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Il pentimento cristiano: voltarsi indietro verso la luce e un nuovo inizio!

«Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi garzoni» (Lc15,18-19)

Il meglio che si possa dire della razza decaduta e redenta dei discendenti di Adamo è che essi ammettono i loro falli, si autocondannano, e cercano di risollevarsi. Tale atteggia­mento mentale, che è in effetti la sola religione possibile che rimanga a dei peccatori, ci è rappresentato nella parabola del Figlio prodigo: egli dapprima riceve, poi sperpera, e quindi perde i beni divini, e, ridotto in miseria, rientra infi­ne in se stesso attraverso il soffrire. È una povera prestazio­ne, ma è il meglio che possiamo: fare dell’obbedienza la nostra seconda opzione, quando sono morti e perduti gli allori che ci cullavano.

Non si supponga, perché dico questo, che io pensi che nella vita di ciascuno di noi vi sia una data precisa dalla quale abbiamo cominciato a cercare Dio e a servirlo fedel­mente. Questo può avvenire in alcuni casi, ma non è la regola. L’opera dello Spirito Santo è misteriosa, e non pos­siamo noi delimitarla. Egli accondiscende a intercedere con­tinuamente per noi, e ciò che egli non può ottenere da noi in un certo momento, lo può ottenere in un altro. Il pentimento è un lavoro che si protrae nel tempo, e solo gradualmente e con molte riprese è portato a termine. […]

Noi continuiamo a peccare, e dob­biamo sempre rinnovare il nostro dolore e il nostro proposito di obbedienza, rinnovando le nostre confessioni e le no­stre richieste di perdono. […] Il cristiano più perfetto è di per sé solo un principiante, un prodigo penitente, che ha scialacquato i doni di Dio, e torna a lui per essere nuovamente messo alla prova, non come un figlio, ma come un servitore a salario.[…]

1. Per prima cosa osservo che il figlio prodigo dice: «Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio, trattimi come uno dei tuoi servi». Noi sappiamo che il servire Dio è perfetta libertà, non servitù; ma così è nel caso di quanti già da lungo tempo lo servono; inizialmente è un genere di servitù, è un onere fino a che i nostri gusti e le nostre inclina­zioni vengono a coincidere con quanto Dio ha sanzionato.

È la felicità dei santi e degli angeli nel cielo compiacersi dei loro doveri, e di null’altro che dei loro doveri; la loro mente funziona così, e si proietta nell’obbedienza a Dio spontanea­mente, senza perplessità o deliberazioni, tanto quanto un uomo pecca naturalmente. Questo è lo stato cui tendiamo nel darci alla religione; ma all’inizio la religione è necessa­riamente piuttosto un onere e una servitù.

Quando un uo­mo si accorge della sua perversità e decide di cambiar vita, si chiede: Che cosa devo fare? Egli ha di fronte un vasto campo, ma non sa come muoversi. Ha bisogno che gli si ordini di fare qualche particolare e semplice atto di obbe­dienza, che lo fissi. È necessario che gli si dica di andare in chiesa regolarmente, di dire le preghiere mattina e sera, di leggere con perseveranza la Sacra Scrittura. Questo orien­terà i suoi sforzi entro un certo scopo, e lo solleverà dalla perplessità e dalla indecisione che la vastità dell’impresa inizialmente provoca. Ma chi non vede che questo recarsi in chiesa, questo pregare personalmente, e questo leggere la Scrittura, devono essere nel suo caso, e in gran parte, quello che si chiamerebbe una formalità e un onere? Abituato ad agire come gli piace, a indulgere con se stesso, avendo per la religione una simpatia e una comprensione solo molto limitate, egli non riesce a provare piacere in questi doveri religiosi; saranno necessariamente per lui un peso; non sarà capace di prestarvi attenzione. Non ne vedrà l’utilità; non riuscirà a trovare che lo rendano migliore, nonostante che gli li ripeta. Perciò la sua obbedienza è inizialmente quella di un salariato, come il servo che «non sa quello che fa il suo padrone». (Gv 15.15) Così lo descrive Cristo. Il servo non è nella confi­denza del padrone, non intende i suoi propositi, o perché egli comandi questo e vieti quell’altro. Esegue i comandi che gli sono dati, si reca qua e là puntualmente, ma solo grazie alla lettera del comando. Questo è lo stato di quelli che iniziano l’obbedienza religiosa. Non vedono nessun van­taggio dalle loro devozioni e penitenze, né vi prendono pia­cere; sono obbligati a consentire alla parola di Dio semplicemente perché è la sua parola; un modo di fare che implica certamente la fede, ma che mostra altresì che essi sono in quella condizione di servi nella quale il figlio prodigo, rin­savendo, sentiva di trovarsi.

