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Riflessione sul Sacramento della Penitenza

Abbiamo sentito il Vangelo [Mt8, 1-13]. È un Vangelo molto ricco, sia per quello che riguarda la preghiera, la preghiera del lebbroso o la preghiera di questo Centurione, sia per ciò che riguarda la loro fede, che lascia Gesù in ammirazione. Sappiamo anche che la lebbra rappresenta il peccato, e la guarigione dal peccato si realizza con la confessione. Dopo aver guarito questo lebbroso, nostro Signore gli dice: “Vade, ostende te sacerdoti” (va e mostrati ai sacerdoti): sembra quasi che questa frase di nostro Signore sia come un annuncio del Sacramento di penitenza, che poi istituirà la sera di Pasqua.

Questa l'occasione per ricordare il grande Sacramento della Penitenza.

Prima di tutto è un obbligo confessarsi. Per andare in cielo, o bisogna essere innocenti (e questo è riservato ai bambini che muoiono dopo il Battesimo) o bisogna avere un'innocenza riparata con il sacramento della Penitenza. Sappiamo che a causa della nostra debolezza non è possibile vivere sempre in conformità alla volontà di Dio; purtroppo durante la nostra vita si commettono tante mancanze.

Per rimediare al peccato ci vuole il sacramento della Penitenza: e questo non è un semplice consiglio, è un precetto formale, assoluto, indispensabile. Questo precetto è ricordato dal Concilio di Trento, il quale dice che dobbiamo confessarci almeno una volta all'anno. Che cosa vuol dire questo? Non che dobbiamo accontentarci di una confessione una volta all'anno, ma che se non ci confessiamo almeno una volta all'anno aggiungiamo un peccato grave, perché non rispettiamo questo precetto. È chiaro che è importante confessarsi regolarmente.

Quali sono i vantaggi della confessione? Prima di tutto, è il rimedio sicurissimo contro il peccato; e questa medicina è sicura perché è il sangue di Gesù, un sangue che fu comprato ad un prezzo molto elevato: la morte di Gesù sulla croce. Questo rimedio si può applicare a tutti i peccati, anche ai più gravi. Il peccato più grave sarebbe pensare che Gesù non ci può perdonare certi peccati, mentre la Misericordia di Dio è infinita.

Ogni volta che l'anima perde la grazia di Dio, possiamo dire che l'anima è morta, e con il sacramento della Penitenza si compie una Resurrezione, perché l'anima ritrova la vita della grazia, che ha perduto con il peccato. Dunque la confessione è veramente una Resurrezione, un rimedio sempre a nostra disposizione, e anche un rimedio facile, un rimedio dolce e consolante, poiché conosciamo gli effetti di questo Sacramento: dopo una buona confessione proviamo una grande gioia interna.

Ricordo brevemente i quattro elementi della confessione.

Prima di tutto la confessione deve essere l'accusa dei peccati, questo è importante. Una confessione dev'essere intera e umile. Spesso purtroppo si incontrano persone che si dovrebbero confessare e continuano a rimandare la loro confessione. Qual è la causa principale di questo? È l'orgoglio, cioè una mancanza di umiltà, una mancanza di presentarsi davanti al Signore come siamo, cioè malati, un'anima malata dal peccato. Dunque la confessione dev'essere intera, umile.

E poi dev'esserci la contrizione, cioè il dolore di aver offeso il Signore: non basta l'elenco dei nostri peccati, dobbiamo provare dolore, perché abbiamo offeso il Signore, e abbiamo il dovere di amare nostro Signore, e dunque ogni volta che pecchiamo offendiamo nostro Signore. Il dolore è fondamentale: se uno confessasse tutti i suoi peccati senza dimenticare niente, ma non avesse la contrizione, la sua confessione non sarebbe valida.

