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Il concetto di morte cerebrale e la crisi del pensiero cattolico

Commento alla Dichiarazione del 2008 della Pontificia Accademia delle Scienze 

Premessa

Come si intuisce facilmente gravissime sono le domande che la pratica dei trapianti d'organi, con espianto a cuore battente, pone alla Fede cristiana e che la Chiesa ha il dovere di affrontare con estrema fermezza e determinazione. Un tema come quello della morte cerebrale è uno snodo decisivo anche in vista di temi contigui come quello dell'eutanasia, ad esempio, e in generale, se mal impostato, può segnare un crollo gravissimo nella difesa della vita umana e dei diritti del malato e del morente. Il concetto di morte non è, evidentemente, un concetto qualsiasi, ma, al contrario, insieme a quello di vita, ha immensi riverberi a livello filosofico, culturale, teologico e finanche spirituale. La Chiesa non può accodarsi al pensiero mondano, scientifico, medico e lasciare che il cuore stesso di ciò che ci permette di accedere alla comprensione dell'umano - la morte, la vita - sia sottratto al suo Magistero e definito liberamente e sovranamente dalle forze dissolutorie della tecnocrazia mondialista che sta schiacciando senza pietà i popoli del mondo.

Ciò che ci accingiamo a fare consiste innanzitutto nell'analizzare e commentare il documento della Pontificia Accademia delle Scienze sulla morte cerebrale del 2008. 

Il nostro intervento è mosso dalla convinzione che, se si accetta il concetto di «morte cerebrale», ci si colloca sul piano inclinato di una deriva scientista e tecnocratica difficilmente controllabile.

Invitiamo il lettore inoltre a osservare come tutto il documento sia caratterizzato da una nota di fondo davvero inquietante: manca in esso ogni vera equanimità di giudizio, ogni valutazione sincera e aperta delle obiezioni che possono essere fatte al concetto di «morte cerebrale»; non c'è nessun confronto e studio autentico delle definizioni di morte proprie della Tradizione cattolica di sempre; non si mantiene un atteggiamento prudente e pieno di cautele verso una frontiera che, se varcata, può portare a esiti tragici. Non vi è, in poche parole uno sforzo di ricerca puro, disinteressato, onesto, ma lo sforzo di spingere a favore di una tesi assunta pregiudizialmente come vera, essendo l'unica politically correct e l'unica in grado di risparmiare alla Chiesa un duro scontro con le tenebrose forze che dominano il mondo, interessate a non trovare ostacoli nella manipolazione dell'umano.

Un falso sillogismo

Non senza aver ricordato che il testo della Pontificia Accademia, per quanto interessante e autorevole, non ha nessuna rilevanza magisteriale, anche perché in tale Accademia sono ammessi e sono stati ammessi in passato anche studiosi non cristiani o non-credenti, come Rita Levi Montalcini (atea e protagonista di battaglie a favore di aborto, divorzio, contraccezione, fecondazione artificiale e eutanasia), ne iniziamo una lettura commentata dei punti salienti partendo dal paragrafetto intitolato: «La nozione di morte cerebrale». 

«La nozione di “morte cerebrale” è stata introdotta in riferimento ad un nuovo criterio di accertamento della morte (capace di andare oltre i criteri relativi al cuore, alla respirazione e alla distruzione del soma) che si è evidenziato con le nuove scoperte sul funzionamento del cervello e il suo ruolo all’interno del corpo e che si è reso necessario a causa delle modificate situazioni cliniche che si sono venute a creare con l’impiego del respiratore e con la possibilità di sostenere gli organi umani nonostante la perdita dell’unità dell’organismo come insieme».

Si deve osservare subito che il tono trionfalistico con cui si parla di «nuove scoperte sul funzionamento del cervello» è del tutto fuori luogo; infatti se è vero che queste conoscenze sono aumentate e aumentano incessantemente, come è naturale, è altrettanto certo che più avanza la ricerca, più aumentano i dubbi e il senso di meraviglia rispetto alla incommensurabile complessità dell'organo cerebrale.

Ma questo inizio del documento dell'Accademia è debole anche per un altro motivo: enfatizzando il ruolo del cervello «all'interno del corpo» (un'espressione davvero infelice, perchè il cervello, al limite, è parte del corpo e non collocato al suo interno quasi come suo fondamento) si altera una corretta visione della vita e si impedisce la messa in opera dei concetti da sempre alla base della concezione cristiana della vita e dell'uomo.  Siamo di fronte, infatti, a un duplice processo riduzionistico: prima si riduce il corpo al cervello; poi si riduce la vita a un certo grado di attività del cervello stesso. Questo errore concettuale - si noti questo dualismo cartesiano fra res cogitans e res extensa introdotto surrettiziamente - è in realtà voluto e consapevole, perchè tutta l'architettura della nuova visione della morte da parte della Pontificia Accademia ha come suo fondamento proprio questa grossolana manomissione del concetto di corpo umano e di vita: il corpo dell'uomo (cervello incluso) non è più pensato come vivo in quanto «animato», vivificato da un principio spirituale, l'anima razionale immortale, ad esso strettamente congiunto, ma è pensato come vivo in quanto il cervello (ciò che è solo una sua parte, per quanto nobile e complessa, un suo organo) si mantiene al di sopra della soglia di funzionamento ritenuta essenziale per garantire l'unità dell'insieme del corpo.

