www.corsiadeiservi.it
www.corsiadeiservi.it37. Una casa volutamente senza figli, è una disgrazia per la quale l’uomo non solo può essere commisurato, ma condannato come un egoista e un vile!
Non vi è infelicità maggiore di quella riservata agli sposi, che cedendo al vile timore delle sante fatiche che i figli comportano, con scaltrezza fraudolenta ed iniqua, eludono le leggi della natura, turbano l’ordine da Dio medesimo stabilito, e ridendosi della immensa responsabilità, respingono lungi da sé, verso il nulla, le nobili creature, le anime belle che essi dovrebbero offrire al cielo, come il frutto della sua benedizione.
Quale desolazione nella casa senza figli! Essa è un nido senza nati, un giardino senza fiori, una pianta senza frutti, un alveare senza api; è il regno triste dell’egoismo, della passione, della viltà, della morte. Essa rimane una cooperativa per i pasti, un volgare luogo per la soddisfazione degli istinti e nulla più!
La casa senza bambini è un fiore senza frutto destinato irreparabilmente ad avvizzire, perché i figli sono i frutti della vita, la gioia della esistenza umana. Sono essi che rallegrano la famiglia, come i fiori le aiuole dei campi, essi che addolciscono con le loro voci argentine la malinconia della casa silenziosa, portando col loro gaio chiacchierio la dolcezza e il conforto nei cuori provati dalla sventura. Sono essi che rasserenano, purificano le anime, con la dolcezza che spira dai loro occhi, nei quali si riflette il cielo.
Nella casa senza figli, con la malinconia della solitudine per tutta la vita, si delinea lo spettro terribile di una vecchiaia senza conforto, senza sostegno. Dopo una esistenza inutile, vuota di ogni valore sociale e morale, sarà la fine irreparabile.
Ove poi la mancanza di figli è frutto di peccato, perché si è profanata e sviata maliziosamente la funzione procreatrice, e si sono violati i sacri diritti di natura, scavando delle tombe per non popolare delle culle, con l’inquietudine del rimorso c’è la desolazione, il castigo di Dio (pagg. 92,93).
38. Per proteggere e difendere il fine altissimo della famiglia: “crescere e moltiplicare la vita”, Iddio diede a tutti gli uomini un comandamento grave: “Non uccidere!”.
Il comandamento non protegge solo l’esistenza dei viventi, ma si estende anche alla vita che sta per sbocciare, protegge il fiorire della vita. È quindi delitto sia sopprimere la vita tra la concezione e la nascita, sia uccidere nell’atto di nascere, sia impedire la concezione.
Si deve tener presente:
1) che il “bambino”, anche non ancora nato (cioè allo stato “embrionale”) è “uomo” allo stesso grado e allo stesso titolo che la madre;
2) che ogni essere umano, anche il bambino nel seno materno, riceve il diritto alla vita “immediatamente” da Dio, non dai genitori né da qualsiasi società o autorità umana;
3) che l’uomo, per ciò che riguarda il suo essere e la sua essenza, è stato creato per Iddio e non per alcuna creatura, sebbene quanto al suo operare sia obbligato anche verso la comunità;
4) che la vita di un innocente è intangibile e qualunque “diretto” attentato o aggressione contro di essa è violazione di una delle leggi fondamentali senza le quali non è possibile una sicura convivenza umana.
È più colpevole chi toglie o chi impedisce la vita? Tertulliano, grande apologista, scrive: “Impedire la nascita non è altro che accelerare l’omicidio. È già uomo anche quello che deve nascere; nel seme è già il frutto intero”.
Per questo i genitori dalle cui mani, spesso signorilmente inguantate e delicatamente profumate, gronda invisibile il sangue dei bimbi respinti o soppressi, prima che la luce dorata del sole baciasse le loro pupille, chiamano sopra di sé l’infamia e la maledizione toccata ad Erode, che sacrificò per timore e per gelosia gli Innocenti di Betlemme.
Quale peccato quello di Erode! Quale mostruosa colpa la soppressione delle vite in fiore, da lui voluta per il miserabile preteso della sua tranquillità e della sua egoistica sicurezza! (pagg. 94,95).
39. Erode è morto da venti secoli; resta l’infamia del suo delitto e la maledizione della sua memoria, ma il suo peccato non cessa di rinnovarsi.
