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Conseguenze morali dei singoli peccati

“Sappiate che il vostro peccato vi raggiungerà” (Nm 32,23)

Questo è uno dei passi, negli scritti ispirati, che, pur introdotto in una occasione particolare e con una intenzione limitata, esprime una verità di carattere generale, che ci ap­pare immediatamente andar ben oltre il contesto specifico, e che noi useremo a prescindere da esso. Mosè ammoniva le tribù di Gad e di Ruben, che avevano ricevuto per prime la loro eredità, che se non avessero combattuto a fianco dei loro fratelli per aiutarli a conquistare la loro, il loro peccato li avrebbe raggiunti e visitati. E mentre egli così parlava, lo Spirito Santo, che parlava per mezzo suo, dava alle sue parole un intento ben più ampio, quello dell’edificazione della Chiesa fino alla fine dei tempi. Egli intimava la grande legge del governo divino, alla quale tutti coloro che lo stu­diano danno testimonianza, che cioè un peccato è sempre seguito dalla sua punizione. Non è più certo il susseguirsi della notte al giorno, che il susseguirsi della punizione al peccato. Che il peccato sia grave o lieve, momentaneo o abi­tuale, di malizia o di debolezza, la sua specifica punizione -per quel tanto di esperienza che ne possiamo avere – sembra seguire come una legge di natura, prima o dopo, più legge­ra o più pesante, a seconda dei casi.

Noi cristiani apparteniamo a un ordinamento di grazia, e abbiamo il privilegio di una certa sospensione di questa terribile legge della religione naturale. Il sangue di Cristo, come dice S. Giovanni, è di una tale meravigliosa efficacia da “purificarci da ogni peccato”, da interporsi fra il nostro peccato e la sua punizione, e distruggerlo prima che la punizione ci raggiunga. Questo inestimabile beneficio è applicato alle nostre anime in vari modi, secondo l’inscruta­bile beneplacito divino; e di per sé sostituisce e neutralizza la legge di natura con gli annessi castighi per la disobbe­dienza. Ma per quanto effettivamente ed estensivamente applicato, pure l’esperienza ci assicura che tale beneficio non ci è elargito in modo totale e in tutte le circostanze. Ancora: è un fatto innegabile che i penitenti, per quanto veramente tali, non sono preservati dalle attuali conseguen­ze dei loro peccati passati, siano essi esterni o interni, coin­volgenti la mente, o il corpo, o i beni materiali. Si danno poi casi di cristiani che defezionano e non si pentono. Ci sono ragioni note per dire che quanti.peccano dopo aver ricevuto la grazia, sono, come tali, in una situazione peggiore che se non l’avessero ricevuta. Quindi, per quanto grandi siano i privilegi che abbiamo ricevuto entro l’ordinamento evange­lico, essi non scalfiscono la forza e il serio ammonimento delle parole del testo. È sempre vero, in modi diversi e terri­bili, e più ancora di prima che Cristo morisse, che il nostro peccato ci raggiunge e porta, prima o poi, la sua punizione; proprio come una pietra cade a terra, o il fuoco brucia, o il veleno uccide, per un rapporto di causa ad effetto.

Il testo ci porta a considerare le conseguenze di un singo­lo peccato, come sarebbe stata la violazione del loro impegno per le tribù di Ruben e di Gad; per restringere il tema, par­lerò soltanto delle conseguenze morali. Consideriamo l’in­fluenza che singoli peccati, passati o presenti, possono avere sul nostro attuale carattere agli occhi di Dio; quanto grande possa essere, sarà chiaro dalle riflessioni che seguono.

È naturale cominciare a riflettere sulla probabile influen­za su di noi di peccati commessi nell’infanzia, di cui non ci siamo mai resi pienamente conto o abbiamo del tutto dimenticato. È difficile dire da quando i bambini comincia­no ad essere creature responsabili, e quando non lo sono ancora; né si potrebbe fissare una data, per quanto primor­diale, nella quale certamente non lo sono. Anche la data più tardiva assegnabile è molto all’indietro; e da allora in poi, qualunque cosa facciano – non possiamo dubitare – eserci­terà una influenza di grande peso sul loro carattere. Due linee divergenti si distanziano sempre più, maggiore è la distanza dal punto in comune; in modo simile un’anima destinata all’eternità può essere infinitamente mutata in meglio o in peggio da influenze molto piccole esercitate su di lei all’inizio del suo corso. Una deviazione molto piccola alla partenza può essere la misura della differenza dal ten­dere verso l’inferno o verso il paradiso.

