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Le tre piaghe della società

Il diritto naturale costantemente sotto attacco, la famiglia e i martellanti tentativi per scardinarla, il divorzio considerato espressione di libertà, l’aborto e l’eutanasia sbandierati come conquiste di civiltà, la scienza (e le sue conquiste manipolative: vedere alla voce inseminazione artificiale) incensata come vero Dio… Queste sono solo alcune delle derive che giorno dopo giorno contribuiscono a ferire e distruggere l’uomo, ciascun uomo, prima ancora, inevitabilmente, della società. Davanti a questo devastante scenario appare sempre più evidente il fatto che tutto ciò trae origine da una causa scatenante: si tratta di tre vere e proprie piaghe che a livello propedeutico anticipano il manifestarsi di tante altre malefiche conseguenze (ad esempio il soffocamento della coscienza, la perdita della fede…). 

La prima piaga è rappresentata non solo dall’incapacità ma addirittura dalla volontà di evitare, di censurare la domanda sul senso della vita. 

Di conseguenza si è smarrito l’interrogativo sul valore e sul cosa fare della propria vita. “Qualche anno fa – ha raccontato il card. Biffi –mi ha colpito una notizia: in Romagna un ragazzo si era ucciso lasciando scritto “ho avuto tutto dalla vita”. Sì, forse tutto, tranne il significato di tutto. E una vita piena di tante cose e vuota di senso all’improvviso gli è parsa insopportabile. […] La domanda di senso è la domanda del perché. È importante sapere il perché di ciò che si incontra, di ciò che si fa, di ciò che si deve sopportare. Quando si sa il perché, si può superare tutto, anche la prova della sofferenza e del disagio”. 

Il card. Caffarra sulla medesima questione ha argomentato: “Il vero problema è una sorta di afasia, in cui soprattutto i giovani sono caduti, che li rende perfino incapaci di articolare la domanda di salvezza. […] Quello che mi spaventa non è l’ateismo, ma come chiamava Augusto Del Noce, il gaio nichilismo. Un’indifferenza che è molto più lontana dalla fede dell’ateismo”.

La seconda piaga interpella in prima persona chi si definisce cattolico. Oggi infatti vi è la convinzione che ci si possa ritenere cattolici qualunque cosa si pensi. Si afferma di possedere la fede in Cristo Gesù ma al contempo non si è animati, poiché gioiosamente consapevoli, da spirito di appartenenza alla Chiesa (che per inciso non è una realtà umana ma divina) e per nulla interessati all’insegnamento del Magistero e alle parole del Papa; per non parlare di quel grande patrimonio che è la Tradizione della Chiesa, di cui persino si ignora l’esistenza e l' essenziale importanza.

In realtà quando viene meno l’obbedienza della fede, la comunità cristiana non ha futuro. Se infatti arrivo a ritenere che qualunque cosa io pensi possa, comunque, ritenermi cattolico, vuol dire “che ho già accettato quello che Newman chiamava il principio liberale, in cui vedeva il vero pericolo mortale per il cristianesimo” (card. Caffarra).

Newman parlava anche di “grande apostasia dei nostri tempi” dovuta al relativizzare i valori assoluti, in particolare i valori religiosi. “È inconcussa in molti la convinzione che si tratti di questioni opinabili, su cui è di buon gusto convenire che ognuno la pensi a modo suo,senza pretendere che un punto di vista sia più vero di altri, e quindi più meritevole di essere posto a fondamento consapevole della propria vita. […] Tutto è lecito, tutto ha lo stesso valore come movente delle nostre scelte e delle nostre azioni. Ora, da questo modo di pensare nasce la religione secolare, laica, accomodata al mondo e infine mondana; ma la religione, come tutti i valori veri e veramente assoluti, è altra cosa. Essa tocca le profondità più abissali dell’essere e dell’uomo, e richiede di venir considerata non con la fatuità con cui si trattano le cose di poco conto, le ridondanze e le banalità, ma con la serietà totale richiesta dal nocciolo duro della vita, dalla realtà in se stessa. Siamo qui di fronte alla domanda fondamentale che pone in questione noi stessi, la nostra identità e quindi il senso della nostra sopravvivenza” (Luca Obertello, introduzione alla Grammatica dell’assenso di J.H.Newman) .

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: su un medesimo argomento si ritiene di rispondere spesso con un “secondo me” dimenticandosi o facendo finta di dimenticarsi che la vita, per un cattolico, va vissuta, pur con tutte le proprie debolezze, non con un “secondo me” ma con un “secondo Lui”: Lui cioè Gesù!

E qui purtroppo ci addentriamo nella terza piaga.

Si tratta della piaga che ha infettato la Chiesa. Per essere più chiari si tratta dell’esistenza di una chiesa all’interno della Chiesa così che il fedele si trova spesso la sensazione di trovarsi dinanzi a due magisteri distinti, contrapposti l’uno all’altro.

Da una parte un esercito di sacerdoti, parroci, vescovi, cardinali, monaci, frati, suore e teologi alla Bose alle prese con persistenti problemi di corto circuito con lo Spirito Santo, dall’altra un manipolo di sacerdoti, vescovi e cardinali… con il Papa in testa nel tentativo di indicare e tener dritta la rotta nonostante i tradimenti e le avversità.

Da un lato il vero Magistero legato alla Tradizione e all’autentico insegnamento di Cristo, dall’altro un magistero (ma il termine è improprio: si tratta di una vera e propria eresia con veri e propri eretici) che in nome del modernismo (cioè smania di piacere al mondo) e del progressismo intriso da carrierismo (cioè smania di potere) si arroga la facoltà di modificare a proprio piacimento l’insegnamento di Cristo e del Padre (rendendo mondanamente più accettabile la proposta evangelica di vita), modificando la costituzione della Chiesa, ridimensionando e sbeffeggiando con un’arroganza che ha del diabolico il ruolo del successore di Pietro, spingendosi finanche a lacerare la vita sacramentale manipolando (e spesso svuotando di significato e ridicolizzando) la Liturgia, il tesoro più prezioso.

Da qui discendono continui scandali poiché ci si trova troppo spesso in mezzo a lupi travestiti da agnelli e a una tale confusione che provoca nausea, disorientamento, e sofferenza nel vedere quanto sia piagato anche il corpo mistico di Cristo.

Ma Gesù era buono, non buonista; era misericordioso, non iscritto alla caritas; parlava con tutti ma certo non era accomodante. Come non ricordare le sue parole (Gv 6,67-68) quando disse.” Volete andarvene anche voi?”. Sono parole disarmanti in tutta la loro semplicità:  Gesù si fa intransigente, anche verso gli apostoli, mostrando tutta la sua autorità, tanto da essere perfino disposto a restare solo. Per grazia divina, e per nostra fortuna, Pietro rispose: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.

Da ciò si evince che sono la fermezza nella fede in Cristo e l’esercizio dell’ autorità i requisiti per discernere con chi stare, dove si trova la Verità. L’obbedienza e la coerenza in ciò che si dice di credere e professare i requisiti del vero cattolico.

 

Stefano Arnoldi 

 

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