Il delitto odierno contro la vita sorpassa senza limiti le proporzioni dell’infanticidio erodiano. Sorpassa il massacro per il numero delle vittime, per le perversità, con il cinismo con cui viene compiuto. Erode non era padre dei piccoli di cui ordinò la morte, oggi sono i genitori stessi che sopprimono la vita del figlio. Quanti fanciulli soppressi, respinti, nel segreto della famiglia, che Dio chiamava alla vita, e che per la perversità e l’egoismo umano non avranno mai l’esistenza.
Quante vite in fiore divelte, stroncate, uccise per sempre, come i boccioli dalla tempesta, per salvare le apparenze, il buon nome, la posizione, per non avere seccature!
In molte famiglie vi sono più tombe senza croce che culle! Perché le donne sopportano più facilmente e preferiscono la radio, con le sue musiche sincopate, l’abbaiare di un cane pechinese, il miagolio di un gattino, che il vagito di un bambino! Questo dà sui nervi!
Nella società moderna questo peccato non solo è ammesso, ma le madri talvolta lo insegnano alle loro figlie quale necessaria precauzione nel matrimonio, per non divenire delle “sacrificate”. Ma la paura del figlio è il fallimento dell’idea cristiana e il trionfo del paganesimo e del materialismo.
Tutti i nuovi Epuloni del nostro secolo, che non sopportano neppure l’idea che un piccolo, un innocente possa venire alla loro mensa e chiedere un boccone di pane e una goccia di vino, che non permettono che un altro, , sia pure del loro sangue, possa occupare un posto intorno al loro focolare, devono riflettere alla condanna, al marchio infame con cui fu segnato in fronte Caino, maledetto da Dio perché aveva ucciso il fratello: “La voce del tuo fratello grida a me vendetta dalla terra. Da questo momento tu sei maledetto”.
Dal giorno del suo delitto, l’infelice fratricida non ebbe più pace. Solo, disperato, andò errante sulla terra cercando ove riposare le membra stanche, affaticate, ma ovunque, sulle sabbie infuocate dei deserti, in riva al mare, nelle oscure caverne dei monti, il gemito del fratello ucciso e la voce della maledizione di Dio lo perseguitavano. Ogni stormir di foglie, ogni sbattere d’ombra gli pareva gridasse la sua colpa: “tu hai ucciso il fratello!”. Quale più tremendo castigo, quale più disperato rimorso, avranno un padre, una madre che sopprimono non un fratello, ma un figlio?
Chi può far tacere la voce del sangue, il grido delle vite respinte, per un cinico egoismo personale?
Fitte e pesanti tenebre avvolgono queste anime; per esse non vi è più pace né riposo né vita coniugale felice e pacifica. Per esse resta soltanto la continua lotta e il continuo rimorso!
E’ meglio avere tanti figli nella culla che averne uno solo sulla coscienza! (pagg. 95,96,97).
40. In troppe famiglie “moderne”, la parola d’ordine dopo uno o al più due figli è di usare “riguardi”, di avere “precauzioni”, per evitare un nuovo temibile concepimento.
E’ vero che le cifre assolute del “movimento” naturale della nostra popolazione crescono; ma questo è dovuto a un sensibile prolungamento della vita umana e della diminuita mortalità, poiché il “coefficiente della natalità”, ossia la media annuale dei nati per mille abitanti, decresce da molti anni.
Tutti conosciamo le scuse, i pretesti addotti per legittimare una condotta che la coscienza di ognuno riprova e condanna.
Già Pio XI nella sua Enciclica sul Matrimonio, per risolvere ogni questione in radice, scriveva: “Non vi può essere ragione alcuna, sia pure gravissima, che valga a rendere conforma a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura. E poiché l’atto del coniugio è di sua natura diretto alla generazione della prole, coloro che nell’usarne lo rendono studiosamente incapace di questa conseguenza, operano contro natura e compiono una azione turpe e intrinsecamente disonesta”.
Conviene tuttavia soppesare imparzialmente le ragioni spesso ripetute a viso aperto per attenuare o legittimare abitudini turpi e delittuose.
La prima ragione, sempre pronta, è il “disagio economico”, il nostro sempre crescente della vita.
E’ opinione comune che nell’attuale clima sociale, non si possa nemmeno pensare a famiglie numerose. L’opinione è così profonda, che trattandosi in conversazione di genitori che abbiano una nidiata di figliuoli, tutti si interrogano sino alla compassione, né più né meno che si trattasse di poveri mentecatti o di disgraziati!
