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L'uomo post-moderno: comunica, ama, lavora, divertiti...ma non pensare!

I mercati finanziari fanno cadere governi, tengono in scacco (e con l’acqua alla gola) paesi e continenti e non si può pensare che non si appoggino naturaliter su una precisa visione dell’uomo, logicamente funzionale ai più svariati interessi: stretto tra l’incomprensione della vita che si trova suo malgrado a vivere (affannato da macchine di cui non conosce il funzionamento che gli danno tuttavia una parvenza di onnipotenza) e un effluvio d’angoscia che lo riduce, nei casi più estremi, all’analfabetismo emotivo e al caos morale.

“Bevi, perché non sai donde vieni e dove vai”, per dirla col Chesterton di Eretici, adagio che gli viene continuamente propinato.

Parafrasando: comunica, perché non sai cos’è (o chi è) la verità né cosa sia l’esistenza.

Dopo il feuebarchiano l’uomo è ciò che mangia, l’uomo è diventato ciò che comunica. S’è ridotto l’essere umano alla caricatura che ne appare in tv, su internet – se non hai accounts su un qualche social network, tout court non esisti, se lo cancelli retrocedi dall’essere e se muori e lo mantieni sei comunque vivo - nella pubblicità delle multinazionali che gestiscono idee ed immagini con simbologie e messaggi più performativi della propaganda di qualsiasi chiesa.

Nell’impossibilità – in questo mare magnum di comunicazione sloganistica, superficiale, ultimamente impersonale - di distinguere vero e falso (oltreché reale e virtuale), si è iniziato a fondare principi ultimi e dogmi attraverso le procedure del discorso argomentativo.

Richard Rorty, alla Vattimo: “Una società liberale è tale in quanto si contenta di chiamare vero l’esito di una comunicazione non distorta, qualunque esso sia, cioè qualunque punto di vista che risulti vincitore da uno scontro libero e aperto” (La filosofia dopo la filosofia. Contingenza, ironia e solidarietà, Laterza).

Non accettare nessun limite, perché il cielo è vuoto e anche gli ultimi tabù valoriali vacillano. Supiot (Homo juridicus. La funzione antropologica del diritto) ha parlato di “ideologia del non-limite” ovvero il tentativo “di rifare la Genesi con le sue forze” da parte dell’uomo post-moderno.

Da quando il mondo esiste, la nascita, il sesso e la morte limitano l’uomo. Con la clonazione, l’aborto e i figli in provetta si cerca a piè sospinto di mettere le mani sul principio della vita chiamando questa tragica manomissione, orwellianamente, conquista di civiltà; con le tecniche chirurgiche (che si vogliono pagate dal servizio sanitario, confondendo desiderio e diritto) si può cambiare l’intero impianto sessuale, mentre le coppie omosessuali reclamano – nonostante il vincolo tutto biologico e non bioetico che la realtà pone di fronte ai loro occhi – il diritto alla filiazione arrivando a tali e funamboliche magnifiche sorti e progressive:

“Quando i genitori siano entrambi di sesso femminile, i diritti e gli obblighi che la legge assegna al padre, laddove essi si distinguano da quelli della madre, vengono attribuiti alla madre che non ha dato alla luce il figlio” (art. 531.1 del Codice Civile del Québec).

Ora: non v’è dispensa dall’uguaglianza giuridica in caso di orientamento sessuale differente, ma una cosa è l’uguaglianza e un’altra la sostituibilità: il fatto che il nonno sia uguale in diritti al nipote non autorizza l’ottuagenario a provarci con la fidanzata ventenne del ragazzo. Oppure sì: ma lo si scriva in una Dichiarazione dei diritti umani dove pure si legge che “gli uomini nascono uguali… in diritti” e dunque anche in quello di avere un padre e una madre.

Dice la lobby gay: non esiste alcun argomento scientifico contro l’omogenitorialità, ma non s’è mai detto che l’amore e l’equilibrio psichico si testino in laboratorio, né che la scienza fondi il senso della vita.

