi semmai in presenza di due posizioni sfumate ma all’interno della medesima cornice, e quindi del medesimo polo, come avviene nel caso di diverse sinistre che, pur differenti, abbiano un terreno comune.

In quest’ultimo caso, Erik von Kuehnelt-Leddihn in Leftism Revisited notava che la distinzione tra destra e sinistra sarebbe semplicemente fittizia, artificiale, e i due competitori non sarebbero anche nemici. Alla luce di ciò, in presenza di una distinzione tra destra e sinistra che sia invece reale, si comprende come il centro sia semplicemente un’ibridazione tra i due poli, e dunque, rispetto alla destra, come esso sia una “sinistra in ritardo”, che accetta il medesimo principio della sinistra ma con più lentezza, come ben hanno visto, tra gli altri, Plinio Corrêa de Oliveira (prefazione a Frei, il Kerenski cileno), Jean Madiran (La destra e la sinistra), Abel Bonnard (I moderati – Il dramma del presente), Roberto de Mattei (Il centro che ci portò a sinistra) e Giovanni Zenone (A sinistra di Dio).

Ma, al di là della mera logica, per esprimere un giudizio sulla legittimità cristiana del centro, è necessario capire il contenuto della destra e quello della sinistra. Infatti, se i due principi o sistemi di principio opposti, alla base di destra e sinistra, fossero entrambi errati, la posizione centrista si ridurrebbe a un’aggregazione di errori; ove invece i due principi siano uno giusto e l’altro errato, la contaminazione sarebbe ancora più insensata, trovandosi il centro ad essere un cedimento parziale all’errore.

Dal punto di vista cattolico, quando l’errore è di natura morale o dottrinale, la situazione, già viziata dalla illogicità strutturale della categoria, si aggrava. Il centro è cristianamente inconcepibile. In entrambi i casi, si tratterebbe infatti di aderire a un errore: in un caso, a un miscuglio di errori, dunque al male; mentre, nell’altro caso, a un bene contaminato di male, trovandosi illogicamente con l’abbracciare una posizione stemperata, quando si potrebbe (e moralmente si dovrebbe) invece aderire ad una delle due parti in gioco: quella che esprima il giusto. L’idea stessa del compromesso, insito nella posizione centrale tra due posizioni, è cristianamente inaccettabile.

Il cattolico nella propria vita non è chiamato a scelte di comodo, a posizioni “moderate” – come invece vuole la retorica centrista –, cioè di accettazione a piccole dosi del bene, bensì alla radicalità della croce, alla radicalità della santità, senza compromesso alcuno con il male, pur restando ferma l’imperfezione umana. Ragion per cui, laddove vi fosse una parte nel giusto, il cattolico non potrebbe che schierarsi con quella parte, senza cercare compromessi; laddove invece non vi fosse alcuna parte nel giusto, si tratterebbe di scegliere il “male minore”, e non un male intermedio tra i due in campo che li assommi entrambi (seppur stemperati).

Con Norberto Bobbio si potrebbe obiettare, a questo punto, che il centro si potrebbe pure configurare come posizione terza, non necessariamente compromissoria tra le due in gioco. In altri termini, ove destra sia x e sinistra sia y, il centro potrebbe non semplicemente essere x+y, ma avere invece un contenuto del tutto diverso: ad esempio, z. E si potrebbe anche obiettare che, laddove l’x della destra e l’y della sinistra fossero entrambi errati, il centro si configurerebbe come la riaffermazione della giusta posizione – magari quella della dottrina cattolica – contro i due errori, apparentemente contrapposti. Sennonché, è facile notare come, anche in questo caso, il centro sia logicamente privo di senso: se infatti la posizione terza si trova ad essere realmente altra dalle due in campo, essa non sarebbe allora centrale tra le due, bensì si opporrebbe ad entrambe come un polo si contrappone a un altro polo (sebbene uno dei due poli sarebbe composto da due elementi: destra e sinistra).

