Home / Rubriche / John Henry Newman / L'anima che dimentichiamo di possedere

L'anima che dimentichiamo di possedere

Ogni anima che vive o è vissuta sulla terra ha una esi­stenza sua propria: nell’eternità e non nel tempo soltanto; nel mondo invisibile e non unicamente in quello visibile; non solo durante la vita mortale, ma sempre, dal momento della sua creazione; che sia unita ad un corpo di carne o che sia separata da esso.

Nulla è più difficile del rendersi conto che ogni uomo possiede un’anima individuale, che ogni singolo di quegli uomini che a milioni vivono o sono vissuti è un essere così completo e indipendente in se stesso, da potersi dire, a buon diritto, l’unico in tutto l’universo. […]

Noi classifi­chiamo gli uomini come massa, quasi si trattasse di met­tere assieme pietre per costruire un edificio. Si pensi al nostro modo solito di vedere la storia, la politica, il com­mercio e altre manifestazioni consimili, e si dovrà ricono­scere che dico il vero… Quando parliamo della grandezza della nazione, cosa vogliamo dire? Di fatto vogliamo dire che un numero ben definito di individui praticamente im­mortali collegati tra loro ha per alcuni anni l’opportunità di influire sul mondo intero, così da assicurarsi il dominio di esso e da acquistare potere e ricchezza. Breve è di solito il tempo durante il quale questi uomini appaiono e ven­gono denominati come complesso unico. Eppure noi, data la nostra abitudine di basarci sulle impressioni sensibili, accettiamo il modo di pensare corrente, lasciando da parte l’idea che si possa trattare di qualcosa d’altro. E quando questo o quell’uomo muore, dimentichiamo che si tratta del passaggio di un essere immortale allo stato invisibile e che il complesso, quale siamo abituati ad immaginarlo, non è che apparenza, mentre le vere realtà sono i singoli indi­vidui che lo compongono.

A tutto ciò non si pensa affatto; e benché sempre nuovi uomini muoiano, mentre altri sempre nuovi vengano alla luce, di modo che l’insieme è caratterizzato da un con­tinuo mutare, dimentichiamo quelli che scompaiono e re­stiamo insensibili verso tutti quelli che prendono il loro posto: la cosiddetta nazione soltanto ci appare immutata e gli individui sembrano esistere solo in essa e per essa, come le pietre in un mucchio o le foglie su un albero.

Proviamo ora ad osservare una città popolosa: la gente si pigia nelle strade a piedi o in vettura; i negozi sono affol­lati e così pure vedremmo che lo sono le case, se potessimo gettarvi uno sguardo. Tutto appare pieno di vita e dà un’ impressione di splendore, di bellezza, di opulenza e di ener­gia. Ma qual’ è la verità? La verità è che ogni essere in questo grande via vai fa centro in se stesso, mentre tutto quello che lo circonda non è che un’ombra. Ciascuno ha le sue speranze e i suoi timori, i suoi giudizi, i suoi desideri e i suoi fini: ciascuno è tutto, per sé, men­tre i circostanti, in realtà, non vogliono dir nulla. Nessuno, dal di fuori, può entrare realmente nell’uomo, entrare cioè nella sua anima immortale. Ognuno di noi deve vivere da solo per l’eternità, dal momento che cela in sé un inson­dabile, sconfinato abisso di esistenza; e la scena su cui recita per brevi attimi la sua parte non è più di un raggio di sole che lambisce la superficie dell’abisso. Quando leggiamo la storia troviamo racconti di grandi eccidi e massacri, di pesti­lenze, carestie, conflagrazioni, e via di seguito. Ma, anche qui, siamo abituati a considerare masse di uomini come individualità a sé stanti: giungiamo difficilmente al pen­siero che quelle moltitudini sono composte di anime im­mortali.

Parlo di anime immortali. Ogni uomo non solo ebbe un’anima mentre viveva sulla terra, ma la possiede tuttora. L’anima, al momento fissato, è tornata a Dio creatore e non è perita, ma vive alla sua presenza. Tutti quei mi­lioni e milioni di esseri umani che sono venuti sulla terra e, gli uni dopo gli altri, hanno visto la luce del sole, esi­stono in questo stesso istante tutti insieme. Di ciò, penso, non abbiamo una visione troppo esatta. […] Ognuna di queste anime oggi vive. Come ebbero tutte i loro pensieri e i loro sentimenti, così li han­no anche adesso. Avevano gusti e occupazioni personali; si guadagnavano le cose stimate desiderabili e ne godevano; e ancora esse vivono da qualche parte, e certo quello che fecero durante la vita mortale ha un’influenza sul loro pre­sente destino. Vivono e attendono il giorno in cui le nazioni dovranno comparire davanti a Dio.

