Home / Rubriche / John Henry Newman / Il prezzo della fede

Il prezzo della fede

«Sì, lo possiamo, gli dissero». Così Giacomo e Giovanni rispondevano alla severa domanda del divino Mae­stro: pieni di nobile ambizione, ma non ancora illuminati da soprannaturale saggezza e ignari del significato decisivo del loro desiderio, essi desideravano di sedere al suo fianco nel Regno glorioso di lui. Di nulla meno che del privilegio degli eletti, volevano accontentarsi, del privilegio che poco dopo Gesù avrebbe meritato con la sua morte e che offre oggi anche a noi. Giacomo e Giovanni chiedono la vita eterna e il Signore risponde non con l’assicurazione che l’otterranno, ma ricordando ciò che per essa devono arri­schiare: «Potete voi bere il calice che io bevo? o essere battezzati col battesimo col quale sono battezzato io? Essi gli replicarono: - Sì, lo possiamo» (Mc., 10, 38 ss.).

Ecco una grande lezione per noi: il nostro dovere di cristiani sta proprio nell’arrischiare qualcosa per la Vita eterna, senza l’assoluta certezza del successo. Coloro che persevereranno sino alla fine, quelli avranno il premio eter­no; e non c’è dubbio che la posta giocata da tutti i servi di Cristo sarà loro restituita in modo sovrabbondante nell’ultimo giorno. Senza fallo il Signore ci renderà molto di più di quanto durante l’esistenza terrena gli sacrifichiamo.

 

Ma qui io parlo del caso singolo, di noi uomini presi uno per uno. Nessuno sa con certezza chi persevererà sino alla fine, e, nonostante ciò, ognuno, per assicurarsi la possibi­lità del successo, deve arrischiare. Ognuno deve sacrificare qualcosa per il Paradiso, senza che questo «qualche cosa» gli conferisca una sicurezza infallibile; «arrischiare qual­che cosa» dice già tutto: sarebbe invero uno strano rischio, se non implicasse timore, dubbio, ansietà e incertezza. È necessario. E qui sta appunto la sublimità e la nobiltà della fede; proprio per questa ragione la fede è distinta da tutte le altre grazie divine ed è indicata come il mezzo della giustificazione, perché aver fede implica sentire il co­raggio di correre un rischio.

Ascoltiamo quanto dice san Paolo nell’undicesimo capi­tolo della lettera agli Ebrei, che si apre con una definizione della fede confermata con esempi che sembrano quasi voler eliminare qualsiasi possibilità di errore. Dopo aver citato il detto: « Il giusto nella sua fede vivrà » (Ab., 2, 4; Eb., 10, 38), mostrando così chiaramente di voler parlare della « fede giustificante » di cui già aveva trattato nell’epistola ai Romani (cfr. Rom., 3, 22), egli continua: « La fede è realtà (mezzo per acquistare la sicurezza) di cose sperate e convincimento di cose che non si vedono » (Eb., 11, 1).

L’essenza della fede consiste nel render presente una realtà invisibile, nel condurre l’uomo ad agire in previsione di tale realtà, come se già la possedesse realmente. Credere vuol dire correre un’alea, mettendo in gioco i conforti del presente, il piacere e gli altri beni, in vista dell’avvenire.Perciò in un’altra lettera Paolo dice espressamente: «Se solo per questa vita noi abbiamo riposto in Cristo le nostre spe­ranze, siamo più miserabili di tutti gli uomini» (1 Cor., 15, 19); e l’epistola agli Ebrei porta l’esempio dei santi dell’Antico Testamento che sacrificarono il loro stato di felicità per qualcosa di più alto a cui erano stati chiamati. Abramo «partì senza sapere dove andava» (Eb., 11, 8) e gli altri patriarchi «morirono senza aver conseguito la terra che era stata promessa, ma vedendola di lontano e abbracciandola, confessando di essere forestieri e di pas­saggio sulla terra» (Eb., 11, 13).

Così credevano i patriarchi; e nell’episodio già citato dei figli di Zebedeo, i giovani apostoli, con irriflessiva ma generosa semplicità, si dichiarano pronti a fare altrettanto. Le loro parole, anche se essi non ne afferravano il pieno significato, sono, ciò nonostante, l’espressione dell’intimo slancio che li animava e un presagio del loro futuro com­portamento. Gli risposero: « Sì, lo possiamo ». Impegnano se stessi, senza saperlo, e cadono in potere di Qualcuno più forte di loro, che, per così dire, li fa suoi prigionieri.

