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Il totalitarismo dei nostri tempi e l'intelligenza perduta

In una società quale è la nostra, che di società ha solo il nome, mentre il suo vero nome sarebbe dissocietà, la Rivoluzione francese non ha solo devastato le comunità naturali, ha edificato al loro posto collettività rigorosamente e strettamente immaginarie, la cui esistenza fittizia concede piena licenza di scatenarsi alle volontà di dominio. La nostra comprensione della realtà è talmente offuscata dai prestigi dell’immaginazione, da convincerci che la più grande innovazione sociale e politica dei tempi moderni, la democrazia, per la quale milioni di esseri umani hanno versato il sangue, possiede un’esistenza reale, mentre non è che una chimera, e la sua esistenza non supera i confini della nostra scatola cranica o quelli della carta delle Costituzioni e dei discorsi che ne diffondono il nome ai quattro angoli dell’universo. Il governo del popolo, esiste solo se il popolo governa. È fin troppo chiaro che questa potestà si esercita solo entro limiti strettissimi, e sui territori relativamente limitati, dove il cittadino può avere esperienza dei problemi che si presentano e delle soluzioni da attuare. (…)

Dal momento in cui il popolo è graziosamente provvisto di responsabilità che superino il suo potere di esperimentare e di comprendere, la politica muta senso. Il popolo non governa effettivamente, e i suoi delegati nemmeno. Fingono di governare. Danno a se stessi e danno agli altri l’illusione di governare. Le strutture “democratiche” sussistono, ma non sono altro se non l’involucro che copre un sistema diverso, la sua denominazione, che va acquistando credito sempre maggiore, è tecnocrazia.

Né può essere diversamente, ogni giorno noi ci accorgiamo sempre più della sua ubiquità. Nonostante le cateratte di saliva e di inchiostro democratici rovesciati quotidianamente sulle nostre teste, chiunque abbia serbato un criterio obiettivo non può non vedere che la società si evolve verso la divisione in due gruppi: “quelli che sanno” e che comandano; “quelli che non sanno” e che obbediscono. Questa tecnocrazia è composta a sua volta da due gruppi di tecnici che hanno funzioni complementari: i tecnici del condizionamento dei cervelli e i tecnici del condizionamento delle cose. (…)

Essendo il regime democratico, fondato sulla “dissocietà” e incapace di creare una società nuova, fu necessario ricorrere alle potenze dell’illusione e tentare con appropriate tecniche di trasferire l’immaginario nel reale. Spetta al tecnico del condizionamento mentale sostituire il regno dell’opinione detta sovrana, all’esercizio dell’intelligenza, la quale, nei regimi democratici a vasto raggio d’azione come sono gli Stati moderni, non ha nessuna parte, se non per caso, mancando l’esperienza che le darebbe l’avvio. È proprio dell’opinione di essere malleabile: i fragili rapporti che mantiene con la realtà fanno di lei un'entità duttile, fluida, estremamente plasmabile, alla quale impone una forma di volontà di potenza più forte. Nel più stretto senso del termine, ci si fa un'opinione, e si fa un'opinione. L’opinione è il prodotto di un’attività poetica e fabbricatrice nella quale l’azione principale viene esercitata dall’immaginazione del produttore. Con i mezzi materiali a disposizione oggi dei tecnici, la stampa, la radio, la televisione, eccetera, non è esagerazione dire che l’opinione è fabbricata a catena, con arte perfetta della manipolazione, del trucco, dell’imbroglio, nelle officine di informazione che abbondano sul pianeta. Il nostro è il secolo della informazione deformante. (…)

Non soltanto la conoscenza dei fatti viene profondamente alterata, ma anche il concetto che i nostri contemporanei si fanno dell’uomo e del mondo. Il rapporto tra pensiero e realtà è rotto a gara dai professionisti del pensiero; scienziati, filosofi, teologi e dai numerosi accoliti maggiori e minori che navigano nella loro scia. L’impasto e la rifusione dell’opinione sugli avvenimenti sono accompagnati da operazioni parallele in tutti i campi dell’intelligenza. Per fare l’opinione, bisogna che siano spezzati tutti i legami che intercorrono fra l’intelligenza e l’essere. Ridotto alla sua soggettività, strappato alle sue radici, privato di tutti i suoi ormeggi, l’uomo non è più che una marionetta alla completa mercé dei suoi manipolatori. La sua trasformazione in burattino è tanto più facile, in quanto non gli rimane che lo slancio informe della sua intelligenza e della sua volontà verso l’oggetto che sarebbe loro proprio, e che è scomparso. È questo che i tecnici dell’opinione chiamano con orgoglio “le esigenze del pensiero moderno”, oppure, “le rivendicazioni della coscienza contemporanea”, o anche “le aspirazioni dell’uomo”, eccetera. Chiunque si riduce alla propria soggettività diviene il più debole degli uomini. I tecnici dell’opinione si impadroniscono di questa entità amorfa e vi imprimono dall’esterno, con tutte le tecniche della persuasione palese o celata, l’immagine dell’uomo e del mondo futuri, la più affascinante che possono elaborare, coronata dalla promessa: “haec omnia tibi dabo”.

