La ricerca di Dio

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Chi esamina la regola di S. Benedetto vede chiaramente che è da lui presentata unicamente come un riassunto del Vangelo, e un mezzo di praticare pienamente e perfettamente la vita cristiana. 
Nel Prologo il grande Patriarca si rivolge solo a chi vuol ritornare a Dio, sotto la guida del Cristo; e alla fine del suo codice monastico torna a dichiarare che egli intende proporlo a chiunque si affretta nel cammino della patria celeste, aiutato dalla grazia di Gesù Cristo. «Quisquis ergo ad patriam coelestem festinas hanc .... regulam descriptam, adiuvante Christo, perfice» (Regola di San Benedetto, c. 73).
La Regola per lui non è altro che una guida sicura a Dio. Non intese con essa stabilire un mezzo all’infuori della vita cristiana; né assegnò ai suoi monaci nessuna opera speciale quale scopo particolare della loro vita: il fine è cercare Iddio. — «Si revera Deum quaerit » (Reg. c. 58). [...]

L’uomo nei suoi atti coscienti opera sempre per un motivo. Creature libere e ragionevoli, entriamo deliberatamente in atto solo per uno scopo. 
Trasportiamoci col pensiero in una grande città come Londra. A certe ore della giornata le vie formicolano di gente: è un esercito che si agglomera, una marea che ondeggia. Chi va, chi viene; gli uomini si passano accanto, s’incontrano; presto, perchè «il tempo è danaro»; e tra loro non scambiano una parola, un segno. Ognuno ha la propria indipendenza, il suo fine particolare. Che cosa cercano queste migliaia e migliaia d’uomini che s’agitano nella «City»? che scopo hanno? perchè si affrettano? 
Chi cerca il piacere, chi gli onori; questi sono spinti dalla febbre dell’ambizione, quelli dalla sete dell’oro; la maggior parte pensa al pane quotidiano. Le creature occupano la mente ed il cuore della grande maggioranza; di tanto in tanto s’incontra una signora che va a visitare i poveri; una Suora di carità che cerca Cristo nella persona d’un malato; un Sacerdote passa non visto, con la pisside nascosta sul petto e va a portare il viatico a un moribondo... Ma sono poche le anime che cercano Dio nell’immensa folla che si affanna per trovare la creatura. 
Eppure dal fine dipende in gran parte il valore delle azioni umane. Osservate questi due uomini che s’imbarcano per terre lontane. Lasciano patria, amici, famiglia; sbarcati in luogo straniero, si addentrano nella regione, si espongono agli stessi pericoli, traversano fiumi e montagne e s’impongono identici sacrifici. Ma uno è mercante e fatica per guadagnar denaro; l’altro un apostolo, e va in cerca di anime da salvare. L’occhio umano scorge appena la differenza; ma per quello di Dio c’è tra i due uomini un abisso, scavato dal fine così diverso. — Date un bicchier d’acqua a un povero, un soldo a un mendico; se lo fate in nome di Gesù Cristo, cioè per un impulso della grazia, perchè nel povero scorgete lo stesso Cristo che ha detto: «Ciò che farete al più piccolo dei miei sarà fatto a me» (Mt 25, 40), compite un atto gradito a Dio, e quel bicchier d’acqua, tanto poca cosa, quel soldo, di così poco valore, non resteranno senza ricompensa. 

Dunque lo scopo, il fine per cui operiamo, e che orienta, per dir così, la nostra vita, ha importanza massima. 
E poi non dimenticate mai questa verità: l’uomo vale per ciò che appetisce, per quello a cui si avvince. Cercate Dio e tendete a lui con tutto l’ardore dell’anima? Per quanto creature, e prossime al nulla, pure v’innalzate, unendovi all’Essere infinitamente perfetto. Ricercate invece la creatura: danaro, piaceri, onori, soddisfazioni vanitose, ossia voi stessi sotto ogni aspetto? Per quanto grandi possiate essere, voi valete quanto la creatura, vi degradate a lei, e più è bassa più vi avvilisce. Una Suora di carità, un fratello converso che passano la vita in lavori umili e nascosti per amor di Dio, sono molto più grandi agli occhi di Chi solo giudica in modo definitivo, che l’uomo ricco, onorato, ma unicamente amante del piacere. [...]
Ma forse voi chiederete: E che vuol dire cercare Iddio? Con quali mezzi si trova? Perchè dobbiamo cercarlo con esito felice. La ricerca di Dio è tutto il programma; trovarlo e rimanere uniti a lui abitualmente, con la fede e la carità, è tutta la perfezione. 
Diremo dunque che cosa significa cercare Iddio; ne indicheremo le condizioni, ne vedremo i frutti; e così indicheremo lo scopo da raggiungere e la via da tenere per giungere alla perfezione e alla felicità. Perchè se cerchiamo Iddio sinceramente, nessun ostacolo c’impedirà di trovarlo; e in lui possederemo ogni bene.

