S. Cecilia, vergine e martire

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Aforisma

"Si vede bene che non conoscete cosa sia il martirio. Voi mi giudicate pazza per questa mia risoluzione, ma come potrà dirsi pazzo colui che dà il fango per ricevere dell'oro? Colui che sacrifica un fiore, che presto appassisce e vien meno, per avere una gemma che non ha prezzo? Che perde una vita, che fugge, che manca una felicità precaria e immaginaria, per meritare una vita eterna, una sorte invariabile, felice e piena di un vero e immenso bene? Per questo voi mi vedete così allegra, perché già mi avvicino e corro a grandi passi verso questa sospirata felicità!"

La vita

La nobile vergine e martire Cecilia nacque a Roma all'inizio del terzo secolo da una famiglia benestante: non si sa se i suoi genitori fossero cristiani o pagani, tuttavia si sa in base agli scritti più antichi che la fanciulla fu sin dall'infanzia cristiana, assistita dalle celesti benedizioni e dalle apparizioni della Vergine Maria. Sin dalla più tenera età, si accese in Cecilia un così forte amore per Dio che giorno e notte pensava e si chiedeva come poter giungere ad amarLo perfettamente, consacrandogli già la sua verginità.

I genitori di Cecilia la educarono in tutte quelle arti più nobili e decorose che si convenivano ad una aristocratica fanciulla romana: soprattutto, eccelleva nell'arte della musica, suonando meravigliosamente diversi strumenti. Questo studio e continuo esercizio tenevano lontana la giovane fanciulla dai passatempi mondani. Essendo ritirata nei suoi doveri, Cecilia leggeva spesso il sacro libro del Vangelo, cercando di applicarne gli insegnamenti: si dice che Cecilia portasse sempre con sé quel suo prezioso libro.

La fanciulla custodiva gelosamente la sua purezza, e spesso mortificava il suo corpo con il digiuno e vestendo il cilicio, ma non per questo perdeva quella grazia e quella gioia che la distinguevano da tutte le altre giovani romane. Per questo motivo, molti erano i pretendenti che speravano di poter avere l'amore di Cecilia, ma lei sfuggiva sempre ad ogni occasione con qualunque pretesto; i suoi stessi genitori non sapevano convincersi a distaccarsi da una figlia così preziosa.

Un giorno però, dopo che furono passati diversi anni, i genitori non seppero resistere alle continue richieste di un giovane di gran merito di nome Valeriano, e diedero il loro consenso all'insaputa della vergine. Cecilia, apprendendo la notizia, rimase sorpresa, ma non delusa, e, senza più alcun pretesto che potesse sottrarla al matrimonio, si sottomise alla volontà dei genitori, impegnandosi a pregare con fervore. I tre giorni precedenti al matrimonio Cecilia pregò Dio con sospiri e lacrime, aprendogli il suo cuore e implorandolo di esaudire la sua richiesta di conservare la sua purezza, per adempiere alla promessa fatta in giovane età di non avere altro sposo se non il Signore.

Si festeggiarono dunque le nozze con una cerimonia sontuosa degna di due famiglie così nobili. Arrivato poi il momento di ritirarsi con il suo sposo nella camera, Cecilia gli parlò così: “Mio carissimo sposo, io volentieri vi confiderei un segreto se fossi sicura della vostra fedeltà nel silenzio.”. Valeriano allora le giurò la sua totale e inviolabile fedeltà, e perpetuo silenzio. Al che, Cecilia continuò: “Conviene che sappiate che io ho per compagno un angelo del mio Dio, il quale custodisce con ogni premura il mio corpo, e ne è tanto geloso che se voi ardiste di farmi la minima violenza, io temo che vi costerebbe la vita. Io sono cristiana, come ben sapete, e a Dio consacrai la mia verginità; perciò il mio divino Sposo mi ha dato questo angelo, custode della mia purezza, per difendermi da qualunque oltraggio. Se vorrete amarmi con un amore puro e casto senza offendere la mia verginità, egli amerà e difenderà anche voi, e sperimenterete la protezione e i favori di questo santo angelo.”.