Insisto su questo, perché la coscienza di un peccatore pentito è spesso turbata nell’avvertire la religione come un onere per lui. Egli pensa che dovrebbe da subito rallegrarsi nel Signore, ed è vero che spesso gli si dice così; spesso gli si insegna di cominciare a coltivare alti sentimenti. Forse lo si mette persino in guardia dall’offrire a Dio degli adempimenti formali. In realtà questo è un capovolgere il corso della vita cristiana. Il figlio prodigo giudicò più assennatamente quando chiese di essere messo fra i servi di suo padre - in­tuiva quale fosse il suo posto. Dobbiamo cominciare a essere religiosi da quelle che possono sembrare delle formalità. Il nostro errore non consisterà nel cominciare la religione in modo formalistico, ma nel continuarla in tale modo. Il no­stro dovere e la nostra preghiera è di essere sempre protesi ad entrare nel vero spirito delle nostre prestazioni, e nella misura in cui le comprendiamo e le amiamo, esse cesseran­no di essere delle gravose formalità, e diventeranno la vera espressione della nostra mente. In tal modo saremo gra­dualmente cambiati nel cuore, da servi a figli dell’Onnipo­tente. E benché dall’inizio ci venga giustamente insegnato di guardare a Cristo come al Salvatore dei peccatori, pure anche il suo amore ci spaventerà, nello stesso tempo in cui ci incoraggia, per via del pensiero della nostra ingratitudi­ne. Ci riempirà di rimorso e di terrore per il giudizio, perché noi non siamo come i pagani; noi abbiamo ricevuto dei pri­vilegi e ne abbiamo abusato.

2. Questo, quanto alla condizione del peccatore pentito; consideriamo ora i motivi che lo muovono nel suo sforzo di servire Dio. Uno dei più naturali e dei primi che vengono alla mente è quello di propiziarselo. Quando ci rendiamo conto di avere offeso qualcuno e desideriamo il perdono, cerchiamo, naturalmente, qualche mezzo per giungere alla riconciliazione. Se l’offesa è stata leggera, alcune avances da parte nostra sono sufficienti ad esprimere il nostro desiderio di essere perdonati. Ma se l’offesa è stata grave, o ci siamo comportati con particolare ingratitudine, per qualche tempo noi teniamo le distanze, per il dubbio su come saremmo accolti. Se possiamo trovare un comune amico che funga da mediatore per conto nostro, il nostro proposito è più facil­mente raggiunto. Ma anche in questo caso, affidare intera­mente i nostri interessi ad un altro non ci soddisfa; cerchere­mo di fare qualcosa personalmente, e se scorgiamo qualche segno di clemenza e indulgenza nella persona offesa, cer­cheremo di ingraziarcela in un approccio personale, tramite un’umile confessione, o qualche servizio gradito. Fu a con­seguenza di un simile stato d’animo che Giacobbe cercò di propiziarsi il governatore d’Egitto (che egli non sapeva essere suo figlio Giuseppe), con «un dono dei prodotti più scelti del paese: un po’ di balsamo, un po’ di miele, resina e laudano, pistacchi e mandorle».(Gn 43,11) E ciò può essere ben appli­cato al caso di peccatori che desiderano il perdono di Dio. I segni della sua misericordia che ci circondano sono suffi­cientemente forti per ispirarci un senso complessivo di spe­ranza. Il fatto stesso che egli continua a tenerci in vita, e non ci ha gettato subito all’inferno, indica che egli per il momen­to raffrena l’impeto della sua ira. In tale situazione è naturale che il peccatore, angosciato nella sua coscienza, cerchi una qualche forma di espiazione con la quale presentarsi al suo Dio. […]