Non vi è nulla di meglio, di liquidare una tesi prima di discuterla, che opporre l’evidenza immediata, inoppugnabile di un fatto contrario. Contro questa falsa opinione, sta il “fatto” che le famiglie numerose non mancano anche tra la classe operaia e degli impiegati e queste famiglie non sono le più infelici.
Se ci sono, è segno che ci possono stare anche con le esigenze della vita moderna.
Del resto, il disagio economico delle famiglie numerose non è più frequente di quello che si avverte nelle famiglie dove vive la dosatura minima dei figli. E’ transeunte, perché si limita all’età dell’infanzia; è indipendente nella maggior parte dei casi dal fatto della prole numerosa, perché è dovuto a coincidenze fortuite, come malattie, disoccupazioni o a coincidenze volontarie, come il difetto di previdenza.
Con sicura coscienza, si può affermare che la paura dei figli non trae la sua origine dalla questione economica.
Non è certo possibile escludere in forma assoluta dal complesso fenomeno della denatalità, gli elementi economico-finanziari. in casi particolari essi hanno il loro valore, ma non sono la causa preponderante, non sono i fattori decisivi del delitto moderno che Tertulliano chiamava “omicidio anticipato”. In questo campo la loro forza sarebbe ben tenue, o addirittura nulla, se non fosse avvalorata da cause morali (pagg. 98,99,100).
41. I popoli e le famiglie feconde sono ordinariamente i popoli e le famiglie di condizioni modeste e lavoratrici.
Non propriamente la povertà genera il triste spettacolo delle culle vuote e confinate in soffitta, ma la corruzione morale, generatrice di una vita facile che porta con sé l’assillante e sfrenata ricerca di una libertà, di un’agiatezza, di un tenore di vita superiore alla proprie possibilità. La frenesia dell’automobile, della villeggiatura prolungata, delle gite in campagna o al mare, degli allegri conviti con un ricco assortimento di spumanti, dei vestiti eleganti all’ultima moda, degli appartamenti comodi e lussuosi, sono purtroppo la frequente causa delle culle vuote.
Confermano questa verità le cifre sempre controllabili del settore del fumo e dei divertimenti. Ogni anno si spendono per il fumo una marea di miliardi sempre crescente! Sono ormai trecento miliardi all’anno che si spendono in fumo, solo in Italia! Quanti in tutto il mondo? Altri novanta miliardi si spendono in un anno per i divertimenti.
Vi sono individui che giudicano poveri mentecatti quelli che si affaticano per i figli, ed essi profondono somme vistose per delle mantenute! Altri rifiutano nei preventivi dei loro conti le passività dei figli, perché insostenibili, ma trovano sempre un margine per le spese di lusso e di piacere, quando pur non trovano il necessario per canini norvegesi, giapponesi, o per gatti pechinesi.
Non si nega che una sobria eleganza, insieme a una certa comodità, debba essere in tutte le case, anche in quelle degli operai. Ma quando entrando in certe dimore, in contrasto con la miseria dei locali, si trovano mobili di lusso, specchiere, addobbi, tappeti, lavabo di marmo, con una teoria di vasetti e bocchette ripiene di cosmetici e profumi, e non si incontrano i bimbi che della casa sono i mobili veri, più eleganti e più squisiti, si comprende che la povertà, la ragione finanziaria è un pretesto.
Con certi sistemi fondati su una concezione edonistica e materialistica della vita, anche prescindendo dalla crisi, non restano per i bimbi né quattrini né possibilità materiali. Con il pretesto di una vita comoda, agiata, tutto è assorbito e ingoiato dall’egoismo sfacciato. Troppi sposi ripetono volentieri le parole di Luigi XV, re di Francia: “dopo di me il diluvio”.
Sono vittime di una concezione errata, quelli che pensano di migliorare le condizioni materiali della propria vita limitando la natalità, e le spese che comporta in genere per una famiglia la figliolanza numerosa.
Un celebre scrittore, contro coloro che vorrebbero salvare la società con la lotta alle culle, scrive: “Eccovi dieci fanciulli che hanno bisogno ciascuno di un cappello mentre di cappelli disponibili non se ne hanno che otto. Un uomo di qualche buon senso non troverebbe impossibile farne altri due e incoraggiare a promuovere l’industria dei cappelli. Lo spirito moderno pensa diversamente e propone di recidere la testa a due fanciulli e così il numero dei cappelli sarà sufficiente”.