Per dare il debito peso a questa riflessione, dobbiamo ricordare che la mente dei bambini è altamente impressio­nabile, come difficilmente avviene in seguito. Quanto si svolge attorno a loro, sia per la novità o per altra causa, si fissa e si perpetua nella loro immaginazione; giorni o ore per loro sono simili, e possono fare il lavoro di anni. Ciascuno, riandando con il pensiero ai suoi primi anni, può persuadersi di questo; il carattere che la sua infanzia com­plessivamente conserva nella sua memoria è legato a poche circostanze esterne, quasi fuori dal tempo: una certa casa, una visita a un certo luogo, la presenza di certe persone, una certa primavera o estate; circostanze che in un primo momento egli non può credere che siano state così transito­rie, come da riscontro risultano essere state.

D’altro lato, si osservi che noi certamente siamo inconsa­pevoli di molte cose che ci accadono nell’infanzia e nella fanciullezza; mi riferisco alle malattie e alle sofferenze infantili: talora, sul momento, non ne siamo consci; talaltra le dimentichiamo subito dopo. Tuttavia sono di natura seria, e dato che devono avere una causa morale, nota o ignota, devono avere – si pensa – anche un effetto morale; e dato che esse suggeriscono con la loro presenza la possibi­lità che anche altre cose serie avvengano in noi, hanno in più la tendenza naturale a colpirci in un modo o nell’altro. Misterioso com’è il fatto che i bambini e i fanciulli debbano soffrire, non lo è meno il fatto che, quando pervengono all’età della ragione, debbano talmente dimenticarsene da aver difficoltà a crederci, quando si racconta loro di aver tanto sofferto. Ma come le malattie e gli accidenti dell’infan­zia lasciano segni permanenti nel loro corpo, anche se essi non ricordano nulla al proposito, non è stravagante l’idea che atteggiamenti peccaminosi momentaneamente assunti e per sempre in seguito dimenticati, debbano toccare l’anima così da causare quelle differenze morali fra uomo e uomo, che, quale ne sia l’origine, sono troppo evidenti per essere negate. Con questo impressionante pensiero sull’importan­za dei primi anni della nostra vita, quanto è penoso riflette­re che i bambini sono comunemente trattati come se non fossero responsabili, come se poco contasse quello che fanno o sono! Vengono scusati, presi alla leggera, viziati, se non trascurati. Sono posti di fronte a cattivi esempi; si fanno o si dicono di fronte a loro cose che essi capiscono, quando gli altri nemmeno lo sospettano, e le immagazzinano nella loro mente e le traducono nel loro comportamento; e così le tinte indelebili del peccato e dell’errore si imprimono nelle loro anime, e diventano altrettanto realmente parti della lo­ro natura, quanto quel peccato originale nel quale sono nati. Quello che è vero nell’infanzia e nella fanciullezza, in una certa misura vale anche dopo. Benché i nostri primi anni di vita abbiano la caratteristica di essere particolarmen­te suscettibili di ricevere forti impressioni inconsce e presto del tutto dimenticate, pure anche in seguito in momenti particolari, quando la mente è eccitata e distolta dal suo stato ordinario di soggezione alle forme comportamentali abituali, ed è quasi riportata a quelle stato informe originario in cui era più libera di scegliere il bene e il male, anche allora in modo simile subisce quasi inconsciamente impron­te indelebili, come nell’infanzia. Questa è una ragione per cui un tempo di prova diventa spesso una tale crisi nella vita spirituale di un uomo. È un periodo in cui il ferro è rovente e malleabile; uno o due colpi bastano per forgiarlo come un’arma per Dio o per satana. In altri termini, se un uomo è allora preso alla sprovvista, un peccato apparente­mente minimo porta nel tempo più lontano a conseguenze così drammatiche che uno quasi non osa contemplarle. Questo può servire per farci capire la rapidità e l’apparente semplicità della prova che la Scrittura presenta come decisi­va del destino di coloro che vi soccombono; la prova di Saul, ad esempio, o di Esaù. D’altra parte, risultati grandiosi possono conseguire da un atto di obbedienza, come quello di Giuseppe che resiste alla moglie del suo padrone, o di Davide che risparmia la vita di Saul. Simili grandi occasioni, per il bene o per il male, si presentano lungo tutta la vita, ma specialmente in gioventù; e sarebbe bene che i giovani si rendessero conto della loro evenienza e importanza. Ahimè! Che cosa non darebbero in seguito, quando giungono a pentirsi (per non parlare di quel più terrificante momento del futuro Giudizio, quando staranno di fronte a Dio a un passo dal paradiso o dall’inferno) per non aver fatto quello che in un momento di eccitazione hanno fatto! Cosa non darebbero per revocare la presa di posizione blasfema o l’a­zione delittuosa; per essere quello che erano allora e ora non sono più, liberi di servire Dio, liberi dal marchio e dal giogo di satana! Come piangeranno amaramente quel fascino, o delirio, o sofisma, che li ha resi quello che non sarebbero stati se vi si fossero opposti con le armi che Cristo dava loro! Quei peccati singoli o dimenticati che evocavo sono la probabile causa delle strane incoerenze di carattere che spesso incontriamo nella nostra esperienza. Si incontrano di continuo uomini dotati di molte buone qualità, amabili ed eccellenti, eppure, da un altro lato, stranamente corrotti. E non si riesce a smuoverli, o a incontrarsi con loro, ma bisogna lasciarli come si sono trovati. Forse sono deboli o troppo indulgenti verso gli altri; forse sono rudi; forse sono ostinati; forse si sono fissati in qualche idea perversa; forse sono irresoluti e indecisi; sono gravati da una o più taro. E tu te ne lamenti, ma non puoi farci nulla, e sei obbligato a prenderli per quello che sono, e rassegnarti, per quanto lo ne dispiaccia. Gli uomini sono a volte tanto buoni e grandi che uno è portato a esclamare: oh se fossero solo un tantino meglio, un tantino più grandi!