Ecco così svelato il sillogismo apparente dei membri della Pontificia Accademia:

A) premessa maggiore: il fondamento dell'unità dell'organismo corporeo umano (ovvero della vita) è il cervello (e non più l'anima!!);

B) premessa minore: se il cervello scende sotto certe soglie di “funzionamento”, ovvero sotto certi parametri neurologico-strumentali di funzionamento, e di rilevamento del suo funzionamento, il cervello è in stato di «morte cerebrale»;

C) se il cervello è in stato di morte cerebrale si deve ammettere la inevitabile «perdita dell'unità dell'organismo come insieme», nonostante la tecnologia medica attuale permetta di «sostenere gli organi umani».  

 La morte cerebrale “è” la morte?

Il testo della Pontificia accademia prosegue cercando con accorti funambolismi di destreggiarsi fra le contraddizioni.

 «La morte cerebrale è la morte.

Quello di morte cerebrale è stato un concetto molto importante ed utile per la medicina clinica, ma continua ad incontrare resistenza in certi ambienti. Le ragioni di questa resistenza fanno sorgere delle domande da rivolgere ai neurologi, che sono forse nella posizione migliore per identificare i rischi nascosti di tale controversa questione. Per coerenza, è importante chiarire da subito che la morte cerebrale non è sinonimo di morte, non implica la morte né è pari alla morte, ma “è” morte».

Il passo appena letto è altamente significativo in quanto indica il tipo di ”logica”, se vogliamo chiamarla così, che è sottesa alla bioetica cattolica attuale, riflessioni bioetiche fondate evidentemente su un miserabile abbandono della sana filosofia e della sana teologia, in altre parole sull'abbandono della ragione, almeno se assunta come fondata sul principio di non-contraddizione.

Si parta considerando la frase: «Quello di morte cerebrale è stato un concetto molto importante ed utile per la medicina clinica, ma continua ad incontrare resistenza in certi ambienti». Innanzitutto si noti come viene ammesso che il concetto di morte cerebrale è «utile» per la medicina clinica. «Utile» qui significa comodo, efficace sul piano pratico, in grado di permettere pratiche altrimenti illecite, come abbiamo chiarito anche poco sopra. Ora, si deve osservare che un concetto in generale non può essere, e non importa che sia, utile o non utile, l'utilità esula dalle finalità di un concetto. Un concetto è importante che sia vero, non che sia utile, a meno di scivolare in una visione pragmatista e storicista di verità dove volta a volta può legittimamente essere considerato come vero ciò che si manifesta nel tempo presente come, appunto, pragmaticamente, sul piano dell'agire, più utile. Ma una simile visione non solo non ha più nulla a che fare con la tradizione della philosophia perennis, ma non può essere posto a fondamento di riflessioni coerenti con la Fede cristiana. Se è vero ciò che è utile e in quanto è utile, chi potrà impedire domani a un vescovo deviato e senza Fede di definire come lecito l'aborto in quanto in certi contesti e condizioni potrebbe essere considerato utile?

A conferma della rinuncia implicita al principio di non contraddizione rileggiamo con più attenzione l'ultima parte del brano citato: «Per coerenza, è importante chiarire da subito che la morte cerebrale non è sinonimo di morte, non implica la morte né è pari alla morte, ma “è” morte». Il passo fa quasi pensare a uno scivolamento in qualche forma di psicosi collettiva da parte di tutta la Pontificia Accademia: siamo in pieno bi-pensiero orwelliano e il bello è che il periodo si apre con un appello alla «coerenza». Dunque, come nella dialettica hegeliana e nella teologia neo-modernista oggi imperante, abbandonato il principio di non-contraddizione tutto diventa possibile: ci viene, infatti, “chiarito” che

A) la morte cerebrale non è sinonimo di morte;

B) non implica la morte; 

C) né è pari alla morte

MA

D) è morte!

Ora come si possono predicare nello stesso tempo e nello stesso senso di una stessa realtà due attributi che sono fra loro in un rapporto di contraddizione formale? Qui si dice, infatti, che la morte cerebrale nello stesso tempo non è morte ed è morte!! Gli estensori del documento si riducono così da loro stessi all'assurdo, affermando che una cosa è e non-è un'altra cosa. 

La strettoia logica in cui si viene così a trovare ogni sostenitore della «morte cerebrale» è in tal modo perfettamente delineata: o «morte cerebrale» e «morte dell'individuo» sono la stessa cosa (e allora posso operare gli espianti); o non sono la stessa cosa, come afferma la Pontificia Accademia. Se non sono la stessa cosa chi è in stato di «morte cerebrale» non è in realtà morto e allora non sono leciti gli espianti d'organo (perchè non posso espiantare chi è ancora vivo, in quanto così ne causerei realmente la morte).           

Si potrebbe terminare qui l'analisi , se non fosse che dallo strano groviglio logico appena messo in luce si traggono perniciose e ingiustificate conseguenze, che occorre analizzare attentamente. 