A onor del vero, la loro promessa innocente era fatta col cuore, benché non si rendessero conto di quel che im­pegnavano: per questo fu accettata. Anche a Pietro ac­cadde lo stesso. Gesù accettò i suoi servizi, pur avverten­dolo che non era capace di valutarne il peso. L’ardente apostolo voleva seguire immediatamente il suo Signore, ma questi gli disse: «Dove Io vado non puoi per ora seguirmi; mi seguirai più tardi» (Gv., 13, 36; cfr. 21, 18 ss.).

Tale la posta giocata dagli apostoli nella fede e nell’incertezza. In un passo del vangelo di san Luca il Sal­vatore esprime la necessità in cui tutti noi ci troviamo di agire proprio così: «Chi di voi, volendo innalzare una torre, dapprima non si siede a calcolare la spesa per vedere se ha da poter finire? Perché non avvenga che, gettate le fondamenta, non possa terminarla. Così chiunque di voi non rinunzia a tutto quanto possiede, non può essere mio discepolo» (Lc, 14, 28 ss.). Gesù ci chiede un sacrificio assoluto. Noi dobbiamo dargli tutto. Egli vuole il diritto di chiederci ora questo ora quello, e di concederci quanto gli aggrada a tempo opportuno.

Se è dunque la fede e l’elemento essenziale di una vita cristiana e se tale fede opera nel modo descritto, risulta che il nostro dovere è di arrischiare, sulla parola di Cri­sto, quello che abbiamo, in vista di quello che ancora non abbiamo. Occorre compiere questo gesto in maniera no­bile e generosa, senza imprudenze o leggerezze di sorta, ma anche senza conoscere con esattezza il valore di quanto stiamo facendo, senza sapere né che cosa sacrifichiamo ne che cosa acquisteremo: incerti circa la nostra mercede, in­certi pure riguardo alla vastità del sacrificio, attendendo sempre alla porta di Dio nella speranza che egli ci aiuti a conseguire la sua promessa e ad adempiere ai nostri im­pegni, avanzando senza timori ed ansietà per l’avvenire.

Oserei affermare che quanto abbiamo esposto fino a questo momento possa apparire semplice e in equi­vocabile a molti credenti. Ma è certissimo che quando, facendo un passo avanti, ne trarremo le pratiche conseguenze, qual­cuno, nel segreto del suo cuore, se non apertamente, si tirerà indietro. Non c’è infatti verità, per quanto assolu­tamente chiara, al cui influsso gli uomini non possano sot­trarsi chiudendo gli occhi. Non c’è dovere, per quanto ur­gente, a cui non possano, nel loro caso concreto, opporre mille buone ragioni. Essi sono sempre disposti ad asserire che ci si spinge troppo, in là con le premesse, quando invece non si fa che portarle alla loro logica conclusione. Non è il caso che ci domandiamo seriamente se gli uomini in gene­rale, anche i migliori, siano veramente capaci di mette­re in gioco qualcosa, in forza della parola di Cristo?

Riflettiamo un istante. Ciascuno si chieda che cosa ha arrischiato, lui personalmente, in base alla verità delle pro­messe di Gesù. Ho il fondato timore che se approfondis­simo la nostra disamina, troveremmo non esserci nulla di quanto risolviamo, facciamo, evitiamo, scegliamo, abban­doniamo e ricerchiamo, che non risolveremmo, faremmo, eviteremmo, sceglieremmo ugualmente se il Cristo non fosse morto e il Paradiso non ci fosse stato promesso.

Ho dav­vero paura che molti i quali portano il nome di cristiani, per quanto facciano professione di fede, per quanto pos­sano credere di sentire religiosamente, per quanto ardore e luce e amore pretendano di possedere, potrebbero andare avanti proprio come adesso, né molto meglio né molto peg­gio, se pensassero che il cristianesimo è tutta una favola.

Giovani, si danno ai piaceri dei sensi o almeno cercano le frivolezze del mondo; col passare degli anni si avviano agli affari o ad altre redditizie carriere; poi si sposano e mettono su casa, e, dato che per loro interessi e doveri coincidono, passano (e per i primi sono convinti di esserlo) come per­sone rispettabili e religiose. Invecchiano attaccati alle cose della terra, come esse sono; assumono infine un atteggia­mento ostile ad ogni sorta di vizi e di errori e mirano al quieto vivere nei confronti di tutti. Si tratta di una con­dotta certo giusta e lodevole, nel complesso. Soltanto, io penso, è una condotta che con la religione non ha nulla a che fare; non ha nulla che testimoni della presenza di principi religiosi in quelli che la adottano. Non c’è niente che queste persone non farebbero anche per un interesse esclusivamente terreno. Hanno sì interesse ad accontentare i loro desideri, e sono amanti della tranquillità e dell’or­dine proprio perché è loro interesse di esserlo: ma non arrischiano nulla, non azzardano nulla, nulla sacrificano e nulla abbandonano per la loro fede nella parola di Cristo.