Qui sta tutta la differenza fra l’essere un vero santo di Dio o un cristiano di secondo o terz’ordine. I grandi santi sono pochi. C’è sempre un qualcosa; non dico peccati volon­tari riconosciuti come tali – peccati contro la coscienza (che evidentemente precludono da ogni speranza) – ma una qualche carenza di valutazione e di principio, un certo difet­to nel carattere. Questo è il caso comune persino dei miglio­ri cristiani; non sono ligi fino in fondo, non camminano per­fettamente con Dio. Ed è difficile dire perché. Sono sempre vissuti religiosamente, sono stati tenuti lontano dalle tenta­zioni, hanno avuto buona educazione e istruzione, assolvo­no i loro compiti, sono buoni mariti o mogli, buoni genitori, buoni vicini: pure, a conoscerli bene, c’è in loro qualche grossa incoerenza.

Questa considerazione aiuta a capire il modo strano in cui i difetti di carattere si nascondono nell’uomo. Per anni nessuno si accorge di particolari difetti, di cui nemmeno gli stessi interessati si rendono conto; fino a che non vengono certe circostanze a metterli in luce. A quel punto le persone risultano assai differenti da come si pensavano; per questo motivo è raro riuscire a fare previsioni sulle persone, ed ò meglio non osare scommettere nemmeno su se stessi per il futuro. Secondo un proverbio, il potere prova l’uomo; ma altrettanto fanno le ricchezze, e così fanno vari mutamenti di situazione. Ci rendiamo conto che dopo tutto non conosciamo le persone, anche se abbiamo avuto a che fare con loro per anni. Rimaniamo delusi e a volte scossi, come di fronte ad un cambio di identità; mentre forse non è altro che il venire alla luce di peccati commessi già molto prima che li incontrassimo per la prima volta.

Ancora: singoli peccati, lasciati correre, sono spesso la causa nascosta di altri difetti di carattere, che stanno più dalla parte dei sintomi che della radice del male. Questo è generalmente riconosciuto a proposito del temperamento scettico, refrattario ai ragionamenti, la cui radice affonda in abitudini viziose, con cui però i colpevoli affermano stre­nuamente di non aver nulla a che fare, in quanto relative all’agire pratico e senza alcuna influenza sulla loro ragione e le loro opinioni. E lo stesso è probabilmente vero in altri casi; debolezza di mente, modi effeminati e falsa raffinatez­za possono a volte essere il risultato dell’indulgere in pen­sieri impuri; le distrazioni nella preghiera possono avere qualche recondito legame con la superbia; l’irascibilità può derivare il suo potere su di noi dall’indulgenza, pur non eccessiva, nel mangiare e bere. Non intendo affermare fra questi diversi peccati uno stretto rapporto di causa ed effet­to, ma semplicemente una connessione che spesso di fatto si verifica, comunque la si possa spiegare.

