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Nel mistero della resurrezione c'è tutto il mistero dell'Incarnazione

In un’omelia sulla Santa Pasqua, Padre Cornelio Fabro (1911-1995) volle richiamare l’attenzione dei fedeli sul mistero, su quello che lui stesso definiva“il mistero complessivo del cristianesimo: la Risurrezione”. Da grande studioso tomista qual era, Padre Fabro stimolava a non pensare al mistero come a qualcosa di remoto e inarrivabile (si narra infatti che San Tommaso d’Aquino fu sorpreso a mettere fisicamente la testa dentro il Tabernacolo per poter, nell’adesione totale al Santo Mistero, capirne di più).

Nella nostra società secolarizzata, che ha perso la centralità e la misura di Dio nell’attività quotidiana, il mistero e la presenza divina sono stati relegati in una sfera lontana, tutt’al più attingibili in una dimensione mistica, lontana dal sentire dell’uomo moderno. Sono stati così definiti i limiti invalicabili del sovrannaturale e la possibilità di accedere al mistero soltanto in modo sovrumano e miracolistico.

In questa asfittica e riduttiva ripartizione della realtà come “problema” e come “mistero”, l’uomo, che è unione sostanziale di anima e corpo, non sa più come porsi dinanzi al mistero. Infatti, se la realtà è “problema” si possono dare risposte razionali e tentare di risolvere, a misura d’uomo, anche gli intricati nodi legati all’esistenza; se la realtà è problematica si può, con l’esercizio della ragione, trovare qualche soluzione. Invece se la realtà è “mistero” il contributo della ragione sembra venir meno, disperso nella nebbia del sovrannaturale. Il mistero, e la sua sovrabbondanza di luce, sembra paradossalmente avvolgerci in una fitta oscurità.

I grandi Santi della Chiesa hanno sempre invitato ad accostarsi al mistero con più semplicità e naturalezza, che non significa più superficialmente e con minor prudenza. Ad esempio S. Ignazio di Loyola, nei suoi encomiabili e raccomandabili Esercizi Spirituali (ricordati recentemente con l’elezione al soglio pontificio del gesuita Card. Bergoglio) invitava ad accostarsi ai Sacri Misteri con tutte le facoltà umane (memoria, intelligenza e volontà). Tutto l’uomo, cuore e mente, sensi interni ed esterni, ragione e volontà erano implicati e sollecitati nell’adorazione e nella comprensione. Nell’accezione moderna, l’attività del “contemplare” è stata valutata come qualcosa di passivo e ininfluente per i problemi della vita quotidiana. Nonostante i ripetuti richiami universali della Chiesa Cattolica, nel comune sentire l’esercizio del contemplare è stato contrapposto all’attività, più o meno frenetica, dell’uomo moderno; è ovvio che in questo quadro riduttivo non si possa più comprendere la salutare e benefica preghiera degli ordini religiosi contemplativi e claustrali.

Eppure, se togliamo il mistero, la realtà come “problema” diventa ancor meno comprensibile ed accettabile. Potremmo dire che l’orizzonte umano, senza la verticalità del mistero, sia senza senso e getti l’uomo in una desolazione disperata. Padre Cornelio Fabro, che della necessità del mistero nella vita quotidiana fece una grande battaglia culturale, invitava a considerare la realtà del mistero cristiano in tutta la sua circolarità e pienezza, dove il mistero dell’Incarnazione abbracciava il mistero della Risurrezione perché, con le sue parole, muore chi è veramente uomo, ma risorge chi è veramente Dio. Questo “veramente” significa pienamente, il che vuol dire che Egli, in quanto uomo, esercita compiutamente le facoltà umane.

L’uomo non sopprime, al pari di Cristo, le sue facoltà. Nell’accostarsi al mistero l’uomo non può eludere una parte di sé. Nello stesso Vangelo, dopo che Gesù Risorto era apparso alle donne, accorsero S. Pietro e S. Giovanni con il cuore in gola, videro e cedettero. Erano quindi partecipi con tutti i sensi ed erano presenti totalmente se poterono vedere e credere. Lo stesso incredulo Tommaso volle vedere con i propri occhi e toccare con le dita il Mistero della Risurrezione. Il Mistero della Realtà fatta Carne si collega quindi al Mistero della Realtà della Risurrezione, come poté esperire direttamente Tommaso con quella mano che penetra nella ferita del costato di Gesù Cristo.

La realtà del Mistero cristiano ha a che fare direttamente con l’esperienza di tutta l’umanità ed attraversa tutti i secoli e tutto l’uomo, coinvolgendolo e sconvolgendolo in tutti i suoi ambiti, in tutte le sue sfere d’azione, in tutte le sue facoltà. Per questo motivo Padre Fabro, nella sua omelia sulla Festa della Santa Pasqua, univa la dolcezza della gioia cristiana alla certezza della ragione: “Nel mistero della Risurrezione c’è tutto il mistero dell’Incarnazione, e c’è la certezza, la dolce, dolcissima certezza, la certa dolcezza, della nostra Redenzione e della nostra salvezza”. Lo stare a guardare contemplativo ha quindi direttamente a che fare con tutta la persona ed è atto intensamente propositivo costituito da ragione e volontà, in cui la custodia del cuore diventa specchio dell’infinito Amore misericordioso di Dio.

Nelle piaghe della dolorosa morte in croce lo stimmatino Padre Fabro, al pari dell’apostolo Tommaso, ha potuto riconoscere il Mistero del Cristo risorto, di Colui che è morto come veramente uomo ed è risorto come veramente Dio. Il Santo transito della Pasqua, nella contemplazione del Suo Mistero, diviene l’unica possibile vera salvezza, l’unica via certa e dolce di redenzione.

Fabio Trevisan

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