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Cristo nascosto al mondo

Di tutti i pensieri che sorgono nella mente quando contempliamo la vita del Signore Gesù Cristo sulla terra, nessuno forse è più impressionante e avvincente di quello riguardante l’oscurità da cui fu circondato. Non mi riferi­sco alla sua oscura condizione, derivante dal suo essere umile; mi riferisco al nascondimento che lo avvolse e al se­greto sulla sua identità che egli mantenne. Questa caratte­ristica del suo primo avvento è sottolineata molto spesso nella Scrittura, come nel testo: La luce splende nelle tene­bre, ma le tenebre non l’hanno accolta; ed è in contrasto con quanto è stato predetto del suo secondo avvento: Allo­ra ogni occhio lo vedrà. Questo implica che tutti lo rico­nosceranno, mentre, quando venne la prima volta, sebbe­ne molti lo abbiano visto, tuttavia ben pochi lo hanno ri­conosciuto. Era stato preannunziato: Noi lo vedremo e non ha bellezza alcuna che attragga i nostri sguardi; e alla fine del suo ministero pubblico disse a uno dei dodici amici scelti: Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai cono­sciuto, Filippo?

Vorrei proporvi due o tre pensieri, suggeriti da questa circostanza davvero solenne: spero che, con la benedi­zione di Dio, vi possano essere utili.

1. Anzitutto riesaminiamo alcune circostanze che hanno contrassegnato la vita di Gesù quando era in terra. La sua condiscendenza nel discendere dal cielo, nel la­sciare la gloria del Padre e farsi carne, supera talmente qualunque parola o qualunque pensiero che, a prima vista, si potrebbe ritenere di poca importanza che egli fosse ve­nuto come un principe o come un mendicante. Eppure, al­la fin fine, è ancor più sorprendente che sia venuto in una condizione umile: diversamente si sarebbe potuto pensare che, sebbene si fosse degnato di venire in terra, tuttavia non si sarebbe sottomesso all’oscurità e al disprezzo; in­fatti non sono i ricchi a essere disprezzati dal mondo, ben­sì i poveri. Se fosse venuto come un principe o come un nobile, il mondo, anche senza avere alcuna idea che fosse Dio, lo avrebbe ammirato e onorato come principe; ma quando apparve come uno del basso ceto, egli prese su di sé un’ulteriore umiliazione, il disprezzo; fu infatti scherni­to, deriso, grossolanamente ignorato, violentemente pro­fanato dalle sue creature.

Quali furono le effettive circostanze della sua venuta? Sua madre è una donna povera; viene a Betlemme per il censimento, affrontando un viaggio faticoso, mentre sa­rebbe rimasta volentieri a casa. Non trova posto nella lo­canda ed è costretta a rifugiarsi in una stalla; dà alla luce il suo figlio primogenito e lo depone in una mangiatoia. Questo bimbo appena nato è però il Creatore del cielo e della terra, il Figlio eterno di Dio.

Bene: nacque da una donna povera, fu posto in una mangiatoia; fu avviato all’umile lavoro di carpentiere; e quando cominciò a predicare non aveva una pietra su cui posare il capo; alla fine fu condannato a una morte ter­ribile: la morte infame dei criminali.

Negli ultimi tre anni della sua vita, come leggiamo nel­la Scrittura, predicò il vangelo; ma cominciò soltanto quando aveva già trent’anni. Per trent’anni visse come vivrebbe oggi un uomo di povera condizione. Passarono giorni, stagioni, anni, così come avviene per ciascuno di noi. Prima bambino, poi ragazzo, si sviluppò « come una tenera pianta», e cresceva in sapienza ed età. Intanto apprese ed esercitò il mestiere di Giuseppe, suo padre pu­tativo. Trascorse il tempo senza che alcun avvenimento straordinario segnasse la sua vita, finché raggiunse i tren­t’anni.