Ora passerò a considerare l’esistenza di singoli peccati e la situazione delle persone che ne soffrono secondo un altro punto di vista. Ci sono poche persone – se non nessuno – che siano immuni da una qualche tentazione particolarmente ri­corrente, da una qualche debolezza, da un qualche peccato; la prova sta nel resistere e reagire. Una persona può essere complessivamente molto religiosa, tranne che per quell’uni­co punto debole; e quell’unica debolezza assecondata può causare i più spaventosi effetti nel suo spirito, sia in se stes­so che agli occhi di Dio, senza che la persona se ne renda conto. Prendiamo il caso di una persona incapace di perdonare e di vincere i propri risentimenti. Ciononostante, può avere molte doti positive, visuali elevate, principi ben radicati, molti meriti, grande dedizione al servizio di Dio, grande fede, grande santità. Posso immaginare che tale per­sona tenderà molto a reprimere e a emarginare dalle sue convinzioni la coscienza di nutrire quel segreto peccato clic richiamavo, proprio perché convinta della propria integrità e del proprio spirito di dedizione verso tutti gli altri suoi doveri. Ci sono invece peccati che, una volta commessi, pro­vocano una tale angoscia e un tale turbamento, da allarmare la mente al di là della loro stessa nefandezza e intrinseca odiosità. Non dobbiamo evidentemente mai sottovalutare l’estrema miseria e colpevolezza dei pensieri cattivi, sui quali i giovani spesso indugiano; tuttavia in seguito essi riempiono di rimorso la persona e la spingono al pentimen­to, e fino a che il pentimento non giunge, la gravano, cosic­ché non trova requie o contentezza. Non può attendere ai suoi doveri ordinari come prima; e, mentre tutto questo è avvertito, per quanto gravi essi siano, non colpiscono di nascosto, ma in un certo senso contrastano i loro stessi effet­ti. Ma diverso è il caso della cupidigia, della presunzione, dell’ambizione, o del risentimento, che è il particolare pec­cato di cui sto parlando. Può trovare diecimila attenuanti; può assumere nomi falsi; può affiorare alla coscienza di un individuo solo di tanto in tanto, per un attimo, come uno scrupolo che subito scompare; null’altro. La trafittura è stata di un attimo, mentre ad occupare stabilmente la sua mente sono la disinvoltura, la soddisfazione e l’armonia, che le provengono dall’esatto adempimento dei suoi doveri gene­rali. Quali che essi siano, questa coscienza è in lui. Egli ò onesto, giusto, temperante, mortificato; è socievole, ed è forse mite e modesto, senza pretese e bonario. All’occor­renza è fermo, ha idee chiare in materia di principi, è zelan­te nel comportamento, è privo di secondi fini. Entra nella Casa di Dio, e il suo cuore risponde a tutto ciò che egli vede e sente. Ha l’impressione di poter dire: “Oh Dio, tu mi vedi!” – come se non avesse alcun peccato nel suo cuore. Prega calmo e serio come sempre, si sente come sempre; il suo cuore è rapito dal racconto evangelico, o dai salmi di Davide. È consapevole di non appartenere a questo mondo. È umilmente fiducioso che non vi sia nulla al mondo che (grazie a Dio) possa separarlo dall’amore di Dio e di Cristo. Non vedete come la sua immaginazione è trascinata da tutto questo? Egli è fondamentalmente quello che pensa di essere; egli si pensa devoto a Dio in ogni servizio attivo, in ogni pensiero segreto; e così egli è. Non si sbaglia a pensare così; ma nonostante tutto questo, egli ha un grosso difetto in un’altra direzione – un difetto nascosto. Dimentica che, nonostante tutta questa consonanza fra tutto l’interno e tutto l’esterno per ventitré ore al giorno, vi è un tasto che di tanto in tanto stride nella sua mente – una corda fuori tono. Qualcuno gli ha fatto torto o ha offeso il suo onore, e ogni giorno, ogni settimana, alcuni minuti sono riservati a pensieri foschi, implacabili, che inizialmente gli erano anche apparsi quello che erano, cioè peccato, ma che egli ha imparato gradualmente a scusare, anzi a giustificare sulla base di altri principi, a riferire ad altri motivi, a giustificare per motivi di religione o altro. Salomone dice: “Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere: così fa un po’ di follia per chi è in reputazione di sapienza e onore”. (Qo 10,1) Ahimè! Chi può pretendere di stimare l’effetto di una tale trasgressione apparentemente lieve nella situazione spirituale di ognuno di noi? Chi può pretendere di dire quale ne sia l’effetto agli occhi di Dio? Che cosa ne penseranno gli angeli? Che penserà il nostro angelo custode, che ci è stato assegnato, che ha vegliato su di noi, ed è stato nostro amico fin dall’infanzia? Che penserà egli, che si rallegrò al vedere come crescevamo con la grazia di Dio, ma che ora è costretto a temere per noi? Ahimè! Quale sarà la reale condizione del nostro cuore? I corpi conservano per qualche tempo il calore dopo la morte. E chi può dire altro, se non che un’anima in una se esteriormente lo conserva, e sopravvive fino all’e­saurimento di quel piccolo tesoro di forza e di vita che si è depositato in lui? Anzi, sappiamo che è così, se il peccato è stato deliberato e volontario; perché la parola della Scrittura ci assicura che un tale peccato ci esclude dalla presenza di Dio, e blocca i canali attraverso i quali egli ci dona la grazia.

