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La mia esperienza in Nigeria

Mi chiamo Chiara, ho diciotto anni e quest’estate ho scelto di fare una vacanza un po’ particolare. Ho deciso di trascorrere un mese in Nigeria, nella missione delle Suore Francescane dell’Immacolata.

Prima di partire la maggior parte delle persone mi guardava con gli occhi sbarrati e mi chiedeva se fossi impazzita o se giocassi a fare l’eroina. Nessuno capiva perché mai volessi spendere un mese della mia vita in mezzo alla povertà, senza divertimenti e senza amici, quando qui a casa avrei tutto ciò che serve per essere felice. Eppure ero stanca di quel che mi circondava: non mi attraeva la musica sotto l’ombrellone, il materassino in mezzo al mare, il relax a bordo piscina. Volevo fare qualcosa di diverso, qualcosa di radicalmente diverso, in grado di dare uno scossone alla mia vita, e la Madonna mi ha esaudita.

Così, il 12 luglio, sono salita sull’aereo destinazione Lagos. Sia durante il viaggio di andata che durante il ritorno sono stata accompagnata da Madre Christine, la vicaria generale in visita annuale alle missioni nigeriane. Di lei mi ha sempre stupito il suo sguardo profondissimo, in cui vedevo riflesso il volto della Madonna, pieno di amore e di serenità. Poterla guardare negli occhi durante quel mese stato per me un dono immenso, specialmente nei momenti di malinconia. Nel suo sguardo ritrovavo la tranquillità. Dunque, il 12 luglio, con questa Suora meravigliosa è iniziata la mia avventura.

Se vi state chiedendo come sia la Nigeria, il primo aggettivo che mi viene in mente è “caotica”. Le strade sono perennemente intasate di auto, moto e camion di tutte le dimensioni. I pedoni attraversano la strada con una audacia mai vista prima e i mercanti rincorrono i veicoli per cercare di vendere anche un solo pacchetto di banane essiccate. Il rumore dei clacson, della gente che urla e saluta, dei lavoratori ai margini della strada crea una confusione tale che mi ha sempre lasciata a bocca aperta, tanto è vero che le Suore, quando uscivamo in auto, mi riservavano il posto davanti, forse le divertiva il modo in cui indicavo tutto ciò che mi si presentava davanti.

La Nigeria, purtroppo, non è solo un Paese di allegro disordine. La povertà, le contraddizioni e soprattutto la confusione morale minano uno Stato che avrebbe grandi, grandissime potenzialità. Girando per le strade è facile incontrare una moschea ogni cento metri e decine e decine di chiese delle sette più diverse, messe bene in vista da grandi cartelli che indicano gli orari di servizio dei vari pastori, sorridenti e determinati nei loro sorrisi smaglianti che però non celano un che di inquietante. “La Chiesa dei vincitori”, “la Chiesa del Divino Successo” sono solo alcuni degli esempi di quanto sia facile, per i più spudorati, giocare sulle speranze di un popolo che, ogni mattina, si sveglia senza sapere se avrà abbastanza denaro per arrivare a sera. Quei cartelli mostrano come sia semplice spillare denaro promettendo qualcosa di demoniaco: il successo, la ricchezza e la gloria esclusivamente terreni, incitando a imbrogliare il prossimo pur di raggiungere i propri obiettivi.

In questo clima tutt’altro che sereno, operano i Frati e le Suore Francescani dell’Immacolata, che si impegnano con coraggio a testimoniare la presenza di Cristo attraverso il loro stesso esempio e il quotidiano esercizio della carità. Tuttavia, quel che da subito le Suore mi hanno insegnato è che non sono loro a portare Cristo tra la gente, ma è Cristo ad averle volute in quel luogo, per testimoniare la Verità: dunque la missione si regge innanzitutto sulla preghiera, sulla penitenza e sulla Messa. Mi hanno insegnato che, senza l’abbandono alla Volontà Divina, l’uomo nulla può fare di fronte alle difficoltà più grandi e agli ostacoli che, in un Paese come la Nigeria, a occhio umano appaiono insormontabili.

Le Suore si svegliano ogni giorno alle cinque meno un quarto, quando fuori il mondo dorme ancora, e, con la luce di una pila, dato che la corrente elettrica viene usata poche ore al giorno, si affrettano alla cappella per pregare. Dopo la Santa Messa delle sei, fanno ritorno in cappella, dicono il rosario e fanno un’ora in totale silenzio, immerse nella lettura meditativa. La Messa viene curata in ogni minimo dettaglio. Le Suore si danno da fare per procurare ai sacerdoti i paramenti migliori ed è incredibile come, nonostante la povertà estrema, i Francescani non pensino a risparmiare per le candele, per i calici migliori e per le vesti ricamate. Insomma, per la gloria di Cristo non devono esserci restrizioni.