Ma tornando ora alla parabola del Figlio prodigo, non troviamo in essa nulla di tutto ciò. Non si fa parola di alcu­na offerta o propiziazione da parte sua al padre. È una cir­costanza ben rimarchevole. La verità è che nostro Signore ci ha mostrato in tutti i suoi particolari una via più perfetta di quant’altra fosse mai stata in precedenza indicata all’uomo. Come ci ha promesso una più alta santità, un più esatto autocontrollo, una più generosa abnegazione, e una più piena conoscenza della verità, così egli ci diede un più vero e nobile pentimento. Il più nobile pentimento (se un essere decaduto può essere nobile nella sua caduta), il più decoro­so comportamento per un lucido peccatore è una resa incon­dizionata di sé a Dio - senza trattative, senza preliminari, ma immediata e istantanea. Senza conoscere cosa sarà di lui, se Dio lo risparmierà o no, unicamente con tanta speranza nel suo cuore da non disperare del tutto. Guardando non tanto al perdono come scopo, quanto ai diritti del Benefattore che egli ha offeso e vilipeso, e alla propria ingratitudine, egli deve arrendersi al suo legittimo Sovrano. Egli è un disertore; per prima cosa deve ritornare sui suoi passi, prima che qualsiasi cosa sia decisa nei suoi confronti, in male o in bene; egli è un ribelle, e deve deporre le armi. Profferte di propria scelta possono servire in casi meno gravi; come espiazione del peccato, implicano una visione carente del male e dell’entità del peccato stesso. La via perfetta di fronte alla quale la nostra natura si schermisce, ma che nostro Signore mostra di apprezzare nella parabola, è solo questa: una resa. Il figlio prodigo non attese che il padre mostrasse segni di clemenza. Non si limitò ad avvicinarsi al luogo, e poi a starsene pauroso, cercando di sapere o indovinare di che umore fosse suo padre nei suoi confronti. Optò subito per essere degradato, o forse ripudiato. Si alzò e si recò direttamente da suo padre, con decisione; e anche se suo padre lo vide in distanza e misericordioso gli andò incontro, pure il suo proposito rimase quello di una sottomissione franca e immediata. Tale deve essere il pentimento cristiano: per prima cosa dobbiamo accantonare l’idea di trovare un rimedio per il nostro peccato; poi, pur avvertendo la colpa, dobbiamo rivolgerci fermamente a Dio, senza sapere per certo che saremo perdonati. È vero che egli ci incontra sulla nostra strada con i pegni della sua clemenza, e così sostiene la nostra speranza, che altrimenti crollerebbe nell’appren­sione di incontrare l’Altissimo Dio. Pure, il nostro penti­mento come cristiani deve avere in sé lo slancio generoso della resa, il riconoscimento che siamo indegni di essere ancora chiamati suoi figli, la rinuncia a qualsiasi ambiziosa speranza di sederci alla sua destra o alla sua sinistra, e la disponibilità a portare il pesante giogo del servo, se egli vorrà porlo su di noi.

Questo, dico, è il pentimento cristiano. Si dirà: «è troppo arduo per un principiante». Vero: ma io non ho descritto il caso di un principiante. La parabola ci insegna quale sia il carattere del vero penitente, non come gli uomini inizial­mente vengano a Dio. Più viviamo, più possiamo sperare di raggiungere questo più alto genere di pentimento, a misura che progrediamo in altre grazie del perfetto carattere cristiano. Il pentimento più genuino, come la perfetta conformità ad ogni altra parte della legge di Dio, non si raggiungono di primo acchito. È necessario un lungo esercizio. […]