Il centro non sarebbe realmente un centro, una posizione intermedia, bensì, rispetto ai due poli già esistenti (destra e sinistra), sarebbe una destra o una sinistra più estreme – a seconda che esso sia più somigliante alla destra o alla sinistra – oppure sarebbe al di là della diade destra-sinistra, superiore ad essa, venendosi quindi a collocare fuori dalla distinzione spaziale destra-centro-sinistra.

Né può obiettarsi – come faceva il pur ottimo Augusto Del Noce in Sul centro, il postfascismo e i comunisti, presente nel volumetto Centrismo: vocazione o condanna? (insolitamente superficiale, ove si consideri la sua familiarità con autori “conservatori” che smentirebbero la sua prospettiva) – che, posto che la destra sia “conservatrice” di uno stato di cose e la sinistra “innovatrice”, il centro si potrebbe configurare come la prospettiva «restauratrice» di riaffermazione di alcuni principi eterni (ad esempio, i principi cattolici), conservando questi ultimi e innovando il rimanente. La prospettiva conservatrice di principi all’interno di innovazioni storiche sarebbe la posizione più sensata, rispetto alla cristallizzazione impossibile di un passato o al suo irrealizzabile azzeramento, e sarebbe perfettamente corretta in base alla dottrina sociale cattolica che richiede l’applicazione della medesima morale alle diverse (e nuove) situazioni storiche.

Sennonché ad essere fallace è la base da cui parte l’obiezione: che la destra sia conservatrice e la sinistra innovatrice non è solo tutto da provare, ma è anche privo di fondamento. Non potendosi qui analizzare adeguatamente la distinzione destra-sinistra, va detto che la lettura di molti autori “conservatori” (anche conosciuti da Del Noce) dimostra come costoro non pretendano di tornare a un passato ideale o di limitarsi alla mera conservazione di uno statu quo, bensì sposino esattamente la prospettiva che Del Noce attribuisce al centro.

Nel suo, pur imperfetto, Manifesto dei conservatori, ad esempio, Giuseppe Prezzolini scriveva: «Prima di tutto, il Vero Conservatore si guarderà bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, i tradizionalisti, i nostalgici; perché il Vero Conservatore intende “continuare mantenendo”, e non tornare indietro e rifare esperienze fallite. Il Vero Conservatore sa che a problemi nuovi occorrono risposte nuove, ispirate a principi permanenti», così dimostrando che la destra non si configura come anti-innovativa, bensì come giusta conservazione e giusta innovazione: la restaurazione dei principi eterni indicata da Del Noce. In realtà, l’obiezione delnociana si basa su di un fraintendimento del contenuto della destra, dimenticando (stranamente) come l’ottica restauratrice sia propria di molti autori di destra, come Joseph de Maistre – autore molto studiato da Del Noce, ma frainteso sul punto, poiché il filosofo pistoiese gli attribuisce ingiustamente una prospettiva non realmente restauratrice. Il centro dunque non si può configurare come il giusto equilibrio tra conservazione e innovazione.

Esso è quindi ontologicamente/logicamente inconsistente, e dottrinalmente incoerente. È vero che, sin dall’inizio dell’introduzione della diade politica “destra-sinistra” (dopo la Rivoluzione francese del 1789), la zona dei moderati è esistita, ma essa veniva definita significativamente «palude», a intendere un pantano privo di contenuto effettivo. Il centro quindi indica – oltre che qualcosa di opposto ai principi cattolici – un elemento artificiale inserito nello scenario politico, un elemento perturbatore di una chiara distinzione politica – come si legge in Apologia della Reazione di Jacques Ploncard d’Assac –, e si riduce a una sinistra in ritardo che pretende di presentarsi come surrogato della destra, ma del tutto inadeguato, perché non opposto in modo autentico alla sinistra, cedendo invece verso di essa. È una lezione sempre attualissima e ancora oggi incompresa. 

Filippo Giorgianni 

 

(Fonte: LOCCIDENTALE.it)