I. Fine della vita è cercare Dio

Ma egli si trova dunque in luogo tale che ci bisogni cercarlo? Non è dappertutto? — Sicuro; Dio è in ogni essere per la sua presenza, potenza ed essenza. L’operazione in lui non si separa mai dalla virtù attiva che ne è fonte, e la divina potenza s’identifica con l’essenza divina. In ogni essere opera Iddio sostenendolo nell’esistenza; per cui egli è così in ogni creatura, poiché tutte esistettero ed esistono per effetto dell’azione divina; ciò che suppone l’intima presenza di Dio. Per di più gli esseri ragionevoli possono conoscerlo ed amarlo; possedendolo così in modo nuovo e loro proprio. 

Ma questa presenza di Dio non basta a noi. C’è un grado d’unione più intima e più alta, per cui Dio non si contenta di essere conosciuto ed amato da noi naturalmente, ma ci chiama a condividere la sua stessa vita e la sua beatitudine. 
Per un movimento d’infinito amore verso di noi, egli vuol essere non solo il supremo padrone in ogni cosa, ma l’amico e il padre. Vuole che lo conosciamo come egli conosce se stesso, sorgente di ogni verità e bellezza; quaggiù nell’oscurità della fede, lassù nella luce della gloria; e vuole che lo possediamo in se stesso, come Bene infinito e sorgente d’ogni beatitudine, tanto in questa vita come nell’altra, per mezzo dell’amore. 
Per questo innalzò la nostra natura sopra se stessa, con la grazia santificante, le virtù infuse, i doni dello Spirito Santo; e comunicandoci la sua vita infinita ed eterna si fa egli stesso la nostra perfetta felicità. Non vuole che la cerchiamo fuori di lui, che è pienezza d’ogni bene; non dà a creatura alcuna il potere di contentare il nostro cuore: «Sarò io, io stesso la tua ricompensa infinitamente grande. — Ego ero merces tua magna nimis» (Gn 15, 1). E nell’atto stesso in cui s’incamminava a scontare il prezzo del suo sacrificio sanguinoso, Gesù confermò codesta promessa: «Là dove io sono, Padre, voglio che siano anche i miei, testimoni della mia storia, affinchè godano la nostra gioia e siano ricolmi del nostro amore» (Gv 17, 24-26).

Tale è lo scopo unico e supremo a cui dobbiamo tendere: cercare Dio, non quello della natura, ma il Dio rivelato dalla fede. Per noi cristiani cercare Iddio significa tendere verso di lui non solo come semplici creature che vanno al loro primo principio e al fine ultimo del loro essere; ma tendere a lui in modo soprannaturale, come figli che vogliono restar uniti al loro padre con l’amorosa volontà, e con la «misteriosa associazione» alla natura divina di cui parla S. Pietro (2Pt, 1, 4), significa avere e coltivare con le Persone divine l’intimità reale e profonda definita da S. Giovanni «la società del Padre e del Figlio di lui Gesù» (1Gv 1, 3), nel loro comune spirito d’amore.

Vi allude il Salmista quando ci esorta a cercare sempre Iddio e la sua presenza: «Quaerite faciem ejus semper» (Sal 106, 4); la sua amicizia, il suo amore; come la sposa, che fissando negli occhi lo sposo, vi cerca il fondo stesso dell’anima, la sua tenerezza per lei. Dio è per noi un Padre ripieno di bontà; e vuole che fin da questa vita troviamo la felicità in lui, nelle sue ineffabili perfezioni.

[...] S. Benedetto vuole che, amando Dio sopra ogni cosa, lo cerchiamo per la sua gloria propria; e che ci sforziamo di unirci a lui con la carità. Questo è il nostro scopo, la nostra perfezione. Il culto divino si rannoda alla virtù della religione, la più alta fra le virtù morali, che è una parte della giustizia; ma essa non è tuttavia una virtù teologale. Fede, speranza e carità, virtù infuse, sono quelle proprie del nostro stato di figli di Dio; esse fondano quaggiù la vita soprannaturale; si riferiscono direttamente a Dio come autore dell’ordine soprannaturale. La fede è la radice, la speranza il tronco, la carità il fiore e il frutto della vita soprannaturale. [...]