Poi, la conseguenza di una vera contrizione è il fermo proposito, cioè se abbiamo offeso nostro Signore e siamo pentiti, dobbiamo avere il proposito di non ricominciare, di non ricadere nel peccato. Qualcuno dirà: “Purtroppo io ricado”. È vero, siamo deboli, ma almeno quando ci confessiamo dobbiamo avere questo desiderio e l'impegno di non offendere più nostro Signore.

Poi, la quarta parte della confessione, che in un certo senso è la più importante, è l'assoluzione, che il sacerdote dà; uno potrebbe accusare i suoi peccati, ma se non riceve l'assoluzione, la confessione non ha effetto, mentre è l'assoluzione che cancella tutti i peccati dell'anima.

Approfitto anche per aggiungere che quando andiamo a confessarci, dobbiamo cercare di farlo con ordine: nel senso di cominciare ad accusare i peccati contro Dio, poi contro il prossimo e poi contro noi stessi.

Dio è la cosa più importante, dunque quello che riguarda la preghiera, la fedeltà ai sacramenti. D'altra parte, lo sappiamo tutti per esperienza, se cadiamo nel peccato è perché, quasi sempre, abbiamo lasciato, e se non abbiamo lasciato abbiamo rallentato la preghiera. La nostra vita interiore, la nostra fedeltà a Nostro Signore dipende essenzialmente dalla fedeltà alla preghiera: e sappiamo tutti per esperienza che se abbiamo pregato bene, ci comportiamo molto meglio durante la giornata.

Poi, verso il prossimo, sappiamo quanto è importante la carità: noi saremo giudicati secondo la carità verso il prossimo. Dio ha creato la famiglia e la società, e se Dio l’ha voluto, è affinché potessimo praticare la carità fraterna.

E poi verso di noi. Certamente ci sono diversi peccati, ma vorrei sottolineare il tempo perduto. Dio ci mette il tempo a nostra disposizione e dobbiamo usarlo il meglio possibile. Oggi purtroppo si è perduto il senso del dovere di stato, e poi ci sono tanti mezzi che spesso ci spingono, ci danno l'occasione di perdere il tempo. Quante conversazioni inutili, quante telefonate inutili, o anche quanto tempo perso con il computer, con internet... e non dobbiamo dimenticarci di esaminarci su questo, perché il tempo a disposizione è dato da nostro Signore e dovremo un giorno rendere conto a Dio di come l’abbiamo utilizzato.

Aggiungo che l’abbandono del sacramento di penitenza è il segno più evidente, più concreto della crisi della Chiesa oggi.

Secondo le ricerche, gli studi, quello che ha portato alla perdita della pratica religiosa è il fatto di non confessarsi più; è vero che la pratica della confessione già da tanti anni non era in salita ma piuttosto in discesa, ma gli studi che furono fatti sono molto interessanti perché fanno vedere che finito il Concilio ci fu come un crollo enorme della pratica della confessione.

Allora se vogliamo lottare contro questa crisi certamente un modo è la fedeltà alla confessione.

Poi vorrei aggiungere prima di concludere che la vita cristiana non consiste nel “non peccare”: questo non corrisponde al Vangelo. Non basta dire: “Io quello che cerco è di non offendere il Signore”. Quello che dobbiamo fare noi è praticare le virtù, santificarsi; certo non peccare è importante, ma ancora più importante è praticare le virtù, praticare una vera vita cristiana, perché tutti senza eccezione siamo chiamati alla santità. Che cosa mi chiede il Signore per santificarmi? Certamente, la fedeltà al mio dovere di stato. Fare bene, essere fedeli, per amore del Signore, al nostro dovere quotidiano; che sia in famiglia, che sia sul lavoro, che siano gli studi, dobbiamo fare e offrire tutto al Signore. Questo certamente è il modo migliore di elevarsi verso il Signore.

E poi come conclusione basta riprendere l'orazione della messa di oggi, dove si chiede al Signore di guardare la nostra debolezza con compassione. Da una parte ci riconosciamo peccatori, ma crediamo anche all'infinita Misericordia del Signore.


Don Emanuele du Chalard (Omelia del 26 gennaio 2020)