Valeriano rimase stordito da tali parole e, riavutosi dallo stupore, le rispose: “Io non sarò lontano dal credere quanto voi, o mia signora, mi avete detto. Ma vi supplico di fare in modo che io veda questo vostro angelo custode, perché se io non lo dovessi vedere, mi tormenterebbe il pensiero che i vostri amori siano indirizzati ad un altro; in tal caso, mi offendereste troppo nel disprezzarmi, e in tal modo ferireste a tal punto il mio cuore che solo il vostro sangue e la vita dell'amante potrebbero ripagarmi l'offesa!”.

Disse allora Cecilia: “Non è difficile vederlo, ma gli occhi mortali non possono resistere a tanta luce, né la vostra anima accecata dall'idolatria e dalle tenebre del paganesimo può vedere un angelo. Se però lo desiderate, vi conviene credere in Gesù Cristo, e ricevere il sacramento del Battesimo, che scaccerà le tenebre e metterà il vostro spirito in stato di poterlo vedere.”.

Valeriano, ansioso di vedere quest'angelo custode della sposa, si fece istruire nella fede e Cecilia lo inviò al santo papa Urbano, che stava nascosto in un luogo sotterraneo di Roma, dandogli i contrassegni per riconoscerlo. Lo sposo si mise in cammino e riuscì a trovare il pontefice. Gli raccontò quanto era accaduto con la sposa Cecilia e il motivo della sua visita. Allora Urbano, alzati gli occhi e le mani al cielo, benedì mille volte il Signore, il quale operava nella sua sposa Cecilia così grandi miracoli, e lo pregò di compiere con la sua misericordia l'opera incominciata. Appena terminò di parlare, ecco che un vecchio vestito di bianco, tenendo in mano un libro scritto a caratteri d'oro, apparve tutto splendente in mezzo al pontefice e a Valeriano. Il giovane, dinnanzi a quell'inaspettato fulgore, cadde a terra, ma il santo pontefice lo aiutò a rialzarsi, mentre il venerabile vecchio gli diceva, tenendo il libro aperto: “Leggi ciò che sta scritto”. Valeriano fissò il libro e incominciò a leggere: “Non vi è che un solo vero Dio, una sola è la vera fede, ed unico e solo è il battesimo.”. Allora il santo Pontefice disse: “Credete voi queste verità?” e, avendo il giovane risposto che le credeva, la visione disparve. Papa Urbano tenne con sé Valeriano per alcuni giorni, istruendolo nei misteri della fede cattolica, e poi lo battezzò, e lo rimandò tutto giulivo alla casa della sua sposa.

Cecilia stava intanto ritirata nella sua camera, e pregava il suo celeste Sposo di benedire il suo proposito; giunse Valeriano e, appena messo piede sulla soglia di quella camera benedetta, vide a fianco di Cecilia, che stava in preghiera, il suo angelo custode, sotto l'aspetto di un giovane vestito di bianco e brillante di viva luce. L'angelo teneva in mano due corone intrecciate di rose e di gigli celesti, fiori che sulla terra non si erano mai veduti, né si potevano trovare di tale bianchezza e purpureo colore, come per la squisita e sorprendente fragranza che emanavano.

Valeriano si gettò in ginocchio e iniziò a pregare, e vide con immensa consolazione che l'angelo di Dio si accostava presso di lui, e allo stesso tempo poneva ad ambedue gli sposi una corona sul capo, dicendo: “Ecco l'aureola, lo Sposo delle anime vergini vi fa un largo dono. Questi fiori colti dal giardino celeste, simboli della castità, in voi non appassiranno mai; sarete il buon odore di Gesù Cristo, e godrete sempre di tale eletta fragranza, né mai alcuno potrà mirarli, né sentirne il gradevolissimo odore, se non colui che come voi amerà la castità.”.

Sparita la visione, i due sposi rimangono come rapiti in contemplazione, rendendo a Dio eterne lodi. Ecco che in quel momento Tiburzio, fratello di Valeriano, entra nella stanza e rimane colpito da quel felice spettacolo, vede le due corone fiorite e ne sente il soavissimo odore, e attonito ne chiede la ragione. Istruito dai due santi sposi, anch'egli volle ricevere il Battesimo, e lo ricevette da papa Urbano, accompagnato dal fratello. Poco dopo, però, entrambi vennero martirizzati: era il 14 di aprile.