Com’è meraviglioso tutto questo: che egli sia vissuto così a lungo senza fare nulla di grande, così, solo per vive­re. Non predicò, non chiamò discepoli, non promosse nul­la in ordine alla missione per la quale era venuto nel mon­do. Senza dubbio vi erano profonde e sapienti ragioni nel disegno di Dio perché egli vivesse così a lungo nell’oscuri­tà; ma noi non le conosciamo.

Ed è da notare che quelli che erano intorno a lui lo hanno trattato come uno di loro; i suoi fratelli, cioè i pa­renti più intimi, i cugini, non credettero in lui. Ed è anco­ra più sorprendente il fatto che quando egli cominciò a predicare e riunì molta folla, i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «E' fuori di sé».

Essi lo trattarono alla stessa maniera con la quale noi, al giorno d’oggi (e giustamente) tratteremmo una persona che cominciasse a predicare nelle strade. Dico «giusta­mente » perché tali persone generalmente predicano senza essere state inviate da alcuno, e contro l’autorità; e anche questo è sbagliato.

Perciò noi diciamo che questa gente « è fuori di sé », è pazza, e lo diciamo con ragione. Ed è un atto di carità dire così, perché è meglio essere pazzi che disobbedienti. Bene: quello che noi diremmo di questi tali, gli amici del Signore lo dissero di lui. Essi erano vissuti a lungo con lui, eppure non lo conoscevano. Non notarono alcuna diffe­renza tra lui e se stessi. Egli vestiva, mangiava, beveva co­me gli altri; andava e veniva, parlava, camminava, dormi­va come gli altri; fu un uomo come gli altri sotto tutti gli aspetti, eccetto il peccato. Anche oggi molti non sareb­bero capaci di notare questa grande differenza, perché nessuno di noi capisce quelli che sono molto migliori di noi.

2. Dico che il Cristo, il Figlio di Dio senza peccato, potrebbe oggi vivere nel mondo come un vicino di casa, e noi potremmo non riconoscerlo. E questo un pensiero sul quale sarà bene soffermarci. Non intendo dire che non vi sia un certo numero di persone di cui possiamo con cer­tezza dire che non sono Cristo: coloro che conducono una vita immorale e irreligiosa. Ma ve ne sono molte altre che non sono affatto irreligiose o degne di grande biasimo; che a prima vista si somigliano, ma tuttavia sono diverse l’una dall’altra agli occhi di Dio. Mi riferisco alla massa di quelli che sono chiamati persone rispettabili, tra le quali ci sono casi totalmente diversi. Alcuni si presentano come perso­ne d’onore, esteriormente corrette, ma sprovviste di un vero senso religioso: non sono portate alla rinuncia, non hanno un sincero amore per Dio, ma solo per il mondo; senza forti passioni, sono interessate unicamente a con­durre una vita ordinata e regolare, o semplicemente si so­no fin da giovani abituate a una certa regolarità di vita, di abitudini ordinate, e sono perciò soltanto gente onesta, corretta, ma niente di più.

Vi sono altri però che, pur simili a costoro esterior­mente, tuttavia sono molto diversi nel loro intimo; non vogliono apparire agli occhi del mondo, si comportano con grande semplicità, con un’apparenza molto ordinaria, ma in realtà si impegnano seriamente per la propria santifica­zione. Fanno ogni sforzo per cambiare se stessi, diventare simili a Dio, imporsi una disciplina, rinunciare al mondo; ma lo fanno in segreto, sia perché così lo chiede loro Dio, sia perché non amano farlo sapere.

Infine, tra queste due categorie, vi sono altre persone più o meno mondane, più o meno credenti. Eppure, di­nanzi alla gente appaiono come tutti, perché la vera reli­giosità è una vita nascosta nel cuore; sebbene essa non possa esistere senza le azioni, queste sono per lo più azioni segrete: segrete opere di carità, segrete preghiere, segrete rinunce, segrete lotte, segrete vittorie. Ovviamente, chi conduce un’attiva vita pubblica viene esaminato, studiato e, in un certo senso, meglio conosciuto; ma io mi riferisco a chi ha una vita privata e ordinata come quella di Gesù durante i primi trent’anni. Essi sono molto simili fra loro […] e noi non sapremmo distinguere gli uni dagli altri.