Non bisogna mai temere che vi siano troppi individui, troppi cittadini, dal momento che non vi è ricchezza né forza che non provenga dagli uomini.
La storia dimostra sino all’evidenza, che le popolazioni meno dense non sono le più prospere.
I figli sono per la famiglia anche un bene economico, un capitale prezioso (pagg. 100,101,102).
42. Agli egoisti seguono i libertini.
Bramosi di libertà sconfinata, anche questi sentono la fobia delle culle. Concepita la vita soltanto in funzione del piacere, essi ordinano tutte le loro energie a questo fine. E dal momento che una famiglia numerosa, secondo le loro corte previsioni materialistiche, potrebbe limitare le possibilità di benessere, di indipendenza e di piacere, sopprimono le vite!
Ma la concezione umana e cristiana della vita è profondamente diversa. Essa tiene in onore la famiglia, non quale mezzo per avere la tavola assicurata, per disporre di molto denaro, per divertirsi quanto più è possibile, per non essere molestati da nulla e da nessuno, ma solo in quanto realizza per il benessere sociale e per il fine immortale la missione affidata dal Creatore: “Crescete e moltiplicatevi”.
Per giustificare una vita tutta protesa nella ricerca di divertimenti e di forti sensazioni, molti spesso avanzano delle scuse “colorate di una certa qual tinta scientifica”.
Pio XI nella sua enciclica “Casti connubi” levava la voce ammonitrice ricordando: “Che non mancano libri che si decantano come scientifici, ma che in verità, della scienza sovente altro non hanno che una certa qual tintura, con l’intento di potersi più agevolmente insinuare negli animi.
Le dottrine in essi difese, si spacciano quali meraviglie dell’ingegno moderno, che si vanta di essersi emancipato da tutti i vecchi pregiudizi, tra i quali annovera e bandisce anche la dottrina tradizionale cristiana del Matrimonio. Anzi tali massime si fanno penetrare tra ogni condizione di persone: ricchi e poveri, operai e padroni, dotti e ignoranti, liberi e coniugati, credenti e nemici di Dio, adulti e giovani. A questi soprattutto, come a più facile preda si tendono i lacci più pericolosi”.
Tra le più ordinarie scuse a tinte scientifiche, invocate da quanti cercano maliziosamente di eludere i gravi doveri del Matrimonio, possiamo ricordare la salute della madre e dei figli, e il rischio della vita.
“La maternità e il dovere di nutrire che essa importa, logora l’organismo, mina la salute, abbrevia la vita, invecchia precocemente e soprattutto porta con sé il rischio per la vita della madre. Lo prova il fatto che non sono poche le donne che soccombono per la maternità”.
Sono queste le voci dei libertini, rafforzate ed accreditate da foglietti e da opuscoli scritti da uomini incoscienti.
La salute della donna madre, costituisce certo un motivo di rispetto. È però ragionevole il dubbio che l’atto pratico esageri. Il parto è un fenomeno fisiologico, e appunto per questo si svolge nella grandissima maggioranza dei casi in modo piano e felice, sia per la madre che per il nascituro.
I parti difficili e complicati rappresentano una eccezione, e oggi l’esperienza dimostra come i progressi dell’arte ostetrica rendano pressoché ingiustificato ogni timore.
Ma quando una donna dovesse soffrire e morire per causa della maternità, si potrà forse per questo sviare , profanare la sacra funzione procreatrice, peggio sopprimere la vita già concepita? No certamente. Ciò sarebbe contro il comandamento di Dio e la voce stessa della natura (pagg. 103, 104,105).
43. “Nessuna ragione potrà mai aver forza a rendere scusabile la diretta uccisione dell’innocente. Sia che essa si infligga alla madre, sia che si cagioni alla prole, è sempre contro il comandamento di Dio e la voce stessa della natura: Non ammazzare”.
Su questa delicata e grave questione morale e sociale ha levato la voce anche Pio XII, l’ “Angelo della Famiglia”.
1) L’uccisione diretta del bambino, voluta come fine a se stessa, o come mezzo per un altro fine, sia pure nobilissimo, come quello di salvare la vita della madre, è intrinsecamente illecita, e per conseguenza non potrà mai, per nessuna ragione e per nessun motivo, praticarsi, senza commettere una grave colpa”.