II. In ogni cosa

[...] Se cerchiamo Dio veramente, lo dobbiamo cercare con costanza, sempre. Voi direte: Ma non lo possediamo noi già dal battesimo, finché siamo in stato di grazia? — Certo. — E perchè allora dobbiamo cercarlo ancora? 

La ricerca di Dio consiste nel restar a lui unito con la fede, nell’aderire a lui come all’oggetto del nostro amore. Ora codesta unione può variare infinitamente di grado: «Dio è presente ovunque, dice S. Ambrogio; ma è più vicino a coloro che l’amano, è lungi da quelli che trascurano il suo servizio. — Dominus ubique semper est; sed est praesentior diligentibus; negligentibus abest» (Comm. in Lc 9, 23). 
Sempre possiamo cercarlo maggiormente, ossia avvicinarsi di più a lui, con fede sempre più viva, amore più ardente, fedeltà maggiore nell’adempimento del suo volere; ecco perchè possiamo e dobbiamo cercar Dio fino al giorno in cui si darà a noi in modo inammissibile nello splendore glorioso della sua luce eterna. 
Se non raggiungiamo codesto scopo la nostra vita è inutile. S. Benedetto nel Prologo riporta e commenta le parole del Salmo 13, 2-3: «Dominus de coelo prospexit super filios hominum ut videat si est intelligens aut requirens Deum; omnes declinaverunt, simul inutiles facti sunt. — Dio guarda se fra gli uomini c’è chi lo cerchi; ma essi tutti hanno deviato e sono diventati inutili». Quanti veramente non comprendono che Dio è l’unica sorgente d’ogni bene e il fine supremo delle creature! Essi hanno deviato dalla strada che conduce al fine. Come l’orologio che più non segna le ore, anche se fabbricato di metallo prezioso e ornato di gemme, non serve a nulla, è un oggetto inutile. 
[...] Cosa terribile una vita umana inutile! [...] Non siamo dunque come gli insensati di cui parla la Scrittura, che si arrestano alle bagattelle vane e fugaci (Sap. 4, 12). Badiamo a cercar Dio in ogni cosa: nei superiori, nei fratelli, nelle creature, negli avvenimenti che accadono, nelle gioie e nelle contrarietà. 
Cerchiamo sempre, e potremo così ad ogni istante dissetarci a codesta sorgente di fedeltà; senza mai temere di veder le acque diminuire; perchè, dice S. Agostino: «sono più abbondanti di quel che ci abbisogna. — Fons vincit sitientem». E Gesù Cristo promise che nell’anima fedele diventeranno come nuova fonte, che sgorga per la vita eterna (Gv. 4, 14). 

III. Unicamente.

Ma la nostra ricerca per essere sincera deve essere anche esclusiva. E’ importantissimo cercar Dio solo; ossia cercar Dio per se stesso. Notate bene: Dio, e non i suoi doni, per quanto ci possano aiutare a restar fedeli; non le sue consolazioni, quantunque Dio voglia che noi gustiamo quanto sia dolce servirlo (Sal 33, 9): non ci dobbiamo posare in questi doni né avvinghiarci a queste consolazioni. [...]

Se cerchiamo la creatura e a lei ci attacchiamo, diciamo a Dio: Non trovo tutto in te! Ci sono anime che sentono il bisogno di «qualcosa di più» oltre a Dio, o con lui; Egli non è per esse il «tutto» e non possono dirgli come il Santo di Assisi, in piena verità e fissandolo con amore: «Mio Dio e mio tutto!» (Fioretti, c. 2). Non possono ripetere con S. Paolo: «Omnia detrimentum feci, et arbitror ut stercora ut Christum lucrifaciam. — Ho considerato ogni cosa come lordume e ho tutto respinto per trovare Cristo» (Fil 3, 8).