Tuttavia, sebbene non tocchi a noi giudicare ma dob­biamo lasciare a Dio il giudizio, è certo che un uomo vera­mente pio, un vero santo, per quanto somigli agli altri uo­mini, ha tuttavia in sé una specie di potere segreto che at­tira e influenza quelli che hanno le stesse inclinazioni spi­rituali.

E riflettere se i santi hanno una qualche influenza su di noi, potrebbe essere una verifica per renderci conto se abbiamo le stesse loro inclinazioni. Benché ci sia dato ra­ramente di conoscere subito i santi, tuttavia in un secondo tempo lo possiamo; quando, ripensando al passato – for­se quando ormai sono morti – ci chiediamo quale potere hanno avuto su di noi nel tempo in cui li abbiamo cono­sciuti, se ci hanno attratto, influenzato; se ci hanno resi più umili, se hanno fatto ardere i nostri cuori dentro di noi. Spesso ci accorgiamo che siamo stati per molto tempo vicini a loro, abbiamo avuto la possibilità di conoscerli, e non li abbiamo conosciuti; e questo è per noi un grave mo­tivo di condanna.

La storia del Signore ci fornisce un esempio particolar­mente evidente di tale fatto, proprio perché egli era il Santo per eccellenza. Quanto più un uomo è santo, tanto meno viene compreso dalla gente di questo mondo. Quelli che hanno anche solo una scintilla di fede viva, in una cer­ta misura lo comprenderanno; e più egli è santo, più si sentiranno, almeno per la maggior parte, attratti da lui; ma coloro che servono il mondo saranno ciechi nei suoi confronti; più egli sarà santo, più avranno per lui disprez­zo e avversione. Proprio così accadde a Gesù: egli era « il Santo »; ma la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno accolta . I suoi parenti più prossimi non credettero in lui. Se fu così, e per la ragione a cui ho accennato, viene spontaneo chiederci se noi l’avremmo compreso me­glio di quanto non abbiano fatto loro. Se egli fosse stato il nostro vicino di casa, o anche un membro della nostra famiglia, l’avremmo saputo distinguere da qualunque altra persona corretta e semplice nell’atteggiamento, o al con­trario, pur avendo rispetto per lui (purtroppo, quale paro­la, quale linguaggio verso Dio altissimo!), non l’avremmo trovato strano, eccentrico, stravagante? Ancor meno avremmo visto qualche scintilla di quella gloria che egli aveva presso il Padre prima che il mondo fosse, e che si trovava nascosta, ma non spenta, nel tabernacolo terrestre

È questo un pensiero tremendo: perché, se egli restas­se a lungo con noi, e noi non vedessimo nulla di meravi­glioso in lui, sarebbe questa una prova evidente che non siamo suoi, perché le sue pecore conoscono la sua voce e lo seguono. […]

3. Ed eccoci portati a un altro argomento, molto se­rio, del quale vorrei parlarvi. A volte noi siamo pronti a desiderare di essere nati al tempo di Gesù, e con questo scusiamo la nostra cattiva condotta quando la coscienza ci rimprovera. Diciamo: se avessimo avuto la fortuna di vi­vere con Gesù, avremmo avuto motivazioni più forti, sa­remmo stati meglio premuniti contro il peccato.

Rispondo: le nostre abitudini di peccato non solo non sarebbero state vinte dalla presenza di Cristo, ma anzi ci avrebbero impedito di riconoscerlo. Non avremmo saputo che era presente, e anche se ci avesse detto chi era, non gli avremmo creduto. I suoi stessi miracoli, per quanto ciò possa apparire incredibile, non ci avrebbero lasciato una impressione duratura. Senza attardarci su questo tema, considerate la possibilità che Cristo sia vicino a noi, pur senza far miracoli: non ce ne accorgeremmo. E ritengo che questo sarebbe il caso per la maggior parte della gente. Ma basta su questo argomento.