Considerate anche quale triste avvilimento può essere inflitto all’intera Chiesa da una tale causa. Le intercessioni dei santi sono la vita della Chiesa. Le elemosine e le buone opere, le preghiere e i digiuni, la purezza, la coscienziosità, la devozione di tutti i veri credenti, grandi e piccoli, sono la nostra salvezza e protezione. Quando satana vuole colpirla in uno dei suoi rami, egli comincia senza dubbio col cercare di privarla di ciò in cui sta la sua forza. Egli guadagna qual­cosa ogni qual volta può irretire le persone religiose in qual­che peccato deliberato, quando egli può eccitare il loro orgo­glio, accendere il loro risentimento, adescare la loro cupidigia, o alimentare speranze ambiziose. Un peccato gli basta: il suo lavoro è fatto, quando può mettere un solo ostacolo sul loro percorso; lì lo lascia, é se ne va soddisfatto. E si os­servi che questo vale sia per gli individui che per la Chiesa in un certo tempo. Per quanto ne sappiamo, nel momento che stiamo vivendo, satana può essere riuscito a contagiarci tutti assieme con un peccato che sta agendo per la nostra distruzione, nonostante tutti i punti positivi che al di là di quello possiamo avere. L’amore per le buone cose del mondo, ad esempio, può essere sufficiente per guastare molte grazie. Quanto agli individui, il caso di Acan è emble­matico, come ben ricorderete. Il suo peccato – di aver sot­tratto dal bottino un bel mantello di Sennar e una certa quantità d’oro e argento – attirò la sconfitta sulle forze di Israele, e quindi la morte per sé, per i suoi figli e figlie. (Cf. Gs 7)

Guardiamoci dal pensare che la provvidenza di Dio sia materialmente diversa ora, perché non ci è dato di vederla. La principale differenza fra il suo modo di trattare con i giu­dei e con i cristiani è solo questa: che verso i primi assume­va forme visibili mentre verso i secondi forme non visibili. Noi non vediamo gli effetti della sua ira ora, come allora, ma essi sono altrettanto reali e più terribili, in quanto pro­porzionati alla grandezza dei privilegi abusati.