Quando ci convertiamo a Dio per la prima volta nella storia della nostra vita, il nostro pentimento è mescolato con ogni genere di visuali e stati d’animo imperfetti. Senza dubbio vi sarà in esso qualcosa del vero atteggiamento di semplice sottomissione; ma il desiderio di rappacificarci con Dio, o una durezza di cuore e una insensibilità relativamente ai nostri peccati; un egoistico timore del castigo; o l’aspettativa di un perdono facile e improvviso: questi e simili atteggia­menti ci influenzano, qualunque cosa possiamo dire o pen­sare di sentire. E abbastanza facile avere pronte delle belle parole, e sentirsi eccitati nei sentimenti, e predicare l’unione di una totale resa e rassegnazione con un illuminato senso del peccato; ma predicare non è possedere realmente questi eccellenti atteggiamenti. Giungere a possederli è opera di tempo. È quando il cristiano ha lungamente combattuto la buona battaglia della fede; è quando conosce per esperienza quanto poche e imperfette sono le sue migliori prestazioni che egli diventa capace di acconsentire - e acconsentire con gioia - all’affermazione che noi siamo accettati unicamente per fede nei meriti di nostro Signore e Salvatore. Quando, giunto alla fine, egli esamina la sua vita, su che cosa può fare assegnamento? Quale porzione di essa può reggere allo scrutinio dello Spirito Santo? Certo, nessuna, com’è ovvio senza dover sprecare parole. Ma di più, quale porzione sarà per lui una prova sufficiente della sua sincerità e fedeltà? Su questo voglio insistere. Come può egli sapere di essere ancora in stato di grazia dopo tanti peccati? Senza dubbio può avere l’umile speranza di essere accetto. S. Paolo parla del conforto che deriva dalla testimonianza della coscienza; ma la coscienza parla anche di innumerevoli peccati attuali e di innumerevoli omissioni di doveri. Con la vertiginosa prospettiva dell’eternità di fronte a sé, nello stato di debo­lezza per la salute in declino, come riaversi per presentarsi a Dio? Così, dopotutto, egli si ritrova nella condizione del figlio prodigo al suo ritorno, e non può andare altre, benché abbia servito Dio per tanto tempo. Non può che arrendersi a Dio, come un servo, dopo tutto meno che inutile, rassegnato alla volontà di Dio, qualunque essa sia, con maggiore o minore speranza di perdono, a seconda dei casi. Egli è certo che Cristo è il solo che ha meritato la totalità della grazia, e si affida semplicemente a lui che, «se vuole, può mondarlo», ma non senza timore per se stesso, perché incapace, come egli ben sa, di leggere il suo cuore in quel modo chiaro e infallibile nel quale lo legge Dio. In tali circostanze, quanto sarà vano parlargli delle sue buone opere e incoraggiarlo a volgere lo sguardo sulla coerenza della sua vita passata! Tale riflessione raramente gli sarà di conforto; e quando lo fosse, sarebbe il ricordo della misericordia tante volte usata­gli da Dio negli anni passati il motivo principale di incorag­giamento per lui. No, il suo vero punto di appoggio sarà il fatto che Cristo venne «a chiamare i peccatori a penitenza», e che «egli è morto per gli empi». Egli fa sue le parole di S. Paolo e nulla oltre ad esse: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto al mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io».(Mt 9,13; Rm 5,6; 1 Tm 1,15)

Oserà avvicinarsi a Cristo nel giorno terribile del Giudizio, chi quaggiù ha respinto gli inviti del suo Spirito? Chi oserà arrendersi al grande Dio, quando l’inferno è già pronto a riceverlo? Purtroppo, è soltanto perché ci rimane una qual­che dose di speranza che osiamo consegnarci a lui, quaggiù; la disperazione ci terrà irrimediabilmente lontani. Ma allora, quando egli prenderà il suo posto come giudice severo dei peccatori, chi dei suoi servi disobbedienti e indolenti si pre­senterà volentieri a lui? Il tempo della sottomissione sarà cer­tamente finito allora; la rassegnazione non ha posto fra gli spiriti decaduti; essi sono spazzati via dall’inarrestabile potere di Dio. «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre»: (Mt 22,13) tale sarà il terribile comando. Opporrebbero resi­stenza, se potessero.

Nell’inferno saranno ancora tormentati dal verme dell’o­dio orgoglioso e ribelle verso Dio! Non servirà il passare dei secoli a riconciliarli con l’improba sopportazione della loro sorte; nemmeno l’arida apatia nella quale gli increduli tro­vano rifugio, sarà loro concessa. Non ci sarà fatalismo nel luogo del tormento. I demoni vedono che la loro condanna è stata la loro propria colpa, ma sono incapaci di pentirsi. E la loro volontà che si trova in forte e diretta opposizione alla volontà di Dio, ed essi lo sanno.

Riflettete su ciò, fratelli miei, e tenetelo a mente. Non c’è alternativa: o affidarsi fin d’ora alla misericordia di Dio, o essere espulsi a fronte della sua ira nell’al di là.

«Oggi … finché dura quest’oggi … non indurite i vostri cuori». (Eb 3,7-15)

 

John Henry Newman (THEINTERNATIONALCENTREOFNEWMAN FRIENDS.org)

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