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L'aiuto di Dio nel ricordo della vita trascorsa

Soltanto dopo la Risurrezione, e ancor più dopo l’Ascen­sione, a Pentecoste, gli apostoli compresero chi era il loro Maestro. Non durante la vita terrena del Signore com­presero, ma quando tutto già era finito. In questo fatto, io penso, possiamo scoprire la traccia di una legge gene­rale che più e più volte trova la sua attuazione negli avve­nimenti biblici e in quelli umani: di Dio non ci accorgia­mo nel momento in cui egli è presente, ma dopo, ripen­sando a ciò che ormai è avvenuto.

La storia stessa del Salvatore ci fornisce esempi dell’esistenza di una legge tanto ammirevole. L’apostolo Filip­po, per citare un caso, non si rendeva conto del privilegio di cui aveva lungamente goduto, quando chiese a Gesù che gli mostrasse il Padre. Perciò il Signore gli rispose: « Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto? » (Gv., 14,9). In un’altra occasione Gesù disse a san Pie­tro: « Ciò che io faccio non lo comprendi ora; lo com­prenderai più tardi» (Gv., 13,7); e ancora: « I suoi discepoli non compresero dapprima queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si rammentarono che quelle cose erano per lui state scritte e che quelle avevano essi com­piute in lui» (Gv., 12,16). Lo stesso avvenne per i due discepoli che si recavano ad Emmaus: «Gesù… si mise a camminare con loro, ma i loro occhi erano impediti, così da non riconoscerlo » ; e quando stavano per capire che era lui, già Gesù era scomparso: «Allora si dissero l’un l’altro: - Non ci ardeva forse il cuore in petto, mentre per strada ci parlava e ci spiegava le Scritture?» (Lc, 24, 15-16; 32).

[…] Tale è nella Scrittura il modo consueto dell’agire di Dio. Egli dispensa le sue grazie in silenzio, nel segreto, così che nulla, al momento, tranne la fede, ci permette di ca­pire: la chiara coscienza del suo intervento sopravviene solo a fatto compiuto. Il profilo stesso della storia evangelica è delineato da due avvenimenti che non furono compresi se non dopo la loro realizzazione: la venuta del Salvatore e la venuta dello Spirito Santo, anche più ricca di grazie e an­cora più misteriosa. La «carne e il sangue»(Mt., 16,17) non potevano identificare il Figlio di Dio, neppure quando egli compiva miracoli evidenti: l’uomo carnale non riesce a comprendere le cose dello Spirito; pure, nel mondo avve­nire, egli riceverà la sua condanna per non aver creduto sul­la terra ciò che non era mai stato capace di intravedere. Il modo in cui Dio si fa presente nel nostro mondo ha mol­to in comune con la rivelazione che fu accordata a Mosè nella colonna di nube: « Non potrai vedere il mio volto, dis­se Dio, perché nessun uomo mi vedrà e poi rimarrà vivo ». Ma quando Dio fu passato, Mosè vide l’immagine della glo­ria divina che si allontanava, mentre non aveva potuto ve­derla di faccia. La vide e la riconobbe e « si curvò sino a terra in adorazione » (Es.,33,20; 34,8).

Vale la pena di riflettere a quanto tutto ciò trovi corri­spondenza in quel che avviene nella vita. Accadono cose piacevoli e cose spiacevoli. Al momento nessuno s’accorge del loro significato e nessuno pensa a vedervi la mano di Dio. Se abbiamo fede, crediamo pur non vedendo, ed acco­gliamo gli eventi come volontà divina; ma, abbiamo fede o no, altro modo di accettare non c’è; non vediamo nulla, né perché le cose accadono né dove ci conducono. Così si lamentava Giacobbe: « Tutti questi malanni cadono so­pra di me » (Gn., 42, 36); e certo, in apparenza, aveva ragione: uno dei suoi figli era scomparso, un altro era trat­tenuto come ostaggio in terra straniera, mentre il terzo do­veva egli pure esservi condotto… Eppure tutto mirava al suo bene! Lo stesso era accaduto nel caso del fortunato e nobile figlio che per primo gli era stato tolto: venduto dai suoi fratelli a degli stranieri, portato in Egitto, tentato ter­ribilmente e, per tutta ricompensa, gettato in prigione. Giuseppe attendeva là che il Signore gli fosse propizio e lo « guardasse dal cielo ». Attendeva. Perché? Fino a quando? «Il Signore era con Giuseppe», ripete più volte il sacro testo; ma forse che egli in quel momento si accorgeva della benevolenza divina? Solo la fede poteva permettergli di accorgersene, solo la fede poteva fargliela apprezzare. La fede era la sua ricompensa, ma agli occhi della ragione non si trattava affatto di una ricompensa. Finalmente Giu­seppe comprese quello che un tempo era così incomprensibile: « Iddio mi mandò avanti a voi in Egitto per il vostro bene», egli disse ai suoi fratelli (Gn., 45,5). Mera­vigliosa Provvidenza, cosi silenziosi, ma tanto efficace, tanto costante e infallibile!

