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S. Biagio, vescovo e martire

La vita

Durante l'impero romano di Diocleziano, vi fu una tale crudele persecuzione dei cristiani che in un mese diciassettemila persero la vita sotto la spada. Questa fu la decima persecuzione dopo quella

di Nerone. Il secondo anno in cui dimorava in Nicomedia Diocleziano e Massimiano nella città di Milano, vennero spediti a Oriente e Occidente ordini precisi di premiare con onori e ricchezze chiunque si rivolgeva a sacrificare e venerare gli dèi dell'Impero, e a castigare coi più severi supplizi tutti coloro che si rifiutavano di adorarli.

Fra tutti i diabolici ministri, furono eletti Lisia e Agricolao, l'uno per l'Armenia, l'altro per la Cappadocia, per eseguire i comandi imperiali. Lisia fu presidente in Nicopoli, Agricolao in Sebaste.

Intanto che questi due assetati di sangue cominciarono a infierire contro i fedeli di Cristo, ci conviene ammirare la condotta di san Biagio. Egli era nativo di Sebaste, nella metropoli della Cappadocia, da una famiglia illustre. Biagio era conosciuto per la sua modestia e saggezza, era un ottimo studioso di medicina e infatti divenne un eccellente medico; la sua carità e benevolenza verso i miserabili e la sua capacità nel curare gli ammalati lo resero stimabile a tutti i suoi cittadini, sicché quando morì il vescovo di Sebaste, fu eletto all'unanimità da tutta la città come suo successore. Il nuovo incarico diede maggiore stimolo alle sue virtù, e l'obbligò a condurre una vita ancora più santa.

Biagio non pensava ad altro che alla salvezza delle sue pecorelle, le istruiva, le animava con le parole, coll'esempio le sosteneva a camminare sulla strada dei precetti divini, soccorreva con carità paterna i bisognosi, e dove la sua bontà non poteva giungere vi concorreva l'onnipotenza divina. Uomo veramente semplice e giusto, fatto secondo il cuore di Dio, otteneva dal Signore tutto ciò che gli domandava.

Vi fu una povera donna che aveva soltanto un maiale per vivere; accadde un giorno che un lupo glielo portò via; la poveretta ricorse subito al santo vescovo, e gli raccontò la sua disgrazia, ed egli, compassionando il caso, le disse: “Non dubitare, che sarai consolata”. Quindi, ordinò al lupo di restituire il maiale, ed ella vide ritornare la feroce belva, confusa e impaurita, con la preda fra i denti, e deporla ai piedi del Santo libera e sana.

Intanto, infuriava la persecuzione, e temendo che questa ben presto potesse nuocere alla sua persona, Biagio giudicò prudente ritirarsi dalla città per il bene e vantaggio delle sue pecorelle. Salì sopra un monte vicino, nominato Argeo, e vi si nascose in una caverna, dove si dedicava alla preghiera e alla cura del suo gregge.

Dio però, che voleva manifestare il merito straordinario e la santità eminente del suo Servo, con ogni sorta di prodigi fece sì che non solo chiunque ricorreva a lui ottenesse la guarigione dell'anima e del corpo, ma persino le belve più feroci vi andassero a gruppi per ricevere la sua benedizione, e il sollievo nei loro mali. Si vedeva infatti quella grotta circondata sempre da orsi, tigri, da leoni, ed altri animali feroci, i quali, capitando nel momento in cui il Santo faceva la sua orazione, se ne stavano quieti e non lo disturbavano; e una volta finita la preghiera, non se ne andavano prima di aver ricevuto da lui la benedizione e, se avevano bisogno, la guarigione da qualche male.

Avvenne che il presidente Agricolao volle condannare alle fiere molti cristiani, e decise di spedire dei suoi ministri in cerca di questi temibili animali per catturarli. Appena giunsero i cacciatori, le belve feroci corsero rapide alla caverna del santo vescovo; inseguiti dai cacciatori, essi videro una moltitudine di fiere attorno a Biagio, che tranquillo stava in orazione. Stupiti dal prodigio, ritornarono in città per rendere conto di quello che era capitato ad Agricolao, ed egli, avendo capito che quell'uomo misterioso dovesse per forza essere cristiano, spedì una truppa di soldati per arrestarlo e condurlo di fronte a lui.

Giunti alla caverna, i soldati videro Biagio solo, tutto assorto in altissima contemplazione; chiamandolo, lo svegliarono dall'estasi e gli comunicarono l'ordine di Agricolao, che voleva parlare con lui. Biagio allora se ne rallegrò e disse: “Andiamo pure figlioli, andiamo in buon'ora; già il Signore mi è apparso tre volte questa notte e mi avvisò della vostra venuta: infinite grazie a Lui ne rendo, giacché si degnò di ricordarsi di un miserabile suo servo”. Ciò detto, uscì dalla caverna e si avviò con i soldati.