Non si dimentichi l’importantissima verità: finché sentiremo bisogno di una creatura e ci offriremo a lei, non potremo dire di mirar solo a Dio, ed egli non si darà pienamente a noi. «Si revera Deum quaerit», se cerchiamo Dio sinceramente e vogliamo davvero trovarlo, ci dobbiamo staccare da tutto ciò che non è lui e può inceppare in noi le operazioni della grazia. 
Così insegnavano i Santi. Caterina da Siena sul letto di morte, chiamò intorno a sé la sua famiglia spirituale e le diede le ultime istruzioni, raccolte dal B. Raimondo da Capua, suo confessore: «Insegnò loro sopratutto che chi entra in servizio di Dio e vuol possederlo veramente, deve strappare dal proprio cuore ogni affetto sensibile verso ogni persona e creatura, e tendere al suo Creatore divino nella semplicità dell’amore indiviso. Perché il cuore non può darsi totalmente a Dio se non è libero da ogni altro amore, e se non s’apre a lui con quella franchezza che esclude ogni riserva.

Santa Teresa, che aveva sperimentato queste cose, parla nello stesso modo: «Noi siamo così avare, così poco premurose di far a Dio il dono di noi stesse che non finiamo mai di metterci nelle necessarie disposizioni. Eppure nostro Signore non vuole che godiamo un bene così prezioso [il perfetto possesso di Dio] senza pagarlo a caro prezzo. Capisco che sulla terra non c’è cosa con cui si possa pagarlo. Ma se noi facciamo quanto è da noi per non affezionarci ad oggetti terrestri, se la nostra conversazione e tutti i nostri pensieri sono rivolti al cielo, codesto tesoro ci sarà accordato, ne sono certa» (Autobiografia, c. 11). La Santa dimostra quindi con esempi come accade spesso che ci diamo a Dio pienamente, ma poi in seguito ripigliamo a poco a poco quello che abbiamo dato; e poi conchiude: «Bel modo di cercare l’amore di Dio! Lo vogliamo subito e a piene mani, come si dice, ma a patto di conservare anche le altre affezioni. A pensarci bene, noi non facciamo punto sforzi per mettere in esecuzione i buoni desideri, li lasciamo miseramente cader in terra. E poi vogliamo molte consolazioni spirituali! Veramente non è possibile. A mio parere sono due cose incompatibili. E perchè il nostro dono non è totale noi non riceviamo in una volta il tesoro dell’amor divino». 
Abbiamo lasciato ogni cosa per trovar Dio e far posto a lui solo; ad esempio del grande Patriarca: «Soli Deo placere desiderans, — volendo piacere solo a Dio», dice S. Gregorio (Dial., I. 2). Bisogna perseverare in codesta disposizione fondamentale. Solo a questo prezzo troveremo Dio. Se invece, dimenticando a poco a poco il dono fatto, ci lasciamo distogliere da questo scopo supremo se ci attacchiamo a una persona, o creatura, impiego, lavoro, oggetto, siamone persuasi, allora non possederemo mai pienamente Iddio. 
Se potessimo dire, ma con tutta sincerità, le parole dell’apostolo Filippo a Gesù: «Signore, mostraci il Padre, e ci basterà!» (Gv. 14, 8). Ma per dirle sinceramente bisogna poter anche soggiungere con gli Apostoli: «Abbiamo lasciato tutto per seguirti...» (Mt. 19, 27). Felici quelli che eseguiscono codesto desiderio, e giungono fino all’ultima, attuale e perfetta rinuncia! Ma non debbono conservar nulla; non dire: il poco a cui m’affeziono ancora è cosa da niente. «Non conoscete la natura del cuore umano? Nel poco che serba si raccoglie tutto quanto, vi restringe ogni suo desiderio. Strappate e rompete tutto, non vi serbate nulla. Felice una volta ancora colui al quale è dato di compiere pienamente questo desiderio e di mandarlo in effetto!» (Bossuet. Medit. sul Vangelo, p. 11, giorno 83). 

IV. Preziosi frutti che se ne ricavano

Se cerchiamo Dio ad onta di tutte le prove, ad ogni giorno, ad ogni ora gli rendiamo l’omaggio a lui più gradito facendolo nostra sola felicità; se non cerchiamo altro che la sua volontà; se operiamo sempre secondo il suo beneplacito, Dio certamente non mancherà alle sue promesse. Dio è fedele (1Ts 5, 25); e non si nega a quelli che lo cercano: «Non dereliquisti quaerentes te, Domine» (Sal 9, 11). Più ci accosteremo a lui con la fede, la fiducia e l’amore, più ci avvicineremo alla perfezione. Dio è l’autore principale della nostra santificazione, come opera soprannaturale; quindi avvicinarsi a lui, restargli uniti per mezzo della carità è condizione essenziale della nostra perfezione. Più ci svincoleremo dal peccato, dall’imperfezione, dalle creature, da ogni movente umano per pensare solo a lui e conformarci al suo beneplacito, più la vita abbonderà in noi e Dio ci riempirà di se stesso: «Quaerite Deum et vivet anima vestra (Sal 48, 33)».