Anche in molti casi della nostra vita, quantunque non sensazionali, non particolarmente incresciosi né particolar­mente fortunati, ma comuni, riusciamo a discernere, dopo che si sono verificati, che Dio ci è stato vicino, e sentiamo il dovere di ringraziarlo. Se qualcuno, consapevole di aver nel complesso servito Dio con amore, rivolge uno sguardo alla vita trascorsa, certo comprende quanto fossero difficili situazioni e passi che al momento sembravano del tutto indifferenti. Pensiamo ad esempio all’ambiente scolastico in cui fu mandato da piccolo, o all’incontro con coloro che poi gli avrebbero tanto giovato, o ancora ai fatti che deter­minarono la sua carriera o il suo avvenire. La mano di Dio ovunque protegge quelli che gli appartengono, e li guida per vie ad essi ignote. Tutto quello che l’uomo può fare è credere in ciò che non gli è dato, al momento, di ve­dere con chiarezza, ma che potrà vedere poi; e credendo, seguire il cammino tracciato da Dio.

Ripensando agli anni trascorsi, troviamo che hanno la­sciato un ricordo di infinita dolcezza, quantunque a quel tempo ben poco vedessimo in essi capace di dare conso­lazione. Eravamo noi, piuttosto, incapaci di accorgerci della nostra felicità. Era lo stare alla presenza di Dio che ci riem­piva di gioia: ma noi non lo sapevamo. Ci era impossibile apprezzare e pensare a questa gioia; solo dopo, quando essa è passata, si fa vivo il ricordo. Tale è la dolcezza e la soavità che giorni da lungo tempo trascorsi possono rin­novare. Gli anni anche più grigi, in cui ci sembrava non viver neppure, tornano alla nostra memoria nella loro regolarità e nel loro trascorrere ordinato. Quello che un tempo era tedioso, ora appare stabile; quel che era opaco, pieno di conforto; quel che sembrava inutile, prezioso, e armonio­se le cose del tutto monotone. Tutto appare caro e gradito, e non possiamo trattenere, nel ricordare, uno slancio d’af­fetto. Anche i periodi dolorosi (ed è pur strano a prima vista) appaiono soffusi di luce. E perché non dovrebbe essere proprio così, dato che più che mai il Signore è pre­sente, quando sembra aver abbandonato i suoi alla desola­zione e alla solitudine? La croce del Cristo, quando pene­tra nel cuore è tagliente e dolorosa: ma come albero mae­stoso, ricco di rami e carico di frutti, s’innalza poi verso il cielo, e il vederlo riempie di gioia. Se è vero tutto ciò per i giorni tristi o per quelli comuni, quanto più lo sarà per quelli che furono pieni di gioia spirituale!

Con questi sentimenti spesso l’uomo guarda alla sua infanzia, quando un fatto qualsiasi la fa ritornare viva alla sua memoria. Un oggetto del tempo passato, un luogo, un libro, una parola, un profumo, un suono bastano a susci­tare il ricordo dei primi anni di scuola, ed allora si com­prende quel che prima non si poteva comprendere, che cioè Iddio era con noi e ci dava riposo. Anche ora, forse, non ci è dato discernere chiaramente che cosa rendeva quel tempo così luminoso e attraente. Sono proprio gli anni che vorremmo rivivere: è la grazia di stare vicini a Dio, che allora avevamo, ad attirarci ancora. Non è che voglia­mo ridiventare bambini; essere come angeli e vedere Dio, questo vorremmo, essere creature immortali, cinte di coro­ne, vestite di bianco, con rami di palma nelle mani, davanti al Signore.

Approfittiamo dunque di quello che ogni giorno, ogni ora, ci insegna, prima che fugga. In ciò che sembra buio al momento in cui l’incontriamo, ravviseremo, quando sarà passato, un riflesso del «Sole di giustizia», del Signore. Approfittiamo nell’avvenire di queste esperienze, credendo in quello che non ci è dato di vedere. Il mondo va ap­parentemente secondo il solito: non c’è in esso nulla di soprannaturale, come non c’è nulla di soprannaturale nel­le notizie del giorno; le realtà divine non sono riconosci­bili sui volti delle folle, né su quelli dei grandi, dei ricchi, degli indaffarati; neppure una traccia ne troviamo nelle parole dell’uomo eloquente, nei gesti dei potenti, nei con­sigli dei saggi, nelle decisioni dei grandi, o nelle esibizioni dei- ricchi. Eppure anche là lo Spirito di Dio è presente. Anche là è presente l’eterno Figlio, dieci volte più glorioso e più forte di quando camminò sulla terra nella nostra carne.

Portiamo sempre nel cuore questa divina realtà: più l’azione di Dio è segreta, più è potente; più è silen­ziosa, più è adorabile! Noi siamo in suo potere. Chie­diamo al Signore di poter conoscere fino in fondo i nostri privilegi, di godere di quanto ci appartiene, di credere nei suoi doni e di gloriarcene « come membri di Cristo » ed «eredi di Dio» (Ef., 5,30; Rom.,8,17).

 

John Henry Newman (THEINTERNATIONALCENTREOFNEWMANFRIENDS.org)

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