Si era sparsa la voce che i soldati stavano conducendo il vescovo di fronte al presidente, perciò per le strade si riversò una moltitudine di persone, e perfino i pagani venivano a domandargli la sua benedizione e il sollievo dai loro mali. In mezzo alla folla, c'era anche una madre afflitta, la quale, piena di confidenza nelle orazioni del Santo, gli portò il suo unico figlio, il quale stava morendo soffocato da una spina di pesce, che gli era restata in gola. Intenerito il Santo alla vista di quel moribondo fanciullo e delle lacrime della madre, mettendosi in ginocchio, e alzando gli occhi e le mani al cielo, disse: “Degnatevi, o signore, degnatevi Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, di esaudire l'umilissima supplica del vostro servo, e restituite a questo fanciullo la sanità, affinché tutto il mondo conosca non esservi che Voi solo Padrone della morte e della vita. E come Voi siete il Signore di tutti, e liberale verso tutti coloro che invocano il Vostro Nome, Vi supplico, che per l'avvenire tutti coloro che in simili infermità si volgeranno a me per ottenere da Voi la liberazione, sentano gli effetti della loro confidenza, e siano esauditi: così pure qualunque altro animale volatile o terrestre soggetto a simile disgrazia, resti sano e libero sotto l'invocazione del mio nome”. Finita la sua orazione, fece il Segno di Croce sopra la gola del fanciullo e lo restituì sano e salvo alla madre. Stana ancor genuflesso il santo Martire, quando apparve una risplendente nube sopra il suo capo, e tutti poterono udire questa voce: “Io sono il Dio che ha glorificato e glorificherò te, o mio amatissimo combattente: perciò quanto tu chiedesti, secondo la fede e utilità di ciascuno Io fedelmente adempirò”. Terminò la voce, e svanì la nube.

Proseguiva il viaggio il santo vescovo, e le strade erano dall'una e dall'altra parte piene di infermi, di moribondi, di fanciulli infetti portati dagli stessi genitori, i quali gridavano ad usar pietà dei loro mali: e il Santo imponendo le mani sul capo dava loro la benedizione, e tutti risanava; e per questo, molti pagani si convertirono e credettero in Gesù Cristo.

Essendo giunti alla città, Biagio fu presentato al governatore, il quale con piacevoli parole lo salutò,

dicendogli: “Io mi rallegro di vederti, o Biagio amico degli dèi.”. “Ed io pure, soggiunse il Santo, mi rallegro di vederti sano e salvo, o ottimo presidente; ma guardati di non dare il santo nome di Dio ai demoni, che ardono laggiù nell’inferno, e che seco traggono i loro stoici adoratori. Non v’è, non v’è altro che un Dio solo, immortale, onnipotente, eterno, ed è Quello appunto che io adoro.”.

Irritato Agricolao a tale risposta, lo fece nel punto stesso così aspramente e lungamente battere, che si credeva già non potesse più sopravvivere al supplizio, quando la grazia celeste non lo rinvigorì per mantenerlo in vita per la sua gloria. Infatti, vedendo il tiranno che non poteva ottenere il suo intento di farlo morire, lo fece rinchiudere in prigione. Appena vi era entrato, una moltitudine di fedeli e di infermi, tratti dalla fama dei passati prodigi da luoghi vicini, assediarono il carcere, e il Santo con la sua benedizione ridonò a tutti la salute. Agricolao, saputi i prodigi operati da Biagio nelle carceri, divenne furibondo e volle richiamarlo a sé, e con aria minaccevole gli intimò: “Biagio, vuoi adorare gli dèi oppure perire nei maggiori tormenti?”. E il Santo: “Periscano tutti gli dèi, che non hanno creato né il cielo né la terra! E sappi che le tue croci minacciate mi saranno mezzi per arrivare alla vita eterna”. Veduta la costanza del Santo, Agricolao lo fece sospendere ad una trave e con pettini e unghie di ferro gli fece staccare la carne a brandelli; nell'atrocissimo tormento, il santo vescovo esultava in Dio e Lo benediceva con imperturbabile pazienza. Quando i carnefici si furono stancati di infierire contro il santo Martire, per ordine del tiranno lo ricondussero alla prigione. Durante il tragitto, sette devote donne, vedendo cadere a terra le gocce di sangue del Santo, le raccolsero con le mani per ungersi con quel prezioso liquido. Giunto al carcere, quella buona donna che aveva ottenuto dal Santo la restituzione del maiale dalle fauci del lupo, pensando allo sfinimento di Biagio per il martirio sofferto, uccise l'animale e ne arrostì una porzione, e assieme con della frutta lo portò alla prigione perché il Martire ne mangiasse. Il Santo ringraziò, ne mangiò una porzione, e le diede la benedizione dicendo: “O donna, sappi che per la tua carità usatami, Dio feliciterà la tua casa con 1'abbondanza di tutti i beni; e se taluno in avvenire del tuo esempio seguace si ricorderà di me con l’offerta di qualche dono, ne avrà egli il premio nel cielo, e la benedizione di Dio sopra la terra in tutti i giorni della sua vita”. Per la qual promessa, tutta allegra e festante se ne ritornò a casa glorificando e benedicendo il Signore.