Vorrei arrivare a un altro punto: vorrei invitarvi a ri­flettere sulla luce tremenda che quanto abbiamo detto get­ta sulla prospettiva della vita nell’ai di là. Noi pensiamo che il cielo sarà per noi un luogo di felicità, purché ci arri­viamo; ma secondo ogni probabilità, a giudicare da quello che accade sulla terra, un uomo malvagio, trasportato in cielo, non saprebbe di essere in cielo. Non spingo le cose più lontano; non mi domando se, al contrario, il fatto stes­so di trovarsi in cielo con il suo fardello di peccato non sa­rebbe per lui un vero supplizio e non accenderebbe dentro di lui le fiamme dell’inferno. Sarebbe questo, in verità, un modo spaventoso di accorgersi del luogo dove si trova.

Ma supponiamo un caso meno grave: supponiamo che un uomo possa stare in cielo senza esserne distrutto: ma saprebbe veramente dove si trova? Non vi vedrebbe nulla di meraviglioso.

Mai gli uomini furono tanto vicini a Dio quanto colo­ro che lo arrestarono, lo colpirono, gli sputarono addosso, lo sospinsero con violenza, lo spogliarono, stesero le sue braccia sulla croce, lo inchiodarono alla croce e ve lo innal­zarono, rimasero a guardarlo, lo schernirono, gli diedero aceto, si assicurarono che fosse morto, e infine lo colpiro­no con la lancia. Come è spaventoso pensare che l’uomo mai si è accostato a Dio in maniera più forte che con la bestemmia! Chi si avvicinò di più al Signore? san Tommaso che ebbe il permesso di stendere la mano per toccare rispettosamente le sue piaghe, san Giovanni che riposò sul suo petto «, o i soldati che, brutalmente, ne profana­rono ogni membro, ne torturarono ogni nervo?

In verità la sua benedetta madre si avvicinò a lui in maniera più intima; e anche noi, se siamo veri credenti, ci avviciniamo a lui ancor più profondamente, lo possediamo in modo reale, anche se spirituale, dentro di noi: que­sta però è una forma diversa, interiore, di vicinanza. Ma esteriormente gli si fecero più vicini proprio coloro che non sapevano nulla di lui. La stessa cosa accade ai peccato­ri: essi si accosterebbero al trono di Dio, lo guarderebbero senza capire, lo toccherebbero, si immischierebbero alle cose più sante, lascerebbero libero corso, non per cattivo volere, ma per una sorta di istinto insensato, alla loro indi­screta curiosità, fino a quando un fulmine vendicatore non li annientasse; e tutto ciò perché essi non hanno un senso che li possa guidare all’occorrenza. I nostri sensi corporali ci segnalano l’avvicinarsi del bene o del male sul­la terra. I suoni, i profumi, i contatti, ci informano su quello che ci circonda. Siamo coscienti quando ci esponia­mo alle intemperie, o quando ci affatichiamo troppo nel lavoro. Riceviamo degli avvertimenti, e sentiamo che non li dobbiamo trascurare. Ma i peccatori non hanno i sensi spirituali e non possono prevedere nulla; ignorano quello che accadrà loro nel momento successivo. Così continua­no ad avanzare in mezzo ai burroni senza paura, finché improvvisamente precipitano e periscono. Miserabili crea­ture! Ecco quello che il peccato fa delle anime immortali: le rende simili agli animali che vengono uccisi nel matta­toio, e intanto toccano e odorano gli stessi strumenti di morte!

4. Voi forse direte: ma in che cosa ci riguarda tutto questo? Il Cristo non è qui; quindi noi non potremmo in­sultare la sua maestà in un modo tanto grave, o pur anche minore. Rispondo: Ne siamo proprio sicuri? Certo non possiamo commettere una tale pubblica empietà, ma pos­siamo farlo in maniera ugualmente grave. Spesso i peccati più gravi sono i meno clamorosi, gli insulti più amari sono i meno scoperti, i mali più profondi sono i più sottili. Non ricordiamo quelle parole di Cristo: A chiunque parlerà ma­le del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia con­tro lo Spirito Santo non gli sarà perdonata?