Il testo che stiamo analizzando prosegue cercando di convincere il lettore che la grande svolta dell'ammissione del concetto di «morte cerebrale» non deve preoccupare, ma notiamo come sia già in realtà preoccupante questa esplicita intenzione tranquillizzante. Il fine che gli estensori del documento che stiamo analizzando si propongono è racchiuso nel titolo della sezione: «Perchè il concetto di morte cerebrale è valido come definizione della morte».

Ma vediamo un passo più ampio:

 «Il concetto di morte cerebrale non cerca di promuovere la nozione che vi è più di una forma di morte. Piuttosto, questa terminologia specifica si riferisce ad uno stato particolare, all’interno di una sequenza di eventi, che costituisce la morte di un individuo» (sottolineatura nostra).

Qui vi è già una manomissione concettuale grave; infatti, la morte cerebrale viene definita uno «stato particolare all'interno di una sequenza di eventi che costituisce la morte dell'individuo». L'errore è qui definire la morte come una «sequenza di eventi», ovvero come un processo: infatti, fare questo significa confondere l'evento istantaneo della morte, che, per la teologia cristiana, consiste e si produce con la separazione dell'anima dal corpo, con il processo appunto che conduce alla morte, ovvero con l'agonia, che è effettivamente un processo e durante il quale si può anche ammettere che avvenga ciò che viene chiamato «morte cerebrale», che altro non è che il collasso di un organo del nostro corpo. Ma ribadiamo che è assurdo chiamare la morte un processo, una sequenza di eventi.  

Naturalmente, in questa confusione di concetti, che essa sia creata ad arte o sia risultato involontario di una schietta confusione concettuale, tutto diventa possibile, in quanto morte e morte cerebrale, dopo essere state distinte vengono continuamente confuse e usate sinonimicamente e, nello stesso tempo, morte e processo che conduce alla morte sono a loro volta sovrapposti e confusi, mirando a farli percepire come due cose in realtà uguali. 

Siamo con ciò già al cuore dello stratagemma utilizzato dalla Pontificia Accademia per far passare la pratica dell'espianto d'organi a cuore battente: dissolvere il concetto classico di morte, passando all'idea che il processo che culmina con la morte possa già essere chiamato morte e coincida, in ultima istanza, con essa.

Continuiamo la nostra analisi badando sempre a come gli estensori del documento cerchino di produrre una serie di successivi smottamenti argomentativi che dovrebbero, si presume, tranquillizzare il lettore e scioglierne le riserve rispetto al concetto di morte cerebrale.

 «Perciò, morte cerebrale significa (che, n.d.r) Il cervello è morto e il funzionamento degli altri organi viene mantenuto direttamente e indirettamente da mezzi artificiali.

(…) La tecnologia può preservare gli organi di una persona morta (che sia stata adeguatamente dichiarata morta secondo i criteri neurologici) per un certo lasso di tempo, che di solito va da qualche ora a qualche giorno, raramente oltre. Ciononostante, quell’individuo è morto. La morte è la fine di un processo (sottolineatura nostra).

Questo processo inizia con un fatto irreversibile per la salute, ovvero l’inizio della cessazione delle funzioni integrative esercitate dal cervello e dal tronco encefalico sul corpo. Esso termina con la morte cerebrale, ovvero con la morte dell’individuo» (p.23).

Si noti, come già accennato, anche in questo passo il continuo confondere «morte» e «morte cerebrale», «morte» e «processo che conduce alla morte». Il ragionamento che in realtà si sta cercando di compiere - ed è gravissimo che su tale schema argomentativo convergano bioetica laica e cattolica - è il seguente: poiché si danno casi in cui una persona agonizzante ha in atto un processo degenerativo del cervello gravissimo e irreversibile che è certo che sfocerà nella morte dell'individuo stesso, possiamo considerare quella persona come già morta. In altre parole tutto il tema della «morte cerebrale» si regge su questo sofisma: poiché lo stato di «morte cerebrale» è altamente probabile - o certo - che sfocerà nella morte biologica completa dell'organismo, intesa secondo i canoni classici (completo e permanente arresto cardio-circolatorio), allora, forti di questa certezza possiamo trattare come se fosse già morto colui che è ormai sicuramente prossimo alla morte. 

La certezza che certi stati di grave compromissione e patologia dell'encefalo attivino un processo che culminerà con la morte, si ritiene che autorizzi a trattare l'agonizzante come un morto: va però notato che, anche qualora questa certezza fosse davvero tale, rimarrebbe vero che è illecito confondere il processo che sfocerà nella morte, con la morte stessa.

Il passaggio chiave, nel pericolante castello argomentativo della Pontificia Accademia, è quello mirato a dimostrare che se il cervello è morto, la persona nella sua totalità è morta, anche se altri suoi organi (anzi, la totalità degli altri suoi organi vitali) sono vivi:   

«La tecnologia può preservare gli organi di una persona morta (che sia stata adeguatamente dichiarata morta secondo i criteri neurologici) per un certo lasso di tempo».

Il problema è, però, che - come si può vedere dal passo appena citato - non vi è nessuna dimostrazione di questo fatto, ovvero del fatto che la persona in stato di morte cerebrale sia morta. Semplicemente si assume che così sia; si dà per scontato che la morte del cervello sia la morte dell'individuo (e non semplicemente l'inizio di un processo che culminerà con la morte dell'individuo). Siamo di fronte a una scelta non realmente supportata da argomentazioni, ma da pseudo-argomentazioni. 

