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La Messa di sempre e l'inganno del Summorum Pontificum

Dietro ai modi diversi di concepire la liturgia ci sono modi diversi di concepire la chiesa, dunque Dio e i rapporti dell'uomo con Lui. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipenda in gran parte dal crollo della liturgia”. Queste le parole che il card.Ratzinger espresse nel libro-intervista Rapporto sulla fede.

Divenuto pontefice, quella riflessione sulla crisi ecclesiale prese forma con il Motu proprio Summorum Pontificum: un'occasione - si pensava - per rimettere al centro della vita della Chiesa la Tradizione quale rimedio alla crisi spirituale diffusasi come un'epidemia nel mondo cattolico.

Come non ricordare infatti le sferzanti parole di Papa Benedetto XVI il Venerdi Santo del 2005, durante la IX stazione della Via Crucis al Colosseo: “Quanta sporcizia nella Chiesa e proprio anche tra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a Lui”.

Perciò ridare pieno diritto di cittadinanza al rito tradizionale sarebbe stato anche un toccasana per far fronte alla crisi sacerdotale, non solo dal punto di vista delle vocazioni (dall'inizio del Concilio Vaticano II letteralmente crollate) ma anche per sanare chi sacerdote lo era già ma sprofondato in piena crisi d’identità - e, quindi, di Fede - con grave ripercussione sui fedeli per la salvezza della loro anima.

Un sacerdote, è ben risaputo, non finisce mai da solo nell’eternità: come sosteneva San Giovanni Bosco, “un prete che si danna o che si salva porta con sé sempre un gran numero di anime”.

In particolare per i fedeli consapevoli che con il Concilio Vaticano II la Chiesa si è letteralmente trasformata in una non-Chiesa, la promulgazione del Summorum Pontificum è stato per anni oggetto di convinzione che fosse un aiuto provvidenziale quanto inaspettato: forse questa è una delle principali ragioni per le quali Papa Benedetto è stato identificato quale difensore dell’ortodossia cattolica e nemico dell’avanzata progressista e modernista che ha preso ancora più potere negli ultimi cinquant'anni.  

In verità Ratzinger pare beneficiare di un consenso non proprio equilibrato: di lui si ricordano gli attestati di fine teologo, il riconoscimento di grande intellettuale, gli elogi di scrittore e predicatore erudito… caduti invece nel dimenticatoio il suo presentarsi in giacca e cravatta all’Assise del Vaticano II, il fatto che fu il consulente teologico del noto progressista Card. Frings, le sue sconcertanti parole (da pontefice) sull’eretico Lutero: “Ciò che non dava pace a Lutero era la questione su Dio, che fu la passione profonda e la molla della sua vita e dell’intero suo cammino. Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto cristocentrica. La sua domanda deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda”. E, soprattutto, le sue dimissioni da Papa!

Curioso poi costatare che del Papa che ha “legalizzato” la Messa tridentina non si ricordi averlo mai visto celebrarla se non, forse, in forma strettamente privata. In ogni caso la memoria è portata a focalizzare Benedetto XVI quale pontefice che ha promulgato il Summorum Pontificum, non quale papa che l’abbia personalmente e pubblicamente attuato, dando l’esempio. Eppure, la crisi della Chiesa è frutto della crisi della Liturgia: non erano parole sue?

Occorre mestamente ammettere che una grande illusione e un grande fraintendimento si sono consumati sotto il pontificato del papa tedesco: l’illusione che la Barca di Pietro fosse governata da un Papa difensore della Tradizione quando non lo è mai stato; il fraintendimento che quel Papa considerasse necessario il ritorno alla Messa “di sempre” per correggere le nefandezze della nuova liturgia conciliare quando invece è sempre rimasto fermo in lui il concetto che il Concilio Vaticano II è indiscutibile, forse mal interpretato da alcuni chierici, ma sempre e comunque infallibile al pari dei suoi atti, indirizzi e della sua ambigua pastorale.

La crisi ecclesiale motivata dal crollo della liturgia sono parole che non hanno mai avuto la men che minima intenzione di mettere in discussione la riforma liturgica attuata con il Concilio Vaticano II.  

Dopotutto sono sempre i fatti che parlano chiaramente: si proclama il Summorum Pontificum ma al tempo stesso ci si è ben guardati dal sanzionare la resistenza intrisa di odio verso la Tradizione da parte della maggior parte di Vescovi e parroci che si sono opposti alla diffusione e realizzazione della Messa tridentina.

In quei pochi casi, poi, in cui i fedeli sono riusciti ad ottenerne la celebrazione, si è sempre dovuto fare i conti con l'inevitabile schizofrenia del sacerdote di turno, affetto da biritualismo: per lui messa nuova, messa antica, pari sono, perché così vuole il Concilio, se proprio si deve celebrare un rito che non sia quello “conciliare”. Davvero è così?

Sulle profonde differenze Messa “tradizionale” e messa “conciliare” basterebbe una rapida lettura del “Breve esame critico del Novus Ordo Missae” presentato al Pontefice Paolo VI dai Cardinali Ottaviani e Bacci in cui vi legge: la messa conciliare è “un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica”.

In sintesi, troppo spesso si assiste al pericolo messo in atto dai sacerdoti “conciliari” di atrofizzare e corrompere il sensus fidei che il Buon Dio ha posto nel cuore di ogni fedele.

Su tali indegni maneggiatori del sacro risuonano ancora oggi le parole di Papa San Pio X: "Un sacerdote che non è santo non solo non serve ma fa danno alla Chiesa".