Morti che furono i due fratelli, il prefetto di Roma, Almachio, aspirando alle ricchezze da essi lasciate, chiamò a sé Cecilia come universale erede di tutti i loro beni, ma la santa Vergine già lo aveva anticipato: aveva venduto tutto quanto possedeva, e distribuito le sue ricchezze ai poveri.

Cecilia venne catturata dalle guardie che la condussero in prigione, ma i suoi carcerieri furono colpiti dal fatto che una così bella giovane andasse tutta lieta e contenta verso i tormenti; Cecilia era radiosa, aveva abbandonato tutte le sue ricchezze per mantenere la sua fede cattolica, e ciò impressionò fortemente le guardie, che iniziarono a commuoversi. Cecilia allora disse loro: “Non piangete miei cari fratelli, ma piuttosto gioite con me, perché mi viene concessa la sorte di morire per Gesù Cristo. Si vede bene che non conoscete cosa sia il martirio. Voi mi giudicate pazza per questa mia risoluzione, ma come potrà dirsi pazzo colui che dà il fango per ricevere dell'oro? Colui che sacrifica un fiore, che presto appassisce e vien meno, per avere una gemma che non ha prezzo? Che perde una vita, che fugge, che manca una felicità precaria e immaginaria, per meritare una vita eterna, una sorte invariabile, felice e piena di un vero e immenso bene? Per questo voi mi vedete così allegra, perché già mi avvicino e corro a grandi passi verso questa sospirata felicità!”.

Si era radunata molta gente per udire tali parole, quando ad un tratto la vergine, mossa da divino impulso, salì sopra un masso che si trovava lì vicino e domandò a quella moltitudine se veramente credeva quanto aveva appena detto riguardo a Dio. Miracolosamente! la folla rispose: “Sì crediamo quanto ci avete detto, e crediamo che Gesù Cristo, il quale parla in voi, sia il solo Dio che deve essere adorato!”. Allora Cecilia domandò: “Dunque volete voi essere cristiani?”. “Sì, lo vogliamo! Tocca a voi procurarci un sì gran bene!” risposero all'unanimità. Allora Cecilia spedì alcuni circostanti a chiedere al prefetto qualche ora di dilazione, e intanto mandò a chiamare sant'Urbano papa, il quale facendo loro ripetere la confessione della loro fede, battezzò in quel giorno più si quattrocento persone, le quali acquistarono per la maggior parte la corona del martirio successivamente.

Trionfante la nostra eroina per aver tolte tante anime al maligno, se ne andò al tribunale del prefetto, il quale, al veder l'aria nobile di quel maestoso volto, la modestia e la verecondia che sfavillava da ogni parte, represse tutta la sua collera, e la interrogò tutto mansueto riguardo ciò che avesse fatto delle sue ricchezze. Saputo che ebbe che le aveva lasciate ai poveri, egli per non inasprirsi iniziò questo discorso: “Non perdiamo tempo in sciocchezze: Cecilia, voi sapete che abbiamo nelle nostre mani il potere della vita e della morte”. Lo interruppe dolcemente la vergine: “Adagio, signore. Permettete che vi dica che siete voi in inganno, perché la pretesa di avere potere di vita e di morte, di cui voi vi vantate, è una chimera. Voi potete togliere la vita, è vero, come lo possono fare tutti gli uomini e le bestie; e in questo caso siete ministro della morte. Ma ditemi, potete voi dare una sola ora di vita a chi è morto? Anzi, potete voi conservare la vostra vita quanto vi pare e piace? Certamente no. Volete voi che vi dica chi sia Colui che solo tiene il potere di vita e di morte? Egli è il mio Dio, solo ed unico Creatore di tutte le cose, il vostro e mio Dio giudice supremo. Voi ci date la morte benché innocenti, e per questa vita così breve, funesta e misera che ci togliete, il mio Salvatore Gesù Cristo mi restituisce una vita esente da ogni male, piena di ogni pura felicità, beata, eterna; perciò non vi stupite, se vedete i cristiani correre con tanta gioia al braccio della morte. Io venero la vostra dignità, rispetto la vostra persona, ma credetemi che mi muovete a compassione nel vedere una persona ben nata, ben istruita come voi vivere ostinatamente nelle sacrileghe superstizioni pagane. Come mai potete adorare un tronco di legno, nato e cresciuto nelle selve, ridotto a forza di scalpello in una figura umana? Come tributare incensi ad un Giove, ad una Venere, empi e sacrileghi per i loro costumi e vergognose laidezze? Eppure la vostra cecità sorpassa tutto, e giunge all'estremo, cioè di scatenarsi con i più crudeli supplizi contro coloro che, nemici di tali empietà, si rivolgono ad adorare soltanto il vero, immortale e santissimo Dio. Testimoni ne siano il mio sposo Valeriano e il mio cognato Tiburzio, da voi recentemente condannati alla decapitazione, nonostante vi fosse nota la loro ingenuità, il loro lodevole costume, e la loro eroica carità. Si può vedere un'ingiustizia più enorme, una sentenza più ingiusta?”.