Le fragili ragioni di questa scelta (tutta politica e utilitaristica) si fondano, infatti, su due assunti totalmente indimostrati, ovvero su scelte convenzionali, pratiche, che di scientifico non hanno nulla, anche se ci vengono proposte all'interno di discorsi e paludamenti terminologici esteriori di tipo para-scientifico.

Ecco i due assunti:

a) il cervello non è più solo un organo, ma il fondamento stesso dell'unità corporea, l'elemento che opera come causa della vita dell'organismo corporeo e che ne integra le funzioni (falso: il fondamento dell'unità ontologica, e biologica, dell'organismo corporeo è l'anima);

b) la morte del cervello è la morte dell'organismo corporeo, anche se gli organi vitali continuano a vivere grazie a delle macchine, proprio perchè «vivono» solo grazie a un supporto tecnologico che, se rimosso, ne causerebbe la morte (falso: la necessità di ricorrere a delle macchine per mantenere in essere funzioni vitali come quelle cardio-respiratorie non è sufficiente a dimostrare che è sopravvenuta la morte; infatti, in un vero morto nessun supporto tecnologico permette il mantenimento anche della più piccola funzione vitale).

Insomma, prima si riduce il corpo al cervello e, successivamente, con una perversa coerenza, si nega di poter considerare vivo un corpo che conserva le altre funzioni vitali, grazie all'ausilio di macchine.

A questo punto gli estensori del documento si compiacciono di descrivere un processo di collasso delle funzioni cerebrali con edema cerebrale e aumento della pressione intracraniale concludendo con il dire che la «morte cerebrale e la morte dell’individuo avvengono alla fine di questo processo». Si noti che, come in tutto il testo, si continua a fare confusione e a usare in modo equivoco e ambiguo i termini «morte cerebrale» e «morte», negando nei fatti la asserita diversità fra i due fenomeni affermata all'inizio. Qui, infatti, «morte» e «morte cerebrale» sembrano avvenire nello stesso momento.

«Vi è un secondo processo che inizia con la morte   dell’individuo e implica la decomposizione del cadavere e la morte di tutte le cellule. (...). Oggi, pensare che sia necessario mantenere i sottosistemi di un cadavere sostenuto artificialmente, e attendere la morte di tutte le cellule del corpo prima di dichiarare la morte di un individuo, significherebbe confondere questi due processi. Quest’ultimo approccio è stato definito “accanimento terapeutico” o, in modo più specifico, il rallentamento dell’inesorabile decomposizione di un cadavere attraverso l’impiego di strumenti artificiali» (p.24).

Il passo appena letto fa non poca confusione, anziché chiarire il problema; infatti afferma che, dopo la morte dell'individuo, inizia il processo di decomposizione del cadavere: fin qui nulla da eccepire, se non fosse che, naturalmente, queste frasi vengono scritte partendo dal presupposto che una persona in stato di «morte cerebrale» sia un cadavere. Se, effettivamente, è un cadavere, non ha senso, secondo gli esperti della Pontificia Accademia, «mantenere i sottosistemi»; concetto sibillino che va ritradotto così: non ha senso proteggere e non utilizzare per un trapianto cuore, fegato, reni e altri sottosistemi organici visto che appartengono a un cadavere e che hanno una parvenza di vita solo grazie ad apparecchiature artificiali. Se noi, mantenendo i sottosistemi in vita artificialmente, attendessimo che il morto si decomponga per dichiararlo morto, confonderemmo la morte con la decomposizione, confonderemmo il processo della morte (abbiamo visto come assurdamente la morte sia equiparata a un processo) con il processo della decomposizione e scadremmo nell'accanimento terapeutico.

La risposta che diamo è che fino a che un individuo non inizia a decomporsi non è morto, in quanto il processo di decomposizione è, ed è sempre stato considerato fra tutti, il segno più certo dell'avvenuta morte. Nessuno ritiene che si debba mantenere in vita artificialmente a oltranza ogni persona entrata in agonia o prossima alla morte e non a caso la legge prevede che chiunque possa chiedere che ci si astenga dal curarlo o dal sottoporlo a terapia (e, come noto, firmando una liberatoria, si può lasciare in qualunque momento l'ospedale, senza che sia influente a tal fine il tipo di patologia dalla quale si è affetti).

In caso di gravi incidenti coinvolgenti l'encefalo con danni gravissimi e irreversibili, andrebbero applicati i protocolli della terapia d'urgenza, cercando di rianimare il paziente e di ripristinarne le funzionalità, ma evitando di accanirsi terapeuticamente sullo stesso.   Senz'altro fino a che il morente non è morto, non è lecito intervenire sul suo corpo con espianti d'organo solo fondandosi sulla certezza che morirà. Ed è comunque scorretta e da rifiutarsi una scelta che vede due soli poli contrapporsi: l'espianto d'organi o un illimitato accanimento terapeutico. Esiste ed è ampiamente praticabile la via del normale andare incontro alla morte senza né subire espianti d'organo a cuore battente, né irragionevoli terapie ad oltranza in sala di rianimazione.

