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La Chiesa di Cristo

Nel clima relativistico e anticristiano dei nostri tempi, è facile udire la frase infelice «Cristo sì, Chiesa no», cioè «credo a Gesù ma non alla Chiesa». Questo atteggiamento viene assunto anche da tanti sedicenti cattolici, che tendono a dare una interpretazione tutta propria del cristianesimo, quasi che fosse una filosofia di vita, interpretabile a proprio piacimento. È proprio da tali persone che facilmente vengono accolte le critiche feroci nei confronti della Chiesa e della sua storia, quasi che si trattasse di verità che ci devono far vergognare di essere cattolici (e via con la solita tiritera di falsità: le Crociate, la caccia alle streghe, l’Indice dei libri proibiti, i roghi di eretici, Galileo Galilei ecc.).

La giustificazione che costoro danno alla buona accoglienza del sarcasmo anti-ecclesiale è che «una cosa è il messaggio di Gesù e tutt’altro è la Chiesa storica, piena di errori e di peccati». L’odio per la Chiesa sarebbe quindi determinato dai suoi peccati e sarebbe il giusto fio da pagare, che dovrebbe spronare ad essere più «accoglienti», più in «dialogo col mondo». Un «dialogo» che rinuncia volentieri al Crocifisso appeso in classe per non «offendere la sensibilità altrui», o perché considerare il Crocifisso solo come simbolo della civiltà occidentale appare un declassamento della propria fede. Comincia allora una gara autolesionista a chi trova e pubblica più peccati della Chiesa, forti del mal compreso perdono che il Santo Padre ha chiesto. Molti infatti credono che il Papa abbia chiesto perdono per le Crociate, per l’Indice, per Galileo e per l’Inquisizione (cosa che il Papa non ha fatto).

Riconoscere i propri peccati è certamente giusto, e far tesoro degli errori del passato è utile. Ogni giorno infatti ci dobbiamo convertire per meglio testimoniare l’amore del nostro Salvatore. Ma la gran parte dell’atteggiamento “critico” di cui stiamo parlando è in radicale antitesi con l’autentica fede cattolica, con la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Magistero della Chiesa Cattolica.

Godere infatti delle beffe di cui la Chiesa è fatta oggetto, come sembra facciano tanti “cristiani del dialogo”, contrasta con l’amore dovuto a nostra Madre, la Santa Chiesa Cattolica che ci dà la vita eterna mediante i Sacramenti e l’educazione cristiana. Quale persona può essere contenta che si insulti sua madre, foss’anche la donna più traviata? Se è vero infatti che la Chiesa è «casta meretrix», è vero anche che è santa, Sposa di Cristo e tempio di Dio. San Paolo dice che «se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1 Cor 12,26). Se qualcuno offende la Chiesa l’autentico cristiano si sente offeso in prima persona e ne soffre profondamente. Non sentire questo dolore implica che non si percepisce la Chiesa come madre amatissima, ma come matrigna. La Parola di Dio stabilisce una unione inscindibile fra Cristo e la Chiesa, per cui chi offende l’una offende l’Altro. Infatti «voi siete corpo di Cristo e sue membra» (1 Cor 13,27).

Nella prima lettera ai Colossesi san Paolo è ancora più esplicito, indicando una perfetta identità fra Cristo e la Chiesa: l’Uno è la testa, l’altra è il «suo corpo che è la Chiesa» (Col 1, 24). Non si tratta solo dei seguaci imperfetti di un grande ideale. La Chiesa è addirittura necessaria, nell’economia della salvezza, a Gesù, ne è addirittura la “pienezza”. Essa infatti «è il suo [di Cristo] corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose» (Ef 1,23). 

Se è vero, come ha ribadito la Dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus, che solo in Cristo c’è la salvezza, non solo per i Cristiani, ma per tutti gli uomini, è perciò sempre vero che extra Ecclesiam nulla salus, al di fuori della Chiesa non c’è salvezza. La Chiesa infatti è il corpo di Cristo, e la verità sussiste in pienezza solo nella Chiesa Cattolica, ma parzialmente anche altrove, grazie ai semina Verbi, i semi, le particelle di verità che Dio ha effuso anche nelle comunità cristiane separate, nelle altre religioni, in diverse culture e civiltà. Quindi – ad esempio –  è possibile per un musulmano salvarsi se egli segue i dettami della legge morale naturale e se non ha ricevuto un annuncio cristiano credibile e convincente. Ma questo non dipende dal fatto che Maometto avesse ragione (infatti, se siamo cristiani, sappiamo che aveva torto), ma dal fatto che Dio – bontà Sua – ha messo briciole di verità anche in quella religione, indipendentemente dalla volontà del suo inventore. Se un  musulmano si salva è, quindi, per merito di Cristo, come del resto avviene per ogni altro uomo ed ogni cristiano, che si salva se vive rettamente, ma comunque per la bontà divina.

L’odio per la Chiesa si identifica quindi con l’odio per Cristo. Questo non significa però che ci si debba far «giustizia» da sé. Spetta infatti al capo, allo Sposo far giustizia: «lasciate fare all’ira divina» (Rm 12,19). L’immagine edulcorata di un Dio che lascia violentare ed infangare l’onore della propria Sposa non appartiene alla Scrittura, anche se questo può dispiacere ai «cristiani» pacifisti.

Una cosa è dunque certa nella Bibbia: chi beffeggia la Chiesa, nuovo Israele, subirà per questo la condanna che merita. È il caso di Golia, che «farà la stessa fine» del leone e dell’orso uccisi da Davide, «perché ha insultato le schiere del Dio vivente» (1 Sam 17, 36). È il caso del re d’Assiria Sennàcherib, che insulta il profeta Isaia e nega che la salvezza viene da Dio, e perciò perisce di spada (Is 37), «perché sappiano tutti i regni della terra che tu sei il Signore, il solo Dio» (2 Re 19,19). Le parole di uno dei martiri maccabei ammoniscono i persecutori della Chiesa nemici di Dio di ogni tempo: «Non illuderti stoltamente […] non credere di andare impunito dopo aver osato combattere contro Dio» (2 Mac 7,18-19).

In conclusione, credo opportuno citare il Concilio Vaticano II, che nel Decreto Presbyrterorum Ordinis è assai esplicito, stabilendo la necessità di obbedire alla Verità che è Gesù e alla «Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» (1 Tm 3,15). «Infatti la fedeltà a Cristo non può essere separata dalla fedeltà alla sua Chiesa» (PO 14): fedeltà alla Chiesa, dice il Concilio, e non ad una propria libera interpretazione di un presunto disincarnato «messaggio» evangelico, assimilabile ad una qualunque religione o filosofia.

Giovanni Zenone 

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