Intanto, quelle sette devote donne che avevano raccolto il sangue sparso dal santo Martire, furono spiate e così, per ordine del presidente, furono tutte arrestate. Il primo discorso che fece loro Agricolao fu d’invitarle a sacrificare agli dèi, ma esse gli risposero: “Se tu brami che crediamo, e sacrifichiamo ai tuoi dèi, andiamo sulla sponda del lago, e poni gli dèi dentro un sacco sigillalo col piombo, e lavandoci il volto nell'acqua del lago, adoreremo i tuoi numi”.

Lieto, il governatore fece preparare quanto le donne richiedevano, e giunte alla sponda prendendo in mano gli dèi, li gettarono tutti nel profondo del lago. A questo fatto si percosse con le mani come un disperato Agricolao, e sgridando i ministri perché avevano permesso un così grande scandalo, essi risposero che le donne li avevano ingannati. “No, non è vero, replicarono le donne, il Dio vero non può essere ingannato, ma bensì i legni, le pietre, l'oro, l’argento, e tutti coloro che confidano in essi s’ingannano.”. Pieno di furore, Agricolao le fece scorticare con pettini di ferro, le gettò dentro una fornace accesa, ma ne uscirono intatte; le fece precipitare nel lago, ma sane ritornarono alla sponda; finché, non sapendo più cosa fare, ordinò che fossero decapitate, e gloriose per la fede in Cristo volarono in Cielo.

San Biagio le seguì presto. Pieno di vergogna e d'ira per vedersi sempre vinto, Agricolao ritornò a tentare la fede del Martire, ma invano: lo condannò ad essere sommerso nel lago, dove stavano ormai sepolti gli dèi. Giunto alla sponda, il santo vescovo si segnò col Segno di Croce e, con fare deciso, iniziò a camminare sopra le acque come fossero un duro terreno; giunto nel mezzo del lago, si sedette, ed invitò quei pagani stupefatti ad invocare i loro dèi e fare lo stesso. Alcuni furono tanto insensati che, volendo fare il tentativo, annegarono. Ad un certo punto, si sentì dal Cielo una voce, che disse: “Esci fuori, Biagio, dal lago, e vai a ricevere la corona a te preparata”. A queste parole, alzandosi, il Santo camminò sopra le onde e tornò sulla sponda, circondato da una viva luce. Furibondo per le perdite dei suoi uomini, Agricolao ordinò che fosse decapitato. Così, Biagio tutto gioioso se ne uscì dalla città per raggiungere il premio delle sue vittorie. Fece una lunga preghiera al Signore, e quando la finì si udì nuovamente la voce, che certificò le promesse fatte a favore di tutti coloro che sarebbero ricorsi alla sua protezione nei loro bisogni e mali. Fu decapitato nel 288. il suo corpo fu seppellito nel luogo stesso da una devota donna di nome Elissa, e tale luogo divenne celebre a tutto il mondo per i numerosissimi prodigi che quotidianamente si operano a gloria di Dio e del nostro Santo.

Riflessioni

La devozione verso san Biagio, e il suo culto è molto diffuso nella chiesa di Dio. I greci ne fanno la festa, e alcune diocesi la celebrano come festa di precetto. La repubblica di Ragusa lo ha eletto per principale protettore della sua chiesa, e di tutto lo stato, e ne celebrano la festa ogni anno per quattro giorni. Altre città lo hanno preso per loro protettore. Si vedono molte chiese nelle città, nei castelli, nelle terre e ville dedicate ad onore del Santo. Le grazie che si ricevono per la sua intercessione, e specialmente per il mal di gola, per le malattie dei fanciulli e del bestiame, hanno contribuito ad estenderne la devozione; per questo motivo le sacre reliquie di san Biagio sono sparse per il mondo cattolico a causa della premura grande che hanno i fedeli di possederne una porzione.

Aezio, medico antico di Grecia, fra i rimedi che insegna per il mal di gola, mette in evidenza la devozione verso san Biagio come un rimedio pronto ed efficace: il che fa vedere quanto antica sia nella Chiesa la devozione vero questo Santo, e quanto si possano affidare i suoi devoti, qualora con vera fiducia ricorrano alla protezione dell'illustre vescovo e martire S.Biagio.

Quanti fra i cristiani ricorrono a questo Santo, visitano la sua chiesa, digiunano la vigilia della sua festa per ottenere o la liberazione da qualche malore, o la preservazione da qualche infermità! Ma quanto pochi sono quelli che ricorrono all'intercessione del santo Martire per impetrare l'amore verso Dio, la pazienza nei travagli, l'amore verso il prossimo! Angustiati da qualche pena corporale ci ricordiamo della protezione dei Santi, facendo loro voti e preghiere; invece, oppressi dal peso enorme dei nostri peccati, stiamo nell'indifferenza, lasciando passare le settimane, i mesi, perfino gli anni senza porgere una sincera preghiera a Dio ed ai Santi per la guarigione della nostra anima. Che insensatezza è mai questa! Lasceremo languire la nostra povera anima nelle miserie del peccato, o ne avremo la massima cura? Poiché dalla salute dell'anima e non del corpo dipende la nostra salvezza eterna!


Veronica Tribbia