Quindi è chiaro che “non vi è nessun uomo, nessuna autorità umana, nessuna scienza, nessuna “indicazione” medica, eugenetica, sociale, economica, morale che possa esibire o dare un valido titolo giuridico per una diretta, deliberata disposizione sopra una vita umana innocente”.
2) “Nella triste tragica evenienza che la vita della madre e quella del bambino, che ella porta in seno, fossero in pericolo.
a) deve ritenersi ugualmente illecita e per lo stesso titolo l’uccisione diretta della madre per salvare il bambino, e l’uccisione diretta del bambino per salvare la madre; devono invece ritenersi lecite tutte quelle cure e quegli interventi che mirano a salvare contemporaneamente e la madre e il bambino;
b) deve ritenersi lecita ogni cura o intervento sulla madre che miri a togliere questa dal pericolo senza aggredire direttamente il feto, anche se questi dovrà subire danno mortale, il quale se dovesse seguire, non sarà l’effetto della cura ordinata alla guarigione della madre ma una conseguenza dovuta ad altre cause”.
Il vero concetto umano e cristiano della vita è quello che insegna a restare fedeli alle leggi inviolabili di Dio, anche quando la loro osservanza richieda eroismo.
“Ma – si obietta – la vita della madre, principalmente di una madre di numerosa famiglia, è di un pregio incomparabilmente superiore a quella di un bambino non ancora nato”. La risposta a questa tormentosa obiezione non è difficile. L’inviolabilità della vita di un innocente non dipende dal suo maggiore o minore valore. Già da oltre dieci anni la Chiesa ha formalmente condannato la uccisione della vira stimata “senza valore”; e chi conosce i tristi antecedenti che provocarono tale condanna, chi sa ponderare le funeste conseguenze a cui si giungerebbe se si volesse misurare l’intangibilità della vita innocente secondo il suo valore, ben sa apprezzare i motivi che hanno condotto a quella disposizione. Del resto, chi può giudicare con certezza quali delle due vite è in realtà più preziosa? Chi può sapere quale sentiero seguirà quel bambino e a quale altezza di opere e di perfezione esso potrà giungere? Si paragonano qui due grandezze, di una delle quali nulla si conosce.
La vita dell’uomo è una battaglia, è quindi naturale che abbia con sé in qualche momento il rischio e il sacrificio (pagg. 105,106,107).
44. Come si esige da un soldato, da un medico, da un sacerdote il sacrificio anche della vita per la fedeltà al suo dovere, così si può chiedere altrettanto a una madre, la cui gloria e la cui missione sta proprio nella maternità. Come la Religione, la Patria, la scienza e la carità hanno il fulgido albo degli eroi, così il sacro dovere della maternità ha le sue vittime e le sue eroine, innanzi alle quali gli uomini, compresi di profonda ammirazione e venerazione, si inchinano, e il Paradiso apre la porta per accoglierle.
“Chi non sarebbe preso di ammirazione somma, scriveva Pio XI, a vedere una madre esporsi con fortezza eroica a morte quasi certa, pur di risparmiare la vita alla prole già concepita? Tutto ciò che ella avrà sofferto per adempiere perfettamente l’ufficio che la natura le affidò, solo Dio ricchissimo e infinitamente misericordioso potrà a lei retribuirlo, e senza dubbio darà non solo la misura colma, ma anche sovrabbondante”.
La Venerabile Maria Cristina di Savoia, regina delle due Sicilie, chiamata dal popolo angelo di bontà, morì giovanissima nel dare alla luce l’unigenito sospirato.
Al regale consorte, che si scioglieva in lacrime, diceva: “Consolati, Ferdinando, ti lascio un erede: cresciuto, ricordagli che io sono morta per dargli la vita e fa che sia degno della sua mamma”.
Le scuse poi della dispersione delle energie, del logorio dell’organismo femminile, non solo accusano una concezione egoistica e materialistica della vita, ma anche un ricco patrimonio di ignoranza e di preconcetti.
La maternità per sé, è sorgente di sanità e di longevità, perché attua il pieno sviluppo di un organismo che la natura ha preparato a questo fine; essa mette in esercizio gli organi e le energie che Dio ha messo nella donna per continuare l’opera costruttrice di essere nuovi.