Così, anche tutti coloro i cui nomi vediamo scritti sulle tombe, nelle chiese e nei cimiteri, tutti gli scrittori di cui vediamo nomi ed opere nelle biblioteche, tutti i maestri che vicino e lontano elevarono i grandi monumenti di cui stu­pisce il mondo, tutti vivono, presenti davanti a Dio. […]

Riflessioni del genere, riguardo agli altri, non ci sono certo familiari; eppure non possiamo dire che siano errate. Ma c’è di più. Esistono due posizioni spirituali assai diverse l’una dall’altra (l’una posta sotto lo sguardo benevolo di Dio, l’altra sotto il suo sdegno, l’una diretta alla felicità eterna, l’altra all’eterna sofferenza) a cui le anime dei vi­venti possono appartenere. Ciò è vero per i morti ed è altret­tanto vero per i vivi. Tutti tendono all’una o all’altra dire­zione: per nessuno esiste uno stato intermedio o di neutra­lità. Stando invece a quello che il mondo esterno ci per­mette di vedere, sembrerebbe che tutti si trovino in una posizione intermedia comune. Ciò nonostante, benché gli uomini sembrino uguali e sia impossibile dire da che parte uno si trovi, dal punto di vista di Dio esistono due e solo due classi di uomini, ciascuna delle quali ha caratteristiche e destini così diversi tra loro come la luce e le tenebre. È il caso tanto di quelli che vivono ancora sulla terra, quan­to, e ancor più, di quelli che sono passati alla vita invisibile.

Certo non si dà idea più sconcertante di quella che tutti coloro che vivono o sono vissuti siano destinati ad una feli­cità o ad un tormento senza fine: è troppo alta perché pos­siamo afferrarla. Resta senza dubbio fuori dalla nostra comprensione il fatto che tutti noi, pur vivendo ora insie­me come parenti, amici, soci e vicini, pur essendo legati da vincoli di familiarità o di intimità, pur avendo rapporti di ogni genere, scambi di pensiero e di favori e influssi intel­lettuali o pratici vicendevoli, dobbiamo venir separati da un abisso invisibile e insondabile. Non certo un abisso im­possibile a valicarsi quaggiù, grazie a Dio! Non intransi­tabile, finché siamo in questo mondo, ma che ciò nonostante esiste, di modo che ogni uomo che noi incontriamo Dio lo vede con sguardo infallibile o da una parte o dall’altra e secondo il suo volere lo destina alla gioia o al tormento. È quello che dice il Signore riferendosi al giorno del giu­dizio: «Allora due saranno nel campo: l’uno sarà preso e l’altro lasciato; due donne faranno andare la mola: l’una sarà presa e l’altra lasciata» (Mt., 24, 40).

Quale benedizione sarebbe se realmente comprendes­simo tutto ciò! Quale cambiamento si produrrebbe nei no­stri pensieri - salvo il caso di una depravazione com­pleta - se capissimo cosa siamo e dove siamo: esseri, cioè, responsabili, messi alla prova, con Dio per amico e il De­monio per nemico, e già incamminati o al cielo o all’ in­ferno. Cerchiamo dunque di renderci conto che abbiamo un’anima e preghiamo Iddio che ce ne doni la capacità. Cerchiamo di svincolare i nostri pensieri e le nostre opi­nioni dalle cose visibili, per guardarle nella stessa luce in cui le guarda Iddio e per giudicarle come egli le giudica. Pochi anni ancora e saremo in grado di sperimentare diret­tamente quel che ora siamo chiamati a credere. Cosa pen­seremo allora del mondo che abbiamo lasciato? Come ci appariranno miseri i suoi fini più alti, come pallidi i suoi piaceri più raffinati, di fronte ai fini eterni e alle gioie infi­nite di cui le nostre anime saranno capaci!

 

John Henry Newman (THEINTERNATIONALCENTREOFNEWMAN FRIENDS.org)

Share |