La riuscita della loro impresa è sicura nel campo sociale. L’uomo è talmente un animale politico che la privazione delle sue comunità naturali lo incita immediatamente a costruirsi altre comunità artificiali, i castelli in aria. Il tecnico del condizionamento mentale trionfa nel manipolare l’opinione nel campo sociale e politico, come prova fin troppo l’esperienza. Mantenere l’uomo contemporaneo sempre ansioso, presentandogli sullo schermo dell’immaginazione una società futura il cui avvento è di continuo rimandato, e nella quale egli si troverà superuomo, semidio o Dio, non è che l’inizio dell’arte, il mito di una società in cui l’uomo abbia tutti i diritti e nessun dovere, tutta la libertà e responsabilità nessuna, dove l'io coincide con il genere umano, secondo la promessa di Marx, dove l’uomo si scoprirà “personalista” e “comunitario” a un tempo secondo il ricalco che ne da Mounier, a tutte le possibilità di trionfare in un regime dove non vi è più società, dove lo Stato, non più limitato dalle comunità sottostanti, detiene un potere senza limiti, e si vede caricato, dall’opinione pubblica condizionata, dalla spaventevole missione di creare un mondo nuovo e un uomo nuovo.

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A questo punto intervengono i tecnici del condizionamento delle cose, o tecnocrati propriamente detti. Infatti, per guidare una tale impresa, per trasferire il sogno nell'esistenza a cui tende, è necessaria un’organizzazione, e quindi gli organizzatori. Affinché l’immagine che l'uomo condizionato ha di se stesso e del mondo si traduca nella realtà, bisogna curare l’avvenimento, prepararlo, disponendo ogni cosa perché si compia, elaborare un piano, calcolarne le fasi, concertare gli sforzi, dirigere le operazioni, detenere una conoscenza e metodi infallibili, disporre di un potere assoluto. La rappresentazione che l’uomo ha di sé e del mondo, non producendo più dal reale né dall’esperienza, si riduce ad una pura costruzione della mente. Bisognerà dunque incorporarla alla materia esterna esattamente come la tecnica che elabora rigidi modelli matematici per applicarli a una qualsiasi materia cui daranno forma. Tecnocrati propriamente detti sono coloro che possiedono questa scienza dell’efficacia. Sono portati al potere supremo non solo dalla vacanza perpetua di potere, propria del regime democratico, ma dall’opinione che hanno foggiata gli intellettuali. Nei Paesi in cui la facciata democratica non è troppo scalcinata, superano i demagoghi e politici di mestiere che ancora sussistono. Altrove occupano gli accessi del potere. Il loro segreto è semplice: trattare l’uomo e il mondo come cose, come una materia da sfruttare, come un insieme di ruote meccanicamente congegnate; ritenere la società il risultato di un’organizzazione e di una pianificazione; eliminare ogni tentativo di ritorno alle attività contemplative e morali della mente; instaurare il primato senza rivali dell’attività produttrice; trasformare l’umanità in una immensa officina della quale loro costituiranno il consiglio di amministrazione mondiale.

La tecnocrazia, sia quella della mente, sia quella della mente ridotta cosa, include, è evidente, l’integrale socializzazione della vita umana. Il pensiero diviene collettivo, poiché tutti i pensieri sono identici, passati attraverso il medesimo stampo e costituiti dalla medesima inenarrabile “noosfera” che Teilhard ha immaginata per il nostro condizionamento. Tutte le attività della mente collettivizzata divengono di colpo collettive; l’attività contemplativa, o quel che ne rimane, ridotta la visione narcisistica della ragione comune a tutti gli uomini in uno specchio che non è altro se non la ragione medesima; l’attività pratica dove al bene è sostituito l’utile e alla felicità, l'assoggettamento alla sicurezza sociale completa, dalla culla alla tomba; l’attività poetica e produttrice soprattutto che celebra il proprio trionfo. I lavoratori sono considerati un solo, gigantesco lavoratore che, lavorando sempre più, finirà con liberarsi da ogni lavoro e condurre una esistenza idilliaca in un paradiso terrestre ricostruito per l’eternità. (…)

Dietro il preteso pensiero collettivo, dietro il sedicente lavoro collettivo, vi è semplicemente ancora una volta la volontà di potenza di alcuni, riuniti in quella che si chiama “una direzione collegiale” e che, com'è prevedibile, passerà nelle mani di un tiranno unico. Vi sono i guardiani che pensano e agiscono, e vi è secondo la formula implacabile di Goethe “Il cervello che basta per 1000 braccia”. Vi sono d’altra parte coloro che vengono guidati, il gregge belante in cammino verso la terra promessa. (…)

Ci si accorge sempre più di questa rivoluzione in corso; il deputato non è più fatto per il popolo, ma il popolo per il deputato; il capo del sindacato non è più fatto per gli operai, ma gli operai per lui; così il professore non è più fatto per le lezioni, ma le lezioni per il professore; né l'insegnamento per gli allievi, ma gli allievi per l’insegnamento; non i programmi per la vita, ma la vita per i programmi; non il prete per i fedeli, ma i fedeli per il prete; non la società per la persona, ma la persona per la società. L’espressione abbastanza ignobile: soggetto alla sicurezza sociale, tradisce questo rovesciamento. Quando l’intelligenza inverte il suo movimento naturale verso la realtà, per sottoporre la realtà alle sue rappresentazioni mentali, bisogna aspettarsi la contraddizione in tutti i campi e un mondo alla rovescia.


Marcel de Corte (1905-1994) – estratto dal libro L'intelligenza in pericolo di morte (pp.70-77) – Edizioni Effedieffe