Continuiamo ora a commentare il testo, intercalandolo con alcune brevi osservazioni:

«Il consenso sulla morte cerebrale. Il criterio di morte cerebrale come morte dell’individuo è stato stabilito circa quarant’anni fa e, da quel momento in poi, il consenso a riguardo è andato aumentando. (...) Purtroppo le spiegazioni di questo concetto che gli scienziati hanno rivolto all’opinione pubblica sono insufficienti e andrebbero rivedute e corrette» (sottolineatura nostra) (p. 24).

È opportuno osservare che l'utilizzo dell'argomentazione che sottolinea come vi sia un largo consenso da parte della maggior parte delle nazioni sviluppate sul concetto di «morte cerebrale» si possa rovesciare di segno: infatti il campo medico-sanitario, soprattutto nei paesi sviluppati, è uno dei settori dove più forte è la pressione degli apparati industriali farmacologici e dove le multinazionali e la grande finanza hanno più interessi e più capacità di esercitare pressioni sui governi e sull'opinione pubblica. In altre parole, questo consenso, questa unanimità non solo è del tutto scontata, perché, in un certo senso, siamo di fronte a un unico apparato sanitario ormai di estensione mondiale, illusoriamente suddiviso in singole nazioni, ma è, inoltre, un consenso inquietante, perchè mostra che le prassi mediche sono ormai imposte in modo totalitario e senza che a livello accademico e culturale ci sia lo spazio per un autentico dissenso e per un dibattito davvero aperto e libero. Si nota non casualmente un tono di condanna e di sospetto verso i pochi dissenzienti e si percepisce lo scivolamento verso un giudizio moralisticamente severo contro chiunque abbia riserve anche argomentate. Da un lato l'unanimismo è cercato a tutti i costi e imposto pseudo-democraticamente con le procedure di funzionamento tipiche dei comitati di bioetica e del mondo universitario; dall'altro si usa poi l'unanimità apparente dei consensi (in realtà dolcemente “forzati”, nel senso che è reso politicamente scorretto non darlo) come argomento a favore della bontà della nozione di «morte cerebrale». La Chiesa e i suoi organi, però, dovrebbero avere il coraggio di dissociarsi da questo perverso meccanismo.

Ma il passo più significativo è quello seguente:

«Purtroppo le spiegazioni di questo concetto che gli scienziati hanno rivolto all’opinione pubblica sono insufficienti e andrebbero rivedute e corrette» (sottolineatura nostra). 

Penso a nessuno sfugga la gravità di quanto appena letto: la Pontificia Accademia riconosce che le «spiegazioni» date finora dalla comunità scientifica del concetto di morte cerebrale sono insufficienti e andrebbero «rivedute e corrette». Ma dove una comunità scientifica, in questo caso i massimi esperti di neurologia e di anatomo-patologia a livello mondiale, non è in grado di dare spiegazioni sufficienti, ovvero chiare, corrette, fondate su dimostrazioni incontrovertibili e condivise da tutti, significa che ci si trova di fronte non a risultati scientifici consolidati, ma, nell'ipotesi migliore, a valutazioni scientifiche allo stato nascente, solo probabili, non certe, a ipotesi che occorre ancora vagliare con molta prudenza. Su basi simili non si gioca con leggi che determinano la vita o la morte delle persone e il confine fra le due dimensioni; piuttosto occorrerebbe avere l'umiltà di sospendere il giudizio sulla morte cerebrale - e le prassi espiantiste ad essa collegate - in attesa di una chiarificazione effettiva del tema.

Che qualcosa non vada nel meccanismo dimostrativo sviluppato finora nel testo emerge anche dal passo successivo:

«Occorre raggiungere una convergenza di vedute e stabilire insieme una terminologia comune» (sottolineatura nostra).  

Curioso come, dopo aver sottolineato la sostanziale unanimità sulla morte cerebrale, ci si lamenti del fatto che ancora «occorre raggiungere una convergenza di vedute». Allora la convergenza non c'è, evidentemente, e questo è già significativo se si pensa che sul criterio tradizionale per stabilire la morte, il criterio cardio-respiratorio, la convergenza è sempre stata massima, per non dire assoluta.

La cosa più grave, però, è un'altra ed è, precisamente, data dal fatto che si pretende la convergenza di vedute, come se questa potesse essere forzata o avesse un'opportunità fondamentalmente politica. È difficile immaginare un atteggiamento più lontano dallo spirito autenticamente scientifico, che non cerca mai forzature, ma che anzi alimenta e forza i dubbi non accettando mai facili soluzioni e accomodamenti pratici.

«Inoltre, le organizzazioni internazionali dovrebbero cercare di impiegare gli stessi termini e definizioni, che sarebbero d’aiuto nel formulare la legislazione» (sottolineatura nostra).  