Solo tre ore dopo essersi svegliate e aver pregato incessantemente, la campana le chiama per la colazione, che ogni venerdì viene consumata in ginocchio. La prima volta che ho visto le Francescane spostare sorridenti le sedie e mangiare in questo modo ho chiesto a Suor Letizia, l’unica Suora italiana della missione, se non stessero scomode. La sua risposta è stata “Se pensi che Cristo ha sopportato la Passione, direi che noi possiamo stare un po’ in ginocchio per Lui”. Da quel momento non ho più provato stupore per quel gesto spontaneo.

La preghiera non finisce con il primo pasto della giornata, ma accompagna le Suore per tutto l’arco della giornata, una sorta di filo d’oro che le tiene sospese verso il Paradiso, ma che allo stesso tempo permette loro di restare con i piedi ben saldi a terra, per essere in ogni momento uno strumento divino.

Le missionarie conducono una vita attiva, dunque l’esercizio della carità anche più spicciola ha un’importanza fondamentale nella loro vita. Nel villaggio in cui sono stata ospitata, Ijeboo, che si trova ai margini della foresta, le Suore e i Frati gestiscono il lebbrosario, una sorta di “villaggio nel villaggio”, in cui vengono segregati i lebbrosi, molti con le loro famiglie. La mia prima visita al campo è stata emotivamente molto forte. Una lebbrosa si trovava in fin di vita e, insieme alle Francescane, sono entrata in una piccola stanzetta spoglia e sporca, a recitare il Rosario davanti alla donna, sdraiata su lettino e circondata dalle mosche. In quel momento ho capito che la presenza spirituale, per queste persone, è più importante della presenza materiale. Come mi ripeteva Suor Letizia: “Non è il cibo ciò di cui hanno bisogno i nigeriani. In Nigeria la gente, per quanto povera e malnutrita, non muore di fame. Qui il vero bisogno è Cristo, e la mancanza della Verità è la povertà e la pena più grande.”

I nigeriani, in generale, sono giovani nella fede, dunque vanno costantemente “nutriti” di Cristo. Ci sono decine di episodi che testimoniano quanto la loro semplice presenza, dunque la presenza delle Suore e dei Frati della missione, e quindi dell’Immacolata a cui sono consacrati, tocchi i cuori delle persone e di quanto, al contrario, la loro assenza le renda preda del Male, che cerca costantemente di strapparli dalla Verità.

Le Suore, tuttavia, non dimenticano il sostegno materiale. Periodicamente, le aiutavo a distribuire cibo e medicine per tutto il campo e non mancavano mai i dolci per i bambini. Un fatto particolare, che mi ha fatto riflettere, è avvenuto durante una mia visita al lebbrosario. Stavo distribuendo dei biscotti ai bimbi più piccoli che, come al solito, accarezzavo e coccolavo. Uno di questi, di quattro o cinque anni, si è avvicinato, mi ha ridato il biscotto e mi ha detto che avrei potuto mangiarmelo io, a patto che lo prendessi in braccio. Mi si è stretto lo stomaco. Come possono dei bambini così piccoli arrivare a barattare un po’ di affetto?

Ho così scoperto che il concetto di maternità in Nigeria è molto differente dal nostro. Lì, le persone non hanno come modello di riferimento la Madonna, la Madre per eccellenza, dunque i figli non vengono amati, coccolati, e cresciuti con tutte le cure e le attenzioni che a noi vengono naturali. I bambini sono spesso considerati “incidenti”, dato che anche il concetto di famiglia non è chiaro, e, nella maggior parte dei casi, vengono cresciuti con la prospettiva del lavoro, quindi come aiuto materiale ai genitori.

Fa impressione quanti valori, per mancanza della vera fede, siano ancora sconosciuti e dunque di quanto il cattolicesimo sia prezioso per l’intera società.

Il lebbrosario non è l’unica preoccupazione delle Suore. A Shagamu, un villaggio a un’ora di distanza da Ijeboo, è stata costruita una grande casa per le bambine. Attraverso le adozioni a distanza le Francescane permettono a queste ragazzine dai sei ai diciotto anni di completare gli studi, strappandole da situazioni di povertà estrema, in cui non solo non avrebbero la possibilità di andare a scuola, ma, in alcuni casi, non avrebbero garantito il cibo quotidiano.

A Shagamu ci sono una trentina di aspiranti Suore, tutte nigeriane, che si preparano a diventare novizie attraverso una formazione molto rigida. Rigida però non vuol dire musona o tetra. Durante i miei pranzi a Shagamu, raramente smettevo di ridere e questo è incredibile, se si pensa che capivo un decimo di quel che dicevano e mi sbellicavo semplicemente per il modo in cui ridevano e scherzavano tra loro.