La santa avrebbe continuato a discorrere, ma il prefetto, temendo di essere sedotto dal suo eloquente discorso e avendo paura di qualche protesta del popolo, la mandò in prigione. Non ebbe coraggio di farla morire in pubblico, perché il popolo la amava troppo; dunque ordinò che fosse messa dentro una stufa bel riscaldata dal fuoco, così che morisse soffocata senza rumore. Ma dopo che seppe che Cecilia era viva e incolume dopo essere stata sottoposta a quel tormento un giorno e una notte interi, fece mandare un carnefice perché le tagliasse la testa. Il boia la colpì con tutta la sua forza per tre volte, ma in nessuno dei tre riuscì a recidere la testa dal busto; perciò, siccome la legge proibiva di sferrare altri colpi, se ne andò pieno di vergogna, lasciando la vergine in un bagno di sangue, scaturito dalle ferite al collo. I cristiani raccolsero il sangue della santa e, sopravvivendo ella per tre giorni, non cessò di confermare nella fede i già convertiti, e con le sue istruzioni guadagnò nuove anime a Gesù Cristo. Nell'anno 232, sotto l'impero di Alessandro Severo, finì il martirio di santa Cecilia. Il santo pontefice Urbano diede sepoltura al corpo della vergine nel cimitero di Callisto, e consacrò la sua casa facendola diventare una chiesa e un oratorio.

Sotto il pontificato di Pasquale I, per rivelazione avuta da santa Cecilia, egli trasportò le reliquie di lei assieme a quelle dei corpi di Valeriano e Tiburzio e papa Urbano nella chiesa fabbricata in suo onore nell'anno 821.

Riflessioni

Che bell’elogio e giusto encomio fanno alla nostra fede le parole, e la condotta di santa Cecilia! Chi ha potuto udire da quelle labbra piene d'infusa sapienza le verità, i misteri più sublimi spiegati, e confermati a meraviglia ha ben capito che non era la Vergine che parlava da sola, ma internamente era mossa dalla voce di quello Spirito Santo che dimora e fa la sua gioconda abitazione nelle anime pure, semplici, e caste. E' bene riflettere, dopo aver letto la vita di santa Cecilia, se le nostre parole, le nostre opere fanno onore a quella fede che professiamo. Immaginate se un gentile potesse udirvi parlare, e potesse vedervi trattare, in certe circostanze e luoghi, con tutte le persone con cui avete a che fare: che concetto si farebbe riguardo la nostra professione di fede? Se i fedeli si comportassero in modo scostumato, lontano dalla vera fede cattolica, quel gentile attonito esclamerebbe come mai possono accordarsi massime così sante, una fede così pura con una lingua così scorretta, con opere così immonde! Quale discapito ne trae la religione cristiana dalla dissolutezza dei fedeli! Avete anche voi l’angelo custode, che Dio vi ha mandato sin dalla vostra comparsa sulla terra. Pensate: egli, come fece con i due santi sposi, coronerebbe la vostra castità con gigli e rose? Intorno a voi si spargerebbe il soavissimo odore della purezza? Piacesse al cielo, che così fosse! Stiamo attenti a non fare in modo che l’angelo del Signore rivolga altrove il suo volto, da noi si ritiri, per non sentire l’ingratissimo odore dell'impurità! Amiamo questa bella e preziosa virtù della purezza, che tanto ci rende grati a Dio, agli angeli e agli uomini.


Veronica Tribbia


Documento stampato il 10/12/2018