Ed infine il movimento eutanasico coi suoi avvocati, i suoi politici disposti trasversalmente a destra e sinistra, i suoi malati-bandiera e i suoi paladini del liberrimo mercato (secondo cui sarebbe poco massimizzante mantenere in vita persone improduttive) vuole gestire la morte, il più grande tra i limiti che all’uomo della post-modernità - staccato irreversibilmente dalla natura e dall’idea di ciclo naturale - dispiacciono, in quanto invincibile ed indisponibile ad ogni sottomissione della tecnoscienza.

Basare la pretesa di rifare la Genesi sulla base della scienza o sulla biologia, ideologia neoliberista concorde, dimenticando la personalità giuridica di ogni individuo, è affermare un’istanza totalitarista. Si pieghino il diritto e la morale alla biologia e al mercato e lo Stato o chi per lui finirà per disporre a piacimento della vita umana.

Lavora, perché non c’è niente su cui riflettere. Il tempo libero è tempo di lavoro, il tempo di lavoro è libero. L’uomo edotto dalla post-modernità mangia veloce, ascolta musica, comunica in tempo reale in tutti gli angoli della terra, va in palestra, fa il corso d’aggiornamento, migliora l’inglese, accende la tv, degusta l’ultimo portato della tecnologia, pianifica, produce, si distrae, non pensa, per tutto ha un’idolatria bell’e pronta e il bisogno di verità e di conoscenza è appagato dal suo successo (o dalle vacanze). Voltaire aveva ben chiaro questo: travaillons, sans rèflechir. Il mistero della vita è fitto, ma si può bellamente ignorarlo.

Ama, finché non ti stufi (oppure, con parole più celebri: va’ dove ti porta il cuore), perché ti puoi fidare dei tuoi istinti. L’amore è tutto sentimento; quando venisse meno o si legittimamente attenuasse, non avrebbe senso essere responsabili, fedeli, pronti al sacrificio.

Se si vuole, si facciano figli. Ugualmente, se si vuole, si lascino crescere senza padre. Un figlio si può parcheggiare con un insegnante di pianoforte, uno d’inglese, con i più ammodernati videogiochi, con l’istruttore di nuoto e calcetto: in ultimo con internet che, tra le altre cose, lo erotizza ben benino e gli inietta il veleno mortifero della pornografia libera (si dia un’occhiata all’attualissima distopia di Mondo nuovo di Aldous Huxley e ad Erosi dai media di Tonino Cantelmi).

Nell’educare, non si profonda troppo impegno, non s’impegni la volontà e si dimentichi l’assertività: si rischia di non considerare la libertà del bambino. A quarant’anni, d’altronde, è ancor tempo di spritz.

Divertiti, perché la vecchiaia, come si suole dire, è un mero dato anagrafico. Se, però, a dirlo è una vecchia, tirata in volto e acchitata come una ventenne, è prossima la conflagrazione universale. Ad ottant’anni si può ancora godere la vita, andare a donne, farsi le lampade, passare l’estate a Formentera. La morte, se verrà (ma verrà e nel perpetuo pascaliano divertissment nessuno se ne accorgerà), sarà spettacolarizzata (Adorno) dagli applausi ai funerali e da uno pseudostoricismo foscoliano (“vivrai sempre in me”).

 Quale sia la causa di tale disgregazione antropologica, di tale e profondo smarrimento della fondazione meta-narrativa dell’esistenza umana, non è chiaro (pare possibile una diagnosi, ma non un’anamnesi, per la liquidità – Baumann – del contesto descritto); altrettanto oscura appare una soluzione che non sia una impossibile rivolta contro il mondo moderno: contro la tecnologia, la plastica, il cemento armato, la rappresentanza politica, le banche, i media. Una roccia venga a salvarci i piedi.

Gabriele Vecchione 

 

(Fonte: EUROPAOGGI.it)