Alcune anime cercano Iddio con tanta sincerità e ne sono così totalmente padroneggiate che non sanno più vivere senza di lui: «Vi assicuro, scriveva al padre una santa Benedettina, la B. Bonomo, che non sono più io, ma c’è in me un altro che mi possiede interamente; è il mio assoluto padrone, O Dio! non so proprio come scacciarlo!».

Quando l’anima si dà così pienamente a Dio, anche Dio si dà all’anima, e se ne prende cura speciale. Guardate S. Gertrude: sapete che Gesù le dimostrava un singolare affetto; diceva che sulla terra non c’era altra creatura verso cui si inchinasse con tanta delizia; e aggiungeva che lo si troverebbe sempre nel cuore di Gertrude, compiacendosi di adempiere i suoi menomi desideri. Un’anima che conosceva codesta grandissima intimità osò chiedere al Signore per quali attrattive avesse meritato tale preferenza: «L’amo così, rispose Nostro signore, per la libertà del suo cuore, in cui nulla può penetrare per contrastarmene il possesso». Perché, interamente staccata da ogni creatura, essa cercava unicamente Dio in tutte le cose, e meritava di divenir oggetto delle sue compiacenze in modo straordinario e ineffabile. 
Come questa grande anima, degna figlia del grande Patriarca, cerchiamo Dio sempre e in tutto; sinceramente, dal fondo del cuore. Diciamo spesso col Salmista: «Faciem tuam, Domine requiram. - Cerco il tuo volto, o mio Dio» (Sal 26, 8). E «che può importarmi, in cielo o in terra, fuori di te? Tu sei il Dio del mio cuore, la porzione che mi sono scelta per sempre. — Quid enim mihi est in coelo, et a te quid volui super terram? Deus cordis mei et pars mea, Deus in aeternum» (Sal 72, 25-26). Mio Dio, tu sei così grande, bello e buono che mi basti interamente. Tu permetti che altri cerchi un amore umano; e la tua Provvidenza l’ha ordinato a preparare gli eletti per il tuo regno, con missione alta e grande, «Sacramentum hoc magnum est» (Ef 5, 32); tu dai loro, se osservano la tua legge abbondanti benedizioni (Sal 127). Ma io desidero e voglio te solo, o Signore; affinché «il mio cuore non sia diviso, miri solo alla tua gloria e si unisca a te senza ostacolo» (1Cor 7, 32,35).

Se la creatura si presenta a noi, diciamole interiormente, come S. Agnese: «Discede a me, pabulum mortis. — Allontanati da me, tu sei pascolo di morte» (Ufficio, 1 ant. del 1° Notturno).

Se così faremo, troveremo Dio e con lui ogni suo bene. Egli stesso dice all’anima: «Cercami con la semplicità di cuore che nasce dalla sincerità; perchè io mi lascio trovare da quelli che non mi tentano, e mi manifesto a chi si affida a me» (Sap 1, 1-2). 
Se troveremo Dio, saremo anche lieti. Siamo stati creati per la felicità, il nostro cuore ha una capacità infinita, ma Dio solo ci può saziare. «Ci creasti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto fino a che non riposa in te. — Fecisti nos ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te» (S. Agostino, Confessioni, L. I, c. 1). Per questo noi non troviamo mai la felicità stabile e perfetta se cerchiamo altro fuori di Dio. 
In ogni Comunità alquanto numerosa si trovano categorie diverse di anime. Alcune vivono sempre liete e irradiano intorno a sé la santa dilatazione di cui gioiscono. Non la gioia sensibile, che può dipendere dal temperamento, dallo stato di salute, o da circostanze estranee alla volontà; ma quella che investe l’anima nel suo intimo ed è un preludio della felicità eterna. Non hanno dunque prove e lotte codeste anime? Ne hanno di certo, perchè ogni discepolo di Gesù Cristo deve portar la croce (Lc 9, 23); ma il fervore della grazia e l’unzione divina fanno loro sopportare questi dolori con gioia. Altre invece non gustano quest’allegrezza; nell’intimo del cuore e anche all’esterno, appaiono turbate, inquiete, infelici. Perchè questa differenza? Perchè quelle cercano Dio in ogni cosa, lo trovano ovunque, e con lui il sommo bene, la felicità che non muta. Queste si afferrano alla creatura, o cercano se stesse per egoismo, per amor proprio, per leggerezza; ossia trovano il nulla trovando se stesse; e non possono contentarsi: l’anima, creata per Dio, è assetata di bene perfetto: «Che cosa c’è in voi? là dove si volgono naturalmente i vostri pensieri, è il vostro tesoro, il vostro cuore. Se si volgono a Dio, siete felici; se a cosa mortale, che la ruggine, la corruzione, la morte incessantemente consumano, il vostro tesoro vi sfugge, e il vostro cuore resta povero, sfinito».

