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I cattolici adulti e la 194

Nei giorni scorsi mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la vita, in una intervista a La Repubblica (15 agosto 2020) ha definito la legge 194 «un punto di riferimento condiviso, con cui tutti dobbiamo misurarci». Parole tanto forti, quanto forse non del tutto inaspettate, ma che danno la vivida impressione che taluni cattolici (e finanche taluni vertici ecclesiastici) abbiano smarrito il senso del passo evangelico: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini…» (Mt. 5, 13). Per cui forse ci sarebbero attese, da chi sovrintende la Pontificia Accademia per la vita, quantomeno inizialmente, delle valutazioni sulla natura di una legge che permette ogni anno l’uccisione di migliaia di bambini. Al contrario, si rimane sconcertati dal notare che la sua attenzione si sia soffermata sulla carenza di taluni regolamenti attuativi. Per questa moderna cattolicità adulta, di cui evidentemente Mons. Paglia è illustre portavoce, la suddetta legge, costruita nei salotti radicali, e che ha reso lecito l’aborto è divenuta, non solo da un punto di vista normativo, “un riferimento”, nonostante abbia legalizzato l’omicidio su larga scala, ma finanche trasformato ed inquinato pian piano quelle coscienze di tanti cattolici, che solo pochi decenni fa si sarebbero scandalizzati. Coscienze modificate a tal punto che oggi una parte del mondo cattolico considera la legge 194 tutto sommato ragionevole, irrinunciabile, addirittura utile perché eviterebbe un certo numero di aborti clandestini.

Il dramma di questi cattolici adulti è che non dicono che quella legge non è stata concepita per limitare la piaga degli aborti clandestini (tant’è vero che solo nel 2018 le interruzioni volontarie di gravidanza erogate dal Servizio Sanitario Nazionale sono state 76.328), bensì perché doveva essere il cavallo di Troia (secondo un modello ben sperimentato dal mondo radicale) che utilizzando casi pietosi ed estremi, fa passare nelle coscienze un “diritto” abominevole. Questo fenomeno è stato studiato e descritto dal sociologo Joseph P. Overton in quella che è nota appunta come “finestra di Overton”. Secondo il noto sociologo infatti, una qualsiasi idea, anche quella apparentemente maggiormente inconcepibile, può trovare spazio nella società grazie proprio ad una finestra inizialmente concettuale. Infatti, all’inizio l’idea diviene oggetto di una mera discussione, per poi fare il suo ingresso lentamente nel sentire di taluni, finché non diviene legge. Questo processo graduale permette che una determinata questione come appunto l’aborto (potremmo inserire anche il divorzio che è poi sfociato nel matrimonio omosessuale, ma anche l’eutanasia, oppure la legge contro l’omofobia) è passata da “impensabile” a degna di dibattito, fino al suo inserimento nel tessuto normativo di uno Stato. Ingegneria sociale!

Quegli oltre 76 mila bambini non nati solo nel 2018 (che per taluni cattolici è “un riferimento”), sono il tragico monumento di questa legge: una normativa nata con l’unico intento di creare una breccia in interiore homine, riconoscendo il “diritto” della donna di uccidere chi dovrebbe custodire in grembo. Numeri così elevati disvelano l’ipocrisia di coloro che tentavano di giustificare l’aborto nei casi di violenza sessuale o di gravi incurabili malformazioni. Al pari della pietosa bugia per la quale molte donne rimanevano incinte perché non sufficientemente istruite sui metodi precauzionali.

La 194 è una norma che regola un diritto su un bene altrui, perché il diritto alla vita del nascituro viene sacrificato sull’altare delle logiche del mondo ed è derubricato ad oggetto di diritto disponibile. E così tra uno strapparsi le vesti ed una tirata di orecchie, l’uomo si abitua al male. Per questo è una legge immorale prima che ingiusta: ogni ulteriore provvedimento, anche quello di innalzare il termine per la pratica abortiva, è già di per sé permesso dalla norma che è null’altro che un foglio bianco sul quale il Legislatore può rendere più ampie le maglie di applicazione (non si dimentichi che in alcuni Stati degli USA, il termine per praticare l’aborto è giunto al nono mese di gestazione).

Ma che il mondo spinga verso visioni relativiste pare evidente e forse scontato; preoccupa, però, (e spesso disorienta) che coloro che dovrebbero dare sapore (morale) non perdono occasione per essere scipiti e conformati al mondo, disillusi e stanchi, proprio come gli “adulti”.

Ma il cattolicesimo è un mondo per bambini, un mondo di chi si infiamma con candore, di chi distingue tra buono e cattivo, bello e brutto, giusto e sbagliato; Nostro Signore ha detto: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno di Dio». La “cattolicità adulta” è una cattolicità morta, miseramente umana, fatta di strategie e logiche suggerite dal tempo e per questo destinate a perire. Pertanto chi tenta di accomodare la propria coscienza, cercando di pianificare strategie mediatiche atte a bilanciare posizioni di ragione e di fede, con le pulsioni mondane sempre più frenetiche, dimostra, tra le altre cose, una pochezza di fede, illudendosi che le battaglie possano essere vinte grazie ai calcoli e a miopi valutazioni, soprattutto se esse si allontanano dalla verità che non è solo quella derivante dalla fede. Le vittorie, tutte, appartengono a Dio; a noi è chiesto solo di combattere e di essere e farci testimoni.

Agli adulti cattolici che balbettano frasi poco coraggiose nel timore di scandalizzare il mondo, occorrerebbe gridare parole chiare come quelle di un bambino: la legge 194 è contraria al diritto naturale e alla dottrina cattolica e per questo non può trovare spazio nel tessuto normativo, che al contrario dovrebbe ospitare leggi a reale tutela della donna e madre!

In definitiva, per un cattolico, non è questione di numeri o di male minore: per chi si professa cattolico la sacralità della vita è violata per ogni singolo aborto praticato e permesso, per cui finanche il calo demografico e la silenziosa e costante scomparsa di un popolo e di una civiltà viene dopo, soprattutto se si pensa che possa essere frenata grazie ai flussi migratori, il cui fenomeno, al contrario, è destinato al più ad accelerarne il declino. 


Riccardo Rodelli (Fonte: corrispondenzaromana.it)