Anche qui si ha un curioso “volontarismo” ben poco scientifico nel pretendere l'uso degli stessi termini: infatti, in campo medico-scientifico l'uso internazionale degli stessi termini non è un optional, non è qualcosa che può anche non esserci, ma è ciò che costituisce, per così dire, l'essenza stessa del prodursi di un discorso scientifico. In verità ciò che il testo non dice, ma che è ben noto agli esperti, è che qui non si tratta solo di una diversificazione di termini, come se ci si trovasse di fronte a una questione puramente nominalistica, ma di dubbi e di scelte interpretative a oggi difficilmente conciliabili. In altre parole, è in gioco la sostanza delle cose e non semplicemente i termini che si usano per descriverle. Faccio un solo esempio: vi sono legislazioni, quella inglese per esempio, nelle quali è sufficiente il collasso completo del tronco encefalico per parlare di morte cerebrale; altre legislazioni, in cui questo non è sufficiente e si deve avere   anche la “morte” dell'encefalo. Già solo una differenza come questa fa comprendere la gravità della situazione. Come fidarsi dell'uso di un concetto sul quale neppure le comunità scientifiche di diversi Stati occidentali sono d'accordo?

Valutiamo adesso un altro errore concettuale forse ancora più grave.

«Naturalmente, l’opinione pubblica deve convincersi che il criterio della morte cerebrale viene applicato col massimo rigore e con la massima efficacia. I governi dovrebbero fare in modo che vengano fornite risorse adeguate, esperienza professionale e quadri normativi per raggiungere questo obiettivo» (sottolineatura nostra) (p. 24).  

Ora il punto non è se l'opinione pubblica è convinta o meno che il criterio della morte cerebrale venga applicato con il massimo rigore, ma se è applicato di fatto con il massimo rigore, al di là di ciò che ne pensa l'opinione pubblica. Inoltre facciamo notare che su questo punto, qualunque rassicurazione teorica e astratta venga data, qualunque protocollo o procedura di controllo venga pianificato, non basterà mai a rassicurare veramente nessuno, in quanto i tecnici, ovvero i medici e i neurologi che dovranno applicare i protocolli potrebbero in più di un caso non rispettarli. Viceversa il criterio tradizionale di morte come arresto cardio-circolatorio e respiratorio permanente, con i lunghi tempi di attesa (fino a 48 ore) prima di dichiarare anche giuridicamente la persona come morta, non permetteva certo errori o manipolazioni dolose dei certificati.  

Nulla impedisce di pensare che, in un contesto di crescente pressione sulla necessità di avere organi a disposizione da trapiantare, per ridurre le liste d'attesa e «salvare vite», i neurologi chiamati a pronunciarsi su casi di possibile «morte cerebrale» siano sempre più tentati di forzare i protocolli, convinti di trovarsi comunque di fronte a vite indegne di essere vissute, per i gravi danni all'encefalo subiti, anche se non esattamente in stato di «morte cerebrale». Studi sul comportamento adottato dai medici olandesi in riferimento alla pratica dell'eutanasia, soprattutto su neonati affetti da malformazioni, sembrerebbero mostrare che le strettoie e i vincoli previsti dalla legge facilmente vengono fatti saltare. Lo stesso è presumibile che accadrà con gli espianti a cuore battente e con la «morte cerebrale». Convinti di fare il bene sia della persona affetta da gravi danni permanenti all'encefalo, sia del ricevente gli organi, molti medici, anche in buona fede, potrebbero essere indotti, col tempo, a non rispettare tutti i vincoli che la legge pone.

Il falso paragone con il caso Galileo

«Una realtà che sembra un controsenso. La storia della scienza e della medicina sono costellate di scoperte così contrarie alle nostre percezioni da sembrare dei controsensi. Così come è stato difficile per il senso comune accettare, ai tempi di Copernico e Galileo, che la terra non fosse immobile, allo stesso modo è a volte difficile oggigiorno accettare che un corpo con un cuore che batte ed una pulsazione sia “morto” e quindi un cadavere; “la morte col battito cardiaco” sembra sfidare le nostre percezioni comuni. Questo è dovuto in parte al fatto che il cervello morto, come la terra che si muove, non possono essere visti, concettualizzati o sperimentati dall’osservatore» (sottolineatura nostra) (p. 25).

Sarebbe interessante sapere chi, fra i membri della Commissione, ha avuto la bella pensata di fare questo paragone fra scoperte galileiane e «morte cerebrale», perché il paragone è del tutto insussistente. Innanzitutto, visto che viene citato, del tutto a sproposito, anche Copernico, ricordiamo che lo stesso studioso polacco avanzò la sua tesi eliocentrica sulla base degli studi platonici e neoplatonici che aveva compiuto in Italia ed esclusivamente mosso dalla ricerca di un processo matematico più semplice per calcolare la posizione degli astri, rispetto a quello necessario in base alla teoria tolemaica. Copernico non aveva alcuna evidenza empirica o osservativa che la sua ipotesi fosse giusta e corretta (non casualmente e non scorrettamente Osiander, il prefatore del De revolutionibus orbium celestium, sottolineò che si trattava di una semplice ipotesi matematica). Allo stesso modo ai tempi di Galileo, non si aveva ancora la certezza dimostrativa che la Terra si muovesse intorno al Sole e la prova più importante che Galileo credeva di poter addurre a favore della rotazione della Terra, le maree, era già stata confutata - lui vivente - da Keplero. Per essere aderenti al paragone dovremmo dire che oggi come allora la Chiesa dovrebbe avanzare con i piedi di piombo e sospendere il giudizio di fronte a definizioni assai dubbie circa la sussistenza di uno stato di morte cerebrale.