[...] Serbiamoci fedeli: non potremo raggiungere il nostro ideale né in un giorno né in un anno; non vi riusciremo senza pene né dolori; perché la purezza d’affezione, il distacco assoluto, pieno, costante, senza del quale Dio non si darà a noi, si acquistano solo con la grande generosità; ma se siamo fermamente decisi a non mercanteggiare con Dio, egli ricompenserà i nostri sforzi, e nel suo perfetto possesso troveremo la beatitudine. «Quanta misericordia adopera Iddio con l’anima quando le dà grazia e coraggio per mettersi generosamente e con tutte le forze alla conquista di un tal bene! Se persevera, Dio non si nega a nessuno: a poco a poco egli accresce il coraggio e alla fine otteniamo la vittoria» (S. Teresa, 1. c.). 

«Quando ci siamo davvero decisi - scriveva un’anima che aveva compreso questa verità - costano solo i primi passi; perchè appena il nostro diletto Signore vede la buona volontà fa lui tutto il resto. Non ricuserò dunque nulla all’amore di Gesù che m’invita. La sua voce è così eloquente! E poi nessuno è così pazzo da lasciare il tutto per la parte. L’amore di Gesù è il tutto; il resto, checché se ne possa pensare, non conta nulla; merita disprezzo se si paragona col nostro unico tesoro. Sono dunque risoluto di convertirmi all’amore di Cristo. Ciò che non è lui non è uguale per me; voglio amare pazzamente. Spezzerò la mia volontà, sottometterò l’intelletto; farò tutto quello che mi si chiederà pur di non perdere il solo bene, Gesù divino; anzi son sicuro che egli non mi lascerà mai. Le nostre anime debbono piacere a Gesù, e non ad altri». 

V. Cristo Gesù perfetto modello dell’anima che cerca Dio

Il miglior modello di codesta ricerca di Dio, principio della nostra santità, è Gesù Cristo. Si dirà: e come può esserci d’esempio? come poteva cercar Dio lui che era Dio stesso? 

È vero che Gesù è Dio, luce che sgorga dalla luce increata (Credo della Messa), Figlio di Dio vivo, eguale al Padre. Ma è anche uomo; è veramente come noi per la natura umana; e benché essa sia unita indissolubilmente alla persona divina del Verbo; benché l’anima santa di Gesù godesse le delizie della visione beatifica, incessantemente attratta nel flusso divino che porta il Figlio verso il Padre necessariamente, è pur vero che l’attività umana del Cristo quale derivava dalle sue facoltà umane come da sorgente immediata, era sovrana mente libera. 
Nell’esercizio di codesta libera attività possiamo riconoscere in Gesù la ricerca di Dio. Qual’è la sua tendenza fondamentale? quali sono le sue più intime aspirazioni, che riassumono la sua missione e la sua vita? 
Ce lo dice S. Paolo svelandoci quel che avveniva in quel «santo dei Santi». All’entrare in questo mondo, il primo atto dell’anima di Gesù fu un intenso slancio verso il Padre suo: «Ingrediens mundum, dicit: ... Ecce venio. In capite libri scriptum est de me: ut faciam, Deus, voluntatem tuam» (Eb 10, 5.7).

E noi vediamo il Cristo Gesù lanciarsi come gigante nella via, per la gloria del Padre suo. È questa la sua disposizione iniziale; ce lo dice nel Vangelo: «Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 5, 30). Ai Giudei, per provar che viene da Dio e che la sua dottrina è divina, attesta che non cerca la gloria sua, ma di colui che l’ha mandato (Ivi, 7, 18); e la cerca in modo tale da non curarsi della propria (Ivi, 8, 50). Ha sempre sulle labbra queste parole: «Abbà, Padre», e tutto per lui si termina nel fare la volontà e promuovere la gloria del Padre.