In generale, durante il mio mese in missione, credo di aver percepito davvero cosa sia la perfetta letizia francescana. Suor Angela, religiosa filippina, è in Nigeria da più di dieci anni, ha visto spesso ciò che, in una visione solo umana, verrebbe chiamata fallimento, ma nonostante tutto è la Suora che a Ijeboo è più allegra di tutte. Era veramente un piacere fare commissioni con lei: dopo tanti anni trovava ancora buffo il modo in cui la gente guida e indicava divertita le scimmie appese ai lati della strada o i vestiti sgargianti delle africane.

Quando ero assieme alle Suore, mi sentivo serena e protetta, come se accanto a me avessi tante Madonnine che, anche in un luogo pericoloso come la Nigeria, mi davano sicurezza e tranquillità.

I momenti di malinconia arrivavano con la notte, quando ero sola e sentivo il muezzin recitare il corano attraverso l’altoparlante, appena fuori dalla missione. Quella voce stridula, che aveva qualcosa di demoniaco, mi pungeva il cuore come tanti aghi e mi causava uno strano senso di inquietudine.

Spesso il sonno era interrotto anche dal suono ritmico dei tamburi, al passaggio dei cortei pagani. Durante giorni prestabiliti, i pagani fanno sacrifici umani e lasciano i resti all’interno di catini ai margini delle strade, come offerte agli dei e agli antenati.

In quei momenti, proprio quando credevo di non trovare più pace, sentivo il “Salve Regina”, cantato dai Frati nella casa a fianco, un’ancora di salvezza che mi faceva capire quanto fosse dolce e confortante il “suono della Madonna”.

La stanza che è stata il mio rifugio per un mese era molto spoglia, sebbene fosse una delle migliori del convento. Lo stile di vita delle Francescane è estremamente povero. Mi ha colpito il fatto che, invece dello specchio hanno l’immagine della Madonna e, ogni volta che la guardano, si ricordano che devono essere sempre simili alla Madre di Cristo. Questo è solo un segno della profonda umiltà che mi è stata d’esempio per un mese. Madre Perpetua, entrata nella missione durante la mia permanenza, insisteva per lavare i piatti e sbrigare le faccende più banali, pregando incessantemente il Rosario. Suor Pasqualine Grace, una tra le novizie, mi ha rivelato che il suo segreto per riuscire a cucinare pranzo e cena a tutte le suore era pregare e affidarsi alla Madonna. Suor Letizia mi ha confidato che era felice anche quando doveva pulire il bagno, perché anche in quel momento, ubbidendo alla Madre, faceva il volere di Dio. Ogni tanto sento ancora nostalgia di Suor Letizia, che non solo è stata mia interprete per tutto il tempo, ma mi è sempre stata accanto e mi ha insegnato quanto più ha potuto, dalle ottime lezioni di morale e dottrina, alle decine di aneddoti sulle vite dei Santi, a controllare l’olio del furgone e a non sprecare nemmeno una briciola del cibo che ogni volta viene donato dalla Provvidenza.

Grazie a tutte le Francescane ora so cosa significa veramente stare in missione, stare accanto alla gente bisognosa per conto di Dio . Ho capito cosa significa combattere contro le centinaia di ostacoli che il demonio mette loro sulla strada, per intralciarne il percorso. Per questo non mi stancherò mai di dire a tutti che ho vissuto un mese con persone straordinarie, disposte a donare la loro esistenza per seguire povere il Cristo povero, con tutti i pericoli che ciò comporta.

Le Suore escono raramente da sole, per strada sono costrette a tenere nascosti i pochi soldi che hanno e che spenderanno per gli altri, per paura di essere derubate. In questo clima di insicurezza e di pericolo è impossibile ricevere aiuto dalle autorità a causa della grande corruzione. La confusione morale giunge a tal punto che lo Stato in cui si trova Ijeboo (la Nigeria è divisa in più di duecento piccoli Stati) è privo del re. Il motivo è molto semplice. Quando il re muore il successore ha diritto di salire al trono solo dopo aver mangiato il cuore del precedente. Poiché, per la prima volta nella storia, i figli del re defunto si sono rifiutati di autorizzare questa pratica antiumana, lo Stato si trova senza guida. Questi sono alcuni tra i più banali esempi che fanno della missione nigeriana la missione Francescana più difficile al mondo. Eppure in questo clima le Suore vivono n letizia, un miracolo quotidiano.

Uno degli ultimi giorni, ero in auto e con le suore si parlava delle difficoltà del loro operato. A un certo punto la Madre ha detto: “Secondo me la missione non può continuare senza il sacrificio di qualche Suora.” E subito rimando una suora: “Ma questo è ovvio Madre. Due frati sono già morti, ora tocca a noi morire qui, in martirio, come offerta a Cristo per tutta la Nigeria”.

Mi si sono rigate le guance di lacrime e sono stata in silenzio. Ritenevo che ogni parola in più fosse inutile. E, a dirla tutta, lo penso anche ora.

Chiara Gnocchi

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