Ma al di là delle diversità tra le due messe e della corruzione del clero conciliare, sorge un problema anche più grave perché più subdolo: che ne sarà, infatti, della messa tridentina se a celebrarla saranno quegli stessi sacerdoti “conciliari” che celebrano quotidianamente la nuova messa? Cosa ne risulterà di una liturgia celebrata da sacerdoti obbligati a farlo o che addirittura la detestano? E se comparissero sacerdoti che pur prediligono il rito tradizionale ma non disdegnano comunque quello conciliare, cosa dovremmo aspettarci dalle loro celebrazioni?  

Pur ammettendo la convinzione o la speranza che la celebrazione del rito tridentino potesse persino vincere il biritualismo, i fatti dimostrano l'esatto contrario, perché come non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non c’è peggior sacerdote di chi rigetta l’adesione al Magistero perenne della Chiesa e il richiamo della Tradizione vivente della Chiesa.

Sicché la corruzione del clero è giunta anche là dove non si pensava arrivasse: basta edulcorare la realtà, basta scimmiottare e simulare la verità, basta mascherare e agghindare con un bell’abito un corpo pur malandato e il gioco è fatto.

Il demonio sa che l'uomo tende ad abituarsi a tutto... persino a chi si fa beffe della liturgia, persino agli scandali.  

Perciò non è per nulla certo che una Messa tridentina, per il solo fatto che si celebri in quel rito, sia cattolica.

Proprio qui si nasconde il pericolo più letale per il fedele: pensare che basti abbracciare un rito piuttosto che un altro, pensare che basti la formalità del rito per essere certi di vivere pienamente nella vera chiesa cattolica.

Ma la Messa “di sempre”, tanto per citare due esempi, non è semplicemente quella nella quale si predilige il silenzio o il latino; si sentono sciagurati sacerdoti che sottolineano questi aspetti formali quali determinanti per preferire il rito tradizionale a quello nuovo. Certo se la Messa è una pura manifestazione di forma che soggiace alle preferenze dei fedeli, allora non può sorprendere che si continui a sottolineare che vi è un rito straordinario e uno ordinario. Due riti che si equivalgono eccetto che nella forma. Tutte sciocchezze.

Novus Ordo e Vetus Ordo non differiscono solo nella forma, ma anche e soprattutto nella sostanza: la Messa “di sempre”, infatti, richiede quella parolina magica ormai rimossa dal Concilio Vaticano II: conversione!

Quindi impone una scelta, una scelta radicale, esclusiva, che impegna tutta la persona. Occorre la piena e convinta adesione alla sostanza della Messa tridentina, a ciò che significa, a ciò che realizza.

Questa convinta adesione, come tutte le scelte che interpellano chi si professa cattolico (a maggior ragione se è sacerdote), deve essere esplicita, pubblica, non equivoca né tanto meno oggetto di compromessi.

La Bibbia è chiara in merito: dice che Dio vomita i tiepidi (Ap 3, 16).

Non è possibile pensare di aderire indistintamente alla celebrazione di due riti che si oppongono l'un l'altro: il biritualismo è una malattia, demoniaca.

Ecco perché solo un sacerdote che compie una scelta chiara, aderendo al solo e unico vero rito che è quello conservato nella Tradizione della Chiesa di Nostro Signore, può creare le condizioni affinché poi la messa sia realmente cattolica. Solo in questo caso si può vivere di Tradizione, solo in questo caso ci si predispone a ricevere le Grazie necessarie irradiate da un rito che è vero e concreto, non apparenza o semplice forma.

O si capisce il concetto o sarà perdita di tempo perché tutto va in malora: anche in una messa tridentina non si assisterà che a storture, a pagliacciate e persino a sacrilegi così come avvengono nelle celebrazioni della nuova messa conciliare; ancora una volta la Fede ha lasciato il posto al sentimentalismo e la vita spirituale si inaridisce cacciata da una concezione della religione ripiegata su se stessi.

Per la chiesa corrotta la liturgia non è che un contenitore vuoto da riempire a piacimento delle propri emozioni o dei propri gusti; arnese senza valore utile solo nella misura in cui possa servire per aprirsi al mondo e alle sue richieste, fossero anche vizi e perversità.  

Ecco perché il Summorum Pontificum è in realtà un inganno, e di quelli più malevoli: tale atto infatti è stato concesso solo a patto che il rito “tradizionale” non venga celebrato in spregio al rito nuovo.

Questa è la condizione che rivela una concezione sinistra e tremendamente pericolosa perché invece di diffondere la vera liturgia di fatto si rafforza quella falsa poiché in tale licenza è sottintesa l'affermazione che il nuovo rito rimane ordinario e dunque quello preminente e preminentemente cattolico anche se non lo è.

Ciò che è avvenuto con tale Motu proprio è la scelta di continuare nel solco tracciato dal Vaticano II, sicché con il Summorum Pontificum, papa Benedetto ha in realtà confermato, con sottile astuzia, le abominevoli atrocità sia in campo liturgico che dottrinale di quel Concilio: di fatto l'indulto alla celebrazione in rito tradizionale si premura di svuotarne il senso, e il valore di simbolo della Messa “di sempre” quale resistenza alle nuove dottrine moderniste di una chiesa conciliare alla deriva ne viene astutamente colpito e annientato.

In altre parole, si continua a confermare la legittimità e l'ortodossia della nuova messa proprio con l’indulto della messa definita “antica”!

In questo modo si è assestato un altro colpo infernale alla liturgia tridentina che è vera e unica liturgia: anche tra i cosiddetti “tradizionalisti” infatti si è generato l'errore pernicioso di considerare la Tradizione come una sorta di folklore legato alle emozioni: amando il latino, o il canto gregoriano…, ecco che si è avuto ciò che si desiderava. Con la Messa in latino, tutti i problemi sono stati risolti.  

Invece i problemi rimangono, eccome. Perché da anni la chiesa cattolica è picconata proprio da coloro che ne sono custodi.


Stefano Arnoldi

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