Ma il paragone è falso e scorretto non solo nel merito, ma anche nel metodo, in quanto la rotazione della Terra e il suo moto di rivoluzione intorno al Sole sono, in ultima istanza, fatti empirici constatabili strumentalmente (si pensi al pendolo di Foucault) e passibili di analisi e di modellizzazione matematica e di dimostrazione (leggi di Keplero e Newton). In definitiva si tratta di definire e misurare il rapporto matematico fra tempi, velocità, orbite di corpi celesti in movimento nello spazio e di trovare le leggi che regolano questo moto. Viceversa il concetto di «morte cerebrale» esprime solo una scelta, una convenzione che di scientifico non ha nulla e che ha invece molto di afferente nel campo della politica sanitaria. Commissioni di esperti e comitati di bioetica si riuniscono e decidono con votazione a maggioranza che una certa realtà (un certo grado di danno cerebrale, di compromissione dell'attività dell'encefalo) da quel momento in poi sarà equiparato alla morte. Un parlamento ascolta il relatore della commissione sanità e poi vota e, a maggioranza, decide che esiste la «morte cerebrale». Processi di questo tipo non hanno niente a che fare con la scienza, ma molto a che fare con una pseudo-scienza in grado di mascherare, dietro le leggi dello Stato prodotte e ideologicamente supportate dagli stessi tecnici, la vacuità e l'infondatezza delle sue decisioni.

Non risulta, infatti, che la legge di gravitazione universale o il teorema di Gauss siano passati attraverso voti di comitati e parlamenti per avere il titolo di scientifici. La natura del tutto convenzionale e per nulla scientifica del concetto di «morte cerebrale» emerge, appunto, dal fatto che non si tratta di uno stato di morte oggettivo secondo i parametri classici a cui si dà un nome nuovo, ma di uno stato fisiologico particolare, radicalmente diverso dai parametri classici di morte, al quale per convenienza si decide di dare il nome di «morte».

Uso modernistico di sant'Agostino

I membri della Pontificia Accademia sono in gran parte teologi e come tali non potevano non dare un qualche puntello dottrinale alla loro ferma volontà di sdoganare il concetto di «morte cerebrale» e cosa di meglio del pescare un passo di Sant'Agostino che sembra scritto apposta per loro? Ecco la citazione:

«Eppure, come emerso durante le discussioni della conferenza, il criterio di morte cerebrale è compatibile a livello filosofico e teologico con una visione non funzionalista dell’uomo. Lo stesso Sant’Agostino, che certamente non identificava il cervello con la mente o con l’anima, fu capace di dire che “quando il cervello tramite il quale è governato il corpo viene meno”, l’anima si separa dal corpo: “Infine, quando queste funzioni [del cervello] che sono, per così dire, a servizio dell’anima – a causa di un difetto o turbamento qualunque vengono a cessare completamente poiché non agiscono più i messaggeri delle sensazioni e gli agenti del movimento, si ha l’impressione che l’anima non ha più motivo d’esser presente [al corpo] e se ne allontana” (sottolineatura nostra) (De Gen. ad lit., L. VII, cap. 19;PL 34, 365)».

Si noti che sant'Agostino dice solo che «si ha l'impressione che l'anima non ha più motivo d'esser presente al corpo e se ne allontana»: allude, dunque, a qualcosa di molto diverso dalla certezza che le cose stiano così. Ma la cosa più grave è un'altra: questa opinione di sant'Agostino è un caso raro e isolato e bisogna sempre ricordare   che le tesi teologiche dei padri della Chiesa hanno valore di insegnamento infallibile o prossimo all'infallibilità solo quando godono di una maggioranza almeno morale (che non significa la totalità matematica dei Padri, ma una loro parte decisamente maggioritaria). 

La posizione di Giovanni Paolo II

Simile all'uso fatto di sant'Agostino è quello fatto di un discorso di Giovanni Paolo II al Congresso Internazionale della Società dei trapianti del 29 agosto 2000. Il discorso, infatti, oltre a non essere particolarmente autorevole sul piano magisteriale (probabilmente si tratta di una autorevole e rispettabile opinione teologica di Karol Woitilja come doctor privatus, perchè se si legge il testo nella sua integralità non appare evidente la volontà di insegnare al mondo cattolico; non viene proposta una norma morale da tenersi come vincolante; non vengono condannati gli errori opposti alla dottrina insegnata e compaiono, infine, formule almeno parzialmente dubitative come «appare», anziché «è», che escludono la presenza sicura di un atto di insegnamento anche solo autentico). Ecco come viene citato il testo:

«Infatti, il criterio di morte cerebrale è compatibile con quello della “sana antropologia” di Giovanni Paolo II, che vede la morte come separazione dell’anima dal corpo, “consistente nella totale disintegrazione di quel complesso unitario ed integrato che la persona in se stessa è”; perciò in relazione al criterio di morte cerebrale, il Papa ha potuto dichiarare “il recente criterio di accertamento della morte, cioè la cessazione totale ed irreversibile di ogni attività encefalica (nel cervello, cervelletto e tronco encefalico), se applicato scrupolosamente, non appare in contrasto con gli elementi essenziali di una corretta concezione antropologica” (sottolineatura nostra) (Cf. Discorso del 29 agosto 2000 al 18° Congresso Internazionale della Società dei Trapianti).