Può essere considerato un altro esempio di disobbedien­za ristretta ad un solo particolare, che si accompagna in pari tempo con molta eccellenza per altri aspetti: il caso del distacco dalla Chiesa. Quando incontriamo persone che hanno defezionato dalla Chiesa, o che si oppongono attiva­mente ad essa, o che respingono parte delle sue dottrine, può talora avvenire di riscontrare tanta presenza di buoni principi e di giusta condotta in esse, da farci rimanere per­plessi, e da indurci a chiederci se le loro opinioni possano essere davvero sbagliate, o se per questo esse ne siano dan­neggiate. Si osservi che sto parlando di coloro che si oppon­gono alla verità, quando avrebbero avuto modo di capire meglio. Ancora, non vorrei che dimenticaste che i doni più alti della grazia sono del tutto invisibili, come anche le punizioni. Ma parliamo di ciò che si vede in coloro che deli­beratamente si oppongono alla Chiesa. Dico che è probabile che la nostra immaginazione sia colpita da ciò che appare in essi di fede e santità; ancor più ciò può avvenire nell’imma­ginazione delle persone stesse, che spesso non hanno alcun dubbio quanto ad essere nella grazia di Dio. Mi riferisco a quanti, nella loro separazione dalla Chiesa, risultano ribelli a Dio; non possiamo sapere chi siano, e non siamo quindi assolutamente in grado di esprimere giudizi su alcuno. Tuttavia vorrei che tutti coloro che vengono a trovarsi assie­me a persone che, essendo separatiste, potrebbero essere ribelli a Dio, tenessero a mente questo: che la loro apparente santità e religiosità, per quanto grandi , non provano che esse siano realmente sante e religiose, nel caso avessero quest’unico peccato segreto a loro carico nel libro del cielo. Avviene per loro, per analogia, la stessa cosa che accade a un uomo che può essere in buona salute, aver le braccia e le mani sue proprie, la testa a posto, la mente attiva, eppure avere un organo ammalato, di un’affezione che non appare immediatamente, ma rimane latente, ed è tuttavia mortale, tale da portare a distanza di tempo a morte certa. Come nell’esempio che portavo, una persona può essere retta e nobil­mente ispirata, priva di doppi fini e fortemente determina­ta, garbata e gentile, mortificata e caritatevole, e tuttavia può coltivare sentimenti di vendetta verso un certo indivi­duo, e così dimostrare che il suo cuore è mosso da un qual­che altro principio che non è l’amore di Dio; la stessa cosa può accadere con persone che sembrano buone, e capriccio­samente lasciano la Chiesa. I loro meriti religiosi, quali che siano, non sono loro realmente utili contro questo o qualsia­si altro peccato di ribellione.

Per concludere. Ho suggerito soltanto uno o due pensieri su un tema alquanto ampio; con la grazia di Dio vi potranno essere utili. Saranno utili se ci condurranno a temere di noi stessi. “Chi può comprendere i propri errori?”, dice il santo Davide. “Purificami, Signore, dalla mie colpe nascoste”. Quanto è terribile quel versetto che dice: “il vostro peccato vi raggiungerà”! Chi può cimentarsi a dire per se stesso quali peccati di ribellione abbia commesso e quando li abbia compiuti? Chi può dire quanto spesso si ripetono, e, se cosi, quanto continuo diventi il suo scivolare dalla grazia? Quanto ci è necessario purificarci ed emendarci ogni giorno! Quanto ci è necessario accostarci a Dio in fede e penitenza per cercare da lui la misura di perdono, di fiducia, di forza, che egli vorrà accordarci! Quanto ci è necessario persistere alla sua presenza, rimanere all’ombra del suo trono, per usare di tutti i mezzi ed espedienti che egli ci consente, per essere saldi nei suoi ordinamenti, zelanti nei suoi precetti, per non trovarci privi di protezione e impotenti quando egli verrà a visitare la terra!

Ancora, quale costante preghiera dobbiamo offrirgli perché egli sia misericordioso con noi nel giorno terribile del Giudizio! Sarà davvero un momento terribile, quando saremo di fronte a lui sotto lo sguardo di uomini e angeli per essere giudicati secondo le nostre opere! Sarà terribile per noi e per tutti i nostri amici. Allora il giorno della grazia sarà tramontato; le preghiere non saranno utili, quando i libri saranno aperti. Preghiamo per noi e gli uni per gli altri finché dura l’oggi. Preghiamo Cristo per i meriti della sua croce e passione, di aver misericordia per noi, per tutti quel­li che amiamo, per tutta la Chiesa; di perdonarci, di rivelarci i nostri peccati, di donarci pentimento e cambiamento di vita, di donarci grazia attuale, e di concederci, secondo la ricchezza del suo amore, felicità futura nel suo regno eterno.


John Henry Newman (Sermoni sulla Chiesa. Conferenze sulla dottrina della giustificazione. Sermoni penitenziali)

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