Non intendo concludere se questa sentenza si applichi o meno ai cristiani di oggi; ma dobbiamo sapere che anche al presente siamo nel regno dello Spirito di cui parla il Si­gnore; e questa è una questione molto seria. Ho citato pe­rò il testo del vangelo per dimostrare che ci possono essere dei peccati non tanto più flagranti e manifesti, ma più gra­vi di quello di insultare e perseguitare la persona di Cristo, per quanto ciò possa essere strano.

Continuiamo perciò la nostra riflessione, senza però perdere di vista questo pensiero. In primo luogo Cristo è sempre sulla terra; egli dichiarò espressamente che sareb­be tornato. La venuta dello Spirito Santo è realmente an­che la sua venuta; al punto che, se neghiamo che egli è qui ora, quando è qui nel suo Spirito, possiamo altrettanto di­re che non era qui nei giorni della sua carne, quando era visibile al mondo. È un grande mistero che Dio Figlio e Dio Spirito Santo, due persone, possano essere uno, che il Cristo possa essere nello Spirito e lo Spirito in lui; ma è così.

In secondo luogo: se Cristo è sulla terra, sebbene invi­sibilmente (ciò che non si può negare), è chiaro che egli vi è nella stessa condizione scelta nei giorni della sua car­ne. Voglio dire che è un Salvatore nascosto e che, se non stiamo attenti, rischiamo di avvicinarci a lui senza il ri­spetto e il timore dovuti. […]

E c’è un’altra ragione per temere, quando consideriamo i pegni della sua presenza; essi sono di tale natura da condurre all’irriverenza tutti coloro che non sono umili e attenti. Per esempio: la Chiesa è chiamata suo corpo; quello che era il suo corpo materiale quando egli era in ter­ra, lo è oggi la Chiesa. Essa è lo strumento del suo potere divino; ad essa ci dobbiamo rivolgere per ottenere i suoi favori; e se la insultiamo, provochiamo la sua ira. Ma che cos’è la Chiesa, se non un corpo debole, che quasi provoca disprezzo e irriverenza negli uomini che non hanno fede?

E un vaso di terra più fragile di quanto lo fosse il suo corpo di carne, perché questo era puro da ogni peccato, mentre la Chiesa è macchiata nei suoi membri. Sappia­mo che i suoi ministri, anche i migliori, sono imperfetti, inclini all’errore e schiavi delle passioni come gli altri uo­mini; e tuttavia Gesù, rivolgendosi non solo agli apostoli, ma ai settantadue discepoli (ai quali i ministri cristiani so­no uguali per la funzione), disse: Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato.

Egli ha fatto dei poveri, dei deboli e degli afflitti i se­gni e gli strumenti della sua presenza; e anche qui sorge la tentazione di trascurarla e di profanarla. Come era lui, così sono i suoi discepoli scelti in quésto mondo; e come la sua condizione oscura e vulnerabile provocava gli uomi­ni a insultarlo e a maltrattarlo, alla stessa maniera tali qua­lità spingono oggi gli uomini a insultarlo nei segni della sua presenza. Quali siano poi questi segni, risulta chiara­mente da molti passi della Scrittura. Per esempio, egli dice dei fanciulli: Chiunque accoglie uno di questi piccoli in no­me mio, accoglie me. E a Saulo che perseguitava i suoi discepoli disse: Perché mi perseguiti?. E ci avverte che nell’ultimo giorno dirà ai giusti: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito; malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi7-. E aggiunge: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli, l’avete fatto a me.

La stessa dichiarazione la fa nelle parole rivolte ai mal­vagi. Ciò che rende questo passo terribile ma appropriato è giustamente questo, come è stato osservato, cioè che né i cattivi né