Un esempio: san Barnaba apostolo aveva una proprietà, nell’isola di Cipro. La vendette a pro dei poveri di Cristo. Ecco un vero sacrificio: Barnaba compì un gesto che non avrebbe compiuto se per lui il Vangelo non fosse stato Verità. È chiaro che se il Vangelo fosse una favola (per un caso assurdo) egli si sarebbe comportato con poca accor­tezza; avrebbe commesso un grave errore esponendosi a quella seria perdita finanziaria; si sarebbe trovato nelle medesime condizioni di un armatore la cui flotta è affon­data o i cui soci sono falliti. Cristo stesso ce lo dice: «Fa­tevi degli amici col Mammona di iniquità, affinché vi accol­gano nei tabernacoli eterni» (Le, 16, 9). I gesti di carità sono un rischio e una dimostrazione di fede.

L’uomo che, pur avendo buone possibilità di riuscita nel mondo, si priva della sua ricchezza e della sua posi­zione per essere più vicino a Cristo, per aver posto nella sua dimora, o per avere più tempo di pregare e di ado­rare, compie un sacrificio. Chi per un nobile desiderio di perfezione rinunzia alle gioie del mondo, e come Daniele o Paolo si sobbarca a fatiche di ogni genere pur restando unito a Dio, anch’egli rischia qualcosa, in base alla cer­tezza che gli offre il mondo avvenire. Così pure chi, dopo aver ceduto al peccato, si pente sia a fatti che a parole, e pone un giogo sulle sue spalle sottomettendosi al castigo, mortificandosi, negandosi gioie innocenti o sottoponendosi al pubblico biasimo, mostra anche lui che la sua fede è «sostanza di cose sperate e garanzia di realtà invisibili».

E infine l’uomo che chiede nella preghiera il coraggio di resistere agli allettamenti che gli altri cercano, e di amare ciò da cui il cuore istintivamente rifugge, o l’uomo che rie­sce a vincere se stesso e a dire - Sia fatta la Tua volon­tà - pur temendo i risultati umanamente dannosi a cui la volontà divina sembra condurre, compiono l’uno e l’al­tro un sacrificio per Iddio, come rischia qualcosa, meri­tando agli occhi di Dio, chi accetta pienamente l’allonta­namento degli amici e delle persone care dicendo: - Pren­dili Signore, se questa è la tua volontà, a te li do, a te li affido.

Cuori generosi come Giacomo e Giovanni o come Pietro parlano spesso con eccessiva confidenza di quello che intendono fare per il Cristo, non per vanteria ma per ine­sperienza. In premio della loro sincerità Dio li prende in parola, benché ancora essi debbano imparare quanto serio sia l’impegno assunto. «Sì, lo possiamo» - dicono.

San Giacomo ebbe la forza di affrontare il martirio e la morte: infatti fu decapitato a Gerusalemme. San Giovanni, suo fratello, ebbe anche più da soffrire e morì per ulti­mo tra gli apostoli, come san Giacomo era morto per primo. Si vide tolti suo fratello e poi tutti gli altri compagni di apostolato e dovette sopportare lunghi anni di esilio, di solitudine e di infermità. Potremmo paragonarlo ad un uomo che deve trasportare i suoi averi in una terra lon­tana e che ad intervalli, poco per volta, li spedisce avanti a sé, finché si trova in una casa sprovvista di tutto. Una tale anima poteva ben esclamare alla fine dei suoi giorni: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap., 22, 20).

Quanto poco di questo spirito soprannaturale noi pos­sediamo! Perché ci accontentiamo delle cose come sono, tanto da desiderare di starcene per conto nostro e di go­derci la vita, perché ci giustifichiamo se qualcuno ci ren­de consapevoli della necessità di beni più alti, del dovere di portare la croce di Gesù Cristo se desideriamo di por­tarne poi la corona? Lo ripeto: che cosa arrischiamo, che cosa azzardiamo, in base alla verità della parola di Cristo? Egli lo dice espressamente: «Chiunque avrà abbandonato la casa, o i fratelli o le sorelle, o il padre o la madre o la moglie o i figli o i campi per amore del mio nome, ne rice­verà il centuplo e possiederà la vita eterna. E molti che sono i primi saranno gli ultimi e molti che sono gli ultimi saranno i primi» (Mt., 19, 29 ss.).

 

John Henry Newman (NEWMANFRIENDSINTERNATIONAL.org)

Share |