Home / Archivio articoli ex sezione "Attualità" / Archivio anno 2015 / La speranza è più forte del dolore

La speranza è più forte del dolore

È purtroppo successo innumerevoli volte, nella storia cristiana, che il volto terreno della diletta Sposa di Cristo venisse imbrattato dai peccati dei suoi figli o sfigurato da sciagurate divisioni dovute ad eresie, incomprensioni o conflitti di natura più politica che religiosa. È altresì accaduto a più riprese che i suoi nemici esterni devastassero la vigna del Signore, da lui pur custodita e coltivata con amore geloso. Ogni volta, però, lo Spirito Santo suscitava nuovi araldi dell’Evangelo, eroi della carità o patriarchi di famiglie consacrate alla conquista del mondo al Regno di Dio, ardenti di zelo per la salvezza del mondo stesso e il suo benessere temporale ed eterno. Così la Provvidenza traeva dai mali umani beni maggiori, di cui avrebbero goduto i secoli a venire.

L’Avversario di sempre, ormai esaurite tutte le sue risorse ordinarie, teneva in serbo per il nostro tempo l’arma letale, quella progettata per la “soluzione finale”, per usare un’espressione del suo ambiente. Non che egli non sappia bene che la Chiesa non potrà mai essere distrutta, visto che la sua intima natura è soprannaturale; ma gli rimane pur sempre la discreta soddisfazione di impedire al maggior numero possibile di anime di raggiungere il proprio fine, trascinandole con sé nel fuoco eterno. Ecco allora che, dopo aver più volte provato invano a provocare la rovina del Popolo santo sia dall’esterno che dall’interno, ha escogitato il modo di portarlo globalmente fuori strada mediante insegnamenti e discorsi illuminati miranti all’apertura e al rinnovamento…

Il loro risultato, oggi, è una completa ignoranza della verità rivelata e delle esigenze morali che ne derivano nella stragrande maggioranza dei battezzati, incitati a sfrenato lassismo e ferocemente refrattari ad ogni tentativo di ricondurli sulla via retta per il loro stesso bene. Essi sono ormai impermeabili, anzi, a qualsiasi riferimento alla trascendenza e all’assoluto: «Diteci cose piacevoli, profetateci illusioni… toglieteci dalla vista il Santo d’Israele» (Is 30, 10-11). Al giorno d’oggi nessuno commette più peccati, ma non perché siamo all’avvento del Regno, bensì perché nessuno riconosce più alcuna istanza superiore al suo giudizio soggettivo né sa che dovrà immancabilmente presentarsi al giudizio di un Altro – il quale, in ogni caso, perdona sempre e comunque, anche chi non è pentito… Il Corpo mistico militante, adesso, non è semplicemente attaccato da un virus, è capillarmente invaso da un cancro.

Non era mai successo, del resto, che l’empietà e la depravazione fossero apertamente difese e propagandate dai Pastori, di ogni ordine e grado, ai quali Cristo ha affidato il suo gregge. La situazione attuale non si configura più come un’eresia o uno scisma qualsiasi, poiché tali fattispecie suppongono una presa di posizione da parte della Chiesa docente e un distacco esplicito dei ribelli dal suo Corpo visibile. Questa volta l’eresia (se non formale, di certo materiale) è inculcata proprio dalla Chiesa docente dal vertice in giù e buona parte del Corpo visibile la tracanna ormai ammaliata… Chi non vi aderisce incondizionatamente si vede rigettato senza misericordia e, se osa azzardare anche un’ombra di perplessità, viene bollato come un mostro di cattiveria e di durezza, insensibile alle ingiuste sofferenze dei poveri peccatori che vogliono perseverare nel peccato, ma si vedono emarginati dal fariseismo dei giusti secondo la legge.

Certo, ci sono voluti decenni per arrivare a un simile, inaudito capovolgimento, ma ci si è arrivati… L’anima di chi, per grazia di Dio, nella deriva generale ha conservato la retta fede, urla di dolore a questo devastante spettacolo, soprattutto per il sentimento di impotenza di fronte al rischio che innumerevoli anime si perdano per l’eternità. La nuda fede delle notti spirituali (una così, però, non l’ha conosciuta neanche san Giovanni della Croce) gli assicura nondimeno che tutto questo è permesso dall’alto per il trionfo definitivo della verità e del bene. Ma come avverrà questo trionfo? Per mezzo di chi e con quali strumenti? La medesima nuda fede fa scoccare un’umile scintilla di comprensione del piano divino, un’intuizione che può forse sconvolgere chi è abituato a navigazioni di piccolo cabotaggio e non ha mai affrontato il mare aperto con le sue formidabili tempeste, ma che proprio per questo sa di soprannaturale…

Cristo stesso ha preannunciato, in preparazione alla fine dei tempi, una “grande tribolazione” quale mai si sarebbe verificata prima e che sarebbe stata abbreviata “a causa degli eletti” (cf. Mt 24, 21-22). Ecco la cura divina alla malattia umanamente inguaribile: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio» (cf. Mt 19, 26). La famosa “chiesa rinnovata”, ridotta ad associazione benefica di un umanesimo progressista prono al mondo e ispirata da poche – per di più vaghe e confuse – idee di tolleranza e dialogo (ma retta col bastone inflessibile del dogma assoluto: «Tutto per tutti»)… potrà forse sopportare la terribile persecuzione annunciata dal Giudice divino della storia? Non ne verrà piuttosto spazzata via in un colpo solo? Non soccomberà forse all’odio di quel medesimo Avversario che, dopo essersene servito per i suoi scopi, se ne sbarazzerà con una zampata – proprio come i regimi totalitari, sue creature, fanno abitualmente con il clero collaborazionista?

Il Signore, dal canto suo, si è riservato un resto santo: «Io mi sono risparmiato in Israele settemila persone, quanti non hanno piegato le ginocchia a Baal» (1 Re 19, 18), al “signore” del mondialismo e della sua nuova religione. Questo “resto” (simbolicamente contato con il numero perfetto moltiplicato per mille, cifra indicante moltitudine) sarà ciò che rimarrà dopo la catastrofe, formato da coloro che saranno stati in grado di resistervi perché preservati da Dio grazie alla loro fede pura e alla loro condotta santa. La speranza teologale, che supera le capacità umane, ci fa desiderare con tutte le forze, per i meriti dei cristiani attualmente stritolati dall’Islam (dei quali non interessa nulla quasi a nessuno, nemmeno nella Chiesa), di poter essere un giorno contati in quel resto, ben consapevoli che questo, d’altronde, dipende anche dal nostro impegno odierno e dalla nostra attiva corrispondenza alla grazia, che deve essere continua e indefettibile.

Ovviamente, non stiamo pensando solo a noi stessi: la salvezza non è per gli egoisti. Nella nostra stessa fedeltà all’unico Vangelo (che non è una bella teoria né un ideale astratto), non potremo fare a meno di attirare, con la parola, con lo scritto e con l’esempio, quanti più fratelli possibile sulla via della vera redenzione, strappandoli al fuoco con quell’autentica carità che è dono di Dio e si fonda sull’eterna verità da Lui rivelata agli uomini. «Tornerà il resto, il resto di Giacobbe, al Dio forte» (Is 10, 21). Allora, finalmente, il suo Regno sarà instaurato sulla terra per tutti i figli di Colei che l’ha generato nella persona stessa del Verbo incarnato. Consacrandoci al suo Cuore immacolato, siamo sicuri di essere da Lei custoditi nella fede e nella santità.

 

G.G.