Con quanta costanza vi si adopera! Egli stesso ci assicura che non se ne allontana mai: «Quae placita facio semper» (Ivi, 8, 29)); e nell’ora del supremo addio, prima di andare alla morte, protesta di aver compiuta la missione ricevuta dal Padre (Ivi, 17,4).
Nessun ostacolo poté arrestano. A dodici anni lasciò sua madre, la Vergine Maria, e rimase a Gerusalemme: 
eppure nessun figlio più di lui amava sua madre; tutto l’amore dei cuori filiali sarebbe come una tremula scintilla di contro a una fornace incandescente. Ma appena si tratta della gloria del Padre, della sua volontà, pare che l’amore per la madre non conti più. Sapeva Gesù in quale abisso di angosce immergeva il cuore di lei; ma la gloria del Padre lo richiede, ed. egli non esita punto. «Non sapete che io debbo consacrarmi tutto a ciò che riguarda il Padre mio?» (Lc 2, 49). È la prima parola detta da Gesù raccolta dal Vangelo: vi è riassunta tutta la personalità e la missione di Cristo. 
I dolori e le ignominie della Passione, la morte stessa non diminuiscono quest’impulso del cuore di Cristo; anzi per questo appunto che egli vuol fare la volontà del Padre contenuta nella Scrittura, va amorosamente incontro alla croce: «Ut impleantur Scripturae» (Mc 14, 49). L’anima di Gesù si slanciava interiormente alle sofferenze della Passione con impeto maggiore di quello che trascina all’Oceano le acque di un gran fiume: «Così faccio, diceva, per compiere il precetto che mi fu dato dal Padre. — Et sicut mandatum dedit mihi Pater sic facio» (Gv 14, 31). 
Gesù dunque come Dio è termine della nostra ricerca; ma come uomo ne è l’ineffabile modello, l’esemplare unico al quale dobbiamo sempre guardare. Ripetiamo anche noi interiormente: «Ingrediens monasterium dixi: Ecce venio. - Quando entrai nel monastero dissi: Eccomi, o mio Dio: in capo alla Regola, che è per me il libro delle vostre volontà, è scritto che io debbo cercarvi compiendo il vostro beneplacito, perchè voglio giungere a voi, Padre del cielo». 
E come il Cristo si slanciò nella via per compiere la sua missione, così noi seguiamolo, perchè egli stesso è la via: «Corriamo, dice S. Benedetto, mentre la luce ci rischiara coi suoi raggi; trascinati dal santo desiderio di arrivare al regno dove il Padre ci aspetta, corriamo senza alcuna sosta nella pratica delle buone opere: è condizione indispensabile per giungere al termine: Nisi illuc bonis actibus currendo minime pervenitur» (Prologo). 
E come il Cristo Gesù terminò la sua corsa meravigliosa solo quando ebbe raggiunto il fastigio della gloria: «Et occursus ejus usque ad summum ejus» (Sal 18, 7), così noi non ci stanchiamo nella ricerca di Dio solo, fino a che non siamo giunti «al culmine della virtù, all’altezza della perfezione; culmina virtutum, celsitudo perfectionis» (Reg. c. 73). Quando l’anima è giunta a queste altezze, vive nell’unione abituale con Dio, ha trovato colui che cercava, e assapora come se già le possedesse le gioie della ineffabile unione che si compie nel seno del Padre, perchè è staccata da ogni cosa terrena.

«Signore mio Dio, in cui ho posto ogni mia speranza; esaudisci la mia preghiera. Non permettere mai che io sia così accasciato da rinunciar a te, ma fa che con ardore continuamente rinnovato l’anima mia aneli di vederti. Dammi la forza di cercarti sempre, tu che incoraggi la speranza di quelli che ti cercano, e da essi ti lasci trovare. - Domine Deus meus, una spes mea, exaudi me, ne fatigatus nolim te quaerere, sed quaeram faciem tuam semper ardenter. Tu da quaerendi vires, qui invenire te fecisti, et magis magisque inveniendi te spem dedisti».

 


Columba Marmion (Cristo Ideale del Monaco - Conferenze spirituali) 


Documento stampato il 22/03/2019