Si noti, confrontando le parti sottolineate nel testo della Pontificia Accademia con il testo originale sottocitato, la sottile inversione concettuale che si è cercato di introdurre surrettiziamente: nel primo caso si stabilisce un rapporto causale tale per cui la disintegrazione del complesso unitario e integrato della corporeità individuale diviene causa della morte; mentre nel testo originale, che riportiamo sotto, la disintegrazione del complesso unitario è presentato come conseguenza, e non come causa, della separazione dell'anima dal corpo. Ecco il testo originale del papa:

«Al riguardo, è opportuno ricordare che esiste una sola "morte della persona", consistente nella totale disintegrazione di quel complesso unitario ed integrato che la persona in se stessa è, come conseguenza della separazione del principio vitale, o anima, della persona dalla sua corporeità. La morte della persona, intesa in questo senso radicale, è un evento che non può essere direttamente individuato da nessuna tecnica scientifica o metodica empirica» (sottolineatura nostra) (Discorso del 29 agosto 2000; sott. nostre). 

Significativo è anche il fatto che venga omessa l'ultima parte della nostra citazione, quella che ricorda una verità elementare, ma volutamente obliata dai neurologi - e dagli uomini di Chiesa - favorevoli alla «morte cerebrale»: che la morte, intesa come evento puntuale e metafisico consistente nell'attimo in cui l'anima si separa completamente dal corpo, non è evento scientificamente osservabile o rilevabile, essendo l'anima realtà puramente spirituale che nessuno strumento, evidentemente, e nessuna scienza può osservare.

Poiché la morte come evento non si può osservare, ciò che può essere osservato sono solo i segni che la morte è già avvenuta. Modificare i segni che indicano che la morte è avvenuta riducendoli a un certo grado di danni e di inattività cerebrali è, però, questione di una pura e semplice scelta politica, sanitaria e parlamentare, perchè, ammesso che si possa dimostrare che il cervello è l'organo esclusivo   che mantiene l'unità del corpo come totalità integrata, un grado minimo di unità è necessario ammetterlo fino a che battito cardiaco e respirazione sono in essere e poco rileva che siano in essere grazie ad uno strumento meccanico come il respiratore. Se forse non basta il loro essere in atto a produrre la certezza che l'anima è ancora unita al corpo, sicuramente non basta a dare la certezza che lo abbia lasciato. È semplice questione di onestà intellettuale riconoscere che si è di fronte ad un dubbio irrisolvibile, sia dalla scienza, che dalla morale o dalla teologia e nel dubbio bisogna astenersi. Vale, infatti, qui il famoso esempio che si usa contro l'aborto: se di notte mentre guido vedo qualcosa di nero che mi attraversa la strada e ho il sospetto, la vaga idea che si tratti di un sacco della spazzatura mosso dal vento, in assenza della certezza che la mia idea sia corretta, di sicuro non accelero per investire l'oggetto, ma rallento e freno, per prudenza, per evitare di uccidere eventualmente un uomo. Non posso con una votazione di parlamenti addomesticati o di comitati di bioetica di dubbia composizione (ed è per definizione dubbio qualsiasi organo o comitato che ospiti al suo interno dei non-cattolici, degli atei, degli agnostici o degli appartenenti ad altre religioni) decidere a maggioranza che l'ombra nera è solo un sacco e non un uomo ancora vivo. 

In modo molto più articolato già Hans Jonas, negli anni Settanta, aveva sviluppato un’interessante critica al concetto di morte cerebrale, basata essenzialmente proprio sul problema della non-conoscibilità della morte.   

Conclusione       

Quanto detto sinora tratta un tema delicatissimo che esigerebbe una vigilanza altissima da parte della Chiesa, perchè non presidiarlo correttamente può aprire la porta a scenari che è poco definire spaventosi.

È urgente che il dibattito sulla «morte cerebrale» venga riaperto e condotto con una decisione e una radicalità ben maggiori di quelle utilizzate finora dagli uomini di Chiesa, affrontando il tema secondo il rigore metodologico della sana filosofia, sforzandosi di confutarla e di falsificarne il concetto e mostrando con più onestà le gravissime conseguenze che ben presto si avranno se la Chiesa Docente accettasse, per assurdo, che su un tema così delicato l'agenda, il metodo, i contenuti e il linguaggio le venissero dettati dal mondo scientifico e dagli apparati medico-sanitari, controllati capillarmente dalla grande finanza e dall'usura internazionale. Un mondo medico, politico, scientifico, democrazie parlamentari che hanno accettato e diffuso l'aborto, che stanno per introdurre il matrimonio fra omosessuali, che stanno accettando e diffondendo pratiche eutanasiche non è un mondo di cui ci si può fidare, ma un mondo del quale bisogna sospettare e contro il quale bisogna lottare da veri cattolici, senza paura di spiacergli e senza temerne la persecuzione, perchè si avvicina l'ora nella quale tutti i cristiani di buona volontà saranno drammaticamente posti di fronte alla necessità di scegliere di obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini.

Matteo D’amico 

 

(Fonte: dalla rivista QUADERNI DI SAN RAFFAELE n.9)