Sono quindi infondati i timori di danni fisiologici e di menomazioni estetiche per la maternità. Lo prova indirettamente il fatto che tutti i nostri migliori artisti, nelle loro opere, presero sempre come tipo ideale della donna perfetta, la donna madre, e che nelle famiglie numerose, i figli godono in generale migliore salute e maggiore robustezza che i tradizionali rampolli (pagg. 107,108,109).
45. Non propriamente la maternità e la paternità, ma i vizi contro natura danneggiano la salute, compromettono la famiglia rovinando le sorgenti stesse della vita e seminano la morte.
I mali con cui la natura colpisce il libertinaggio spesso non perdonano. Essi non avvelenano solo il sangue dell’individuo ma ne flagellano i figli, rendono deformi i corpi dei figli, annientano la discendenza, infestano la società. Si tratta di crudeli malattie, che ugualmente colpiscono colpevoli e innocenti e che possono ledere qualsiasi organo e qualsiasi sistema, dal tegumento cutaneo ai muscoli, dal cervello al polmone, dal midollo alle unghie, avvelenando quindi non solo la vita fisica, ma infirmando quella spirituale della mente, della volontà, del sentimento.
Testimoniano e confermano la dura verità di queste affermazioni le molte giovani donne, cui una tremenda infezione avvelena la vita di madri e di spose, nega ogni possibilità di costruire una famiglia e amareggia ogni bacio, e la moltitudine di creaturine innocenti, venute alla luce piagate nelle carni, rattrappite come mostriciattoli, per le quali la vita non avrà sorrisi ma lacrime, e alle quali i genitori guarderanno con più rimorso che compassione.
Il prof. Pende scriveva: “Non è vero che il corpo della donna senza figli si conservi più bello, più sano e più a lungo di quello della donna madre. Sono ormai ben note e di osservazione frequente le deformazioni ostetriche, e noi medici conosciamo le alterazioni morbose più o meno latenti, che presenta l’organismo della donna, la quale rimane forzatamente nubile.
Non la giovinezza persistente del corpo e dello spirito, come la donna si illude di poter ottenere con la limitazione antinaturale della fecondità; bensì una senescenza o flaccidità precoce del viso e dei tegumenti, espressione immediata della insufficienza ovarica, e uno squilibrio del sistema nervoso e della psiche”.
La natura oltraggiata si vendica da pari suo colpendo nel modo più spietato i suoi profanatori. Il pubblico in genere immagina volentieri che interrompere una gravidanza sia un intervento normale, una operazione da nulla, priva di ogni conseguenza per l’organismo femminile. La verità documentata dalle statistiche è molto diversa.
Le statistiche accertano che la mortalità per procurati aborti è sette volte superiore a quella dei parti normali. Oggi nessuna malattia, neppure la tubercolosi, sacrifica tante vite umane quante l’aborto criminale.
Ma per completare il quadro delle funeste conseguenze dovute alle manovre abortive, si devono aggiungere umilianti malattie, gravi infezioni, lesioni ed emorragie interne (pagg. 109,110,111).
46. Non meno funeste e umilianti sono le conseguenze delle pratiche onaniste.
Oltre le deleterie ripercussioni sulla famiglia, esse originano nella donna disturbi della sfera sessuale, a volte gravi malattie dei genitali, e particolarmente infezioni all’utero. Tali infezioni possono estendersi ad altri organi vicini, possono propagarsi nella cavità addominale, possono penetrare nel sangue ed arrecare la morte.
Ormai non si contano più i casi di morte dovuti ai pessari antifecondativi.
Le eccitazioni poi provocate nell’organismo da incontinenza sessuale, tanto più sono vive e frequenti e tanto più sono generatrici di mali. Esse provocano la citologi o disgregazione degli elementi organici delle ghiandole seminali e portano come conseguenza la prostrazione del sistema nervoso. Questa prostrazione indebolisce immediatamente il funzionamento di tutti gli organi, perché tutti sono dipendenti in modo vitale dai centri nervosi.
Per questo, stretta con l’organismo, che importa ripetuti abusi delle facoltà genetiche, è sempre una debilitazione generale del corpo, spesso il dimagrimento, l’amnesia, disturbi nevropatici, nevralgie, paralisi, palpitazioni di cuore, stitichezza, sterilità, impotenza, e qualche volta la morte repentina per apoplessia.
Ai danni personali si devono unire i mali che la severa legge dell’ereditarietà carica sulle spalle dei figli. Le colpe che rovinano le sorgenti della vita, trasformano molte volte le famiglie sul piano morale in una casa di corruzione; sul piano fisico in un ospizio o in una casa di cura.
Come è terribile pensare che dei genitori siano i carnefici dei loro figli!
Certo, non sempre la causa dei bimbi deboli e malaticci sono le imprudenze paterne e materne. Dio per i suoi fini altissimi può permettere anche in una famiglia buona, nella quale i genitori han sempre fatto il oro dovere, la nascita di qualche creaturina malaticcia e debole. Ma è certo che le imprudenze e le colpe paterne e materne hanno la loro responsabilità.
La corruzione è davvero la piccola frana, che scende dall’alto del monte e ingrossa, accumulando rovine lungo il percorso e diventa fatale valanga che tutto schianta e travolge!
I genitori devono sentire la grave responsabilità che è sopra di loro e provvedere ad essere comunicatori di vita sana, piena, rigogliosa, secondo le leggi di Dio, non gli alleati della morte, non i popolatori dei ricoveri, degli ospizi, delle case di salute che la carità mantiene (pagg. 111,112,113,114).
47. Ogni forma di corruzione della vita coniugale, ogni atto compiuto fuori della legge di natura, non solo reca conseguenze tristi nel campo fisico generando sofferenze e squilibri, ma porta conseguenze deleterie e talvolta fatali nel campo morale e spirituale.
Sconsacrato e profanato l’amore, la famiglia si sfascia, perché i doveri della vita coniugale non sono che una garanzia per quelli della vita familiare, e soprattutto per il grave dovere della fedeltà e dell’educazione dei figli.
Le offese alla vita intima coniugale rovinano innanzitutto la vita di famiglia perché disvelando a ciascuno dei coniugi la miseria e la bassezza d’animo dell’altro, distruggono la stima, il rispetto, la venerazione reciproca. Venuta meno questa mutua stima, crolla la base dell’amore, della cordialità, svaniscono le possibilità d’intesa, perché non può essere oggetto d’amore che non è oggetto di stima, e allora sale dal fondo del cuore l’odio o almeno il disprezzo.
Se la sposa è buona, sinceramente cristiana, cercherà “pro bono pacis”, per evitare mali maggiori, di assoggettarsi all’atto coniugale, divenuto per lei una disgustosa materialità, come a un sacrificio inevitabile della sua vita, ma il cuore resterà freddo e l’animo lontano dal marito.
Ferita nella sua sensibilità, oltraggiata nella sua dignità di sposa, ella chiuderà nell’intimo del cuore il suo tormento morale, cercando nella preghiera e nella carità la forza per sopportare e continuare a vivere a fianco di un uomo che più non stima e non ama.
Quante lacrime segrete!
Se la sposa è poco cristiana, leggera, volentieri si adatterà alle richieste riprovevoli del marito, cercando di giustificarle, e così il fango attirerà altro fango.
Ognuno dei due sposi cercherà di sfruttare egoisticamente l’altro, finché con l’insoddisfazione dello spirito, con la noia e la stanchezza dei sensi si svilupperà la nausea e l’odio reciproco.
Allora nella speranza di ritrovare l’accordo e la pace perduta, moltiplicheranno gli amplessi, illudendosi che questi possano riconciliare gli animi e sanare le profonde incrinature della vita domestica.
Vana illusione!
Queste nuove soddisfazioni cercate come rimedio al disprezzo e al rancore che si agita in fondo all’anima e che rende insopportabile la vita di famiglia, non possono che peggiorare la situazione.
Solo il ritorno all’ordine, solo il rispetto della legge di Dio potrebbe sanare il dissidio, far rifiorire l’affetto reciproco e risolvere il dramma coniugale ridonando alla famiglia quell’ambiente di serenità, di comprensione e di sopportazione vicendevole che rende lieti i giorni e desiderata la propria casa.
Ma un tale ritorno è tanto più difficile quanto più si è discesi verso l’abisso (pagg. 114,115,116,117,118).
48. In secondo luogo la corruzione nella vita coniugale rende insopportabile il dovere della fedeltà.
Quanti drammi di infedeltà non hanno altra origine!
Dal momento che l’amore coniugale viene avvilito dalla passione, dal peccato, perde la sua santa serenità, la sua forte tenerezza, la sua santa fecondità.
La passione intona sempre all’amore il canto del cigno.
Quando l’uomo dominato dalla tirannia dei sensi e della passione, scorona la sposa della sua aureola spirituale per trattarla come un amante, per considerarla solo come uno strumento di egoistiche soddisfazioni, apre velocemente la via all’infedeltà.
Dove manca l’amore si passa presto dall’idolatria alla trascuratezza, dall’indifferenza alla noia, ed infine dalla noia al disgusto, finché nell’anima si accende il desiderio impetuoso di sensazioni nuove, e la passione insaziabile finisce di cercare l’avventura, straripando fuori della legge, fuori dell’ambiente domestico, senza preoccuparsi del tradimento.
Infine la corruzione nei rapporti coniugali, disamorando dai figli, compromette la loro educazione.
Gli sposi che si abituano a violare la legge di Dio, a tradire la propria coscienza nei rapporti intimi, non danno garanzia di fronte ai compiti sublimi della maternità e della paternità che esigono rinunzie e sacrifici sempre duri e continui, e talvolta eroici.
Quale delicato amore per i figli, quali cure attente e affettuose, quale eroico spirito di sacrificio si potrà pretendere da una donna e da un uomo abituati al vizio e alla corruzione dell’intimità coniugale?
Ma specialmente come potrà essere buona madre che si adatta, o peggio, si compiace di essere cattiva sposa, di venir trattata come uno strumento di piacere? Sordide mani non son capaci di educare e crescere anime innocenti!
Certi uomini finiscono di raccogliere i frutti di ciò che hanno seminato! Molte donne non arriverebbero a tradire la loro missione di sposa e di madre, se la corruzione morale non le avesse abituate a considerare l’amore soltanto nella luce della sensualità e dell’egoismo.
Spesso gli sposi di fronte ai cambiamenti profondi e addirittura radicali che si compiono nell’animo loro si tormentano nella ricerca della cause.
Giova tener presente che l’abitudine peccaminosa dei rapporti coniugali degenera i gusti, crea uno stato di nervosismo e di incontentabilità, genera un senso di disistima, di avversione, sentimento di malignità, sospetti, e soprattutto un senso di vuoto incolmabile nella vita quotidiana.
Dove non è il Signore, non vi è pace! Non sorride la gioia! (pagg. 118,119.120).
49. Dobbiamo credere – scriveva il prof. Muchkermann – alla natura ministra della Provvidenza. Con la sua finalità giusta e previdente, essa adatta nei casi ordinari in maniera perfetta, le forze vitali ai bisogni dell’individuo e della specie. Quando le madri, nella misura del possibile e con coscienza, compiono il dovere ufficio di nutrici dei loro angioletti, dovere così fecondo di salutari effetti per la vita, la salute e la bellezza della madre e del figlio, possono essere tranquille.
I figli sotto qualunque aspetto si considerino sono un bene, perché apportatori della benedizione di Dio.
Odia la vita solo chi ha paura dei sacrifici che impone; chi non crede a quel Dio che la dona e che ha eletto l’uomo a perpetuarla.
Non si ha mai ragione di temere ciò che viene dal Padre Celeste, e che deve tornare a Lui dopo un breve esilio.
Non siamo gli spegnitori delle nuove vite che la bontà di Dio accende con un atto della sua potenza creatrice! Non siamo i beccamorti della vita! Non trasformiamo la casa, santuario augusto della divinità che crea, in un deserto arido e bruciato, peggio, in un camposanto senza croci!
Chi lascia sfumare la sua esistenza, solo sfruttando lo sforzo dei secoli che lo hanno preceduto e lasciando dietro a sé il vuoto, prepara a sé e alla società gravi sciagure.
Tutte le giovani che si preparano alla famiglia, ricordino sempre che sono chiamate ad essere le madri dei viventi, non le tombe ambulanti dei figli sacrificati ai capricci della moda, ai piaceri della carne e dell’egoismo.
Dio Creatore vuole la vita e maledice coloro che si uniscono non per popolare i nidi, ma per essere i contrabbandieri della morte!
La natura poi castiga i genitori che violano le sue leggi, respingendo i bimbi che si affacciano alla soglia del loro focolare.
Amiamo la famiglia e perpetuiamola!
Nel suo grembo è la vita nostra, quella che i figli e i nipoti perpetueranno sopra la terra. Noi vivremo con essa, anche quando non la vedremo che dagli altissimi cieli (120,121,122).
Don Stefano Lamera (1912/1997) - dal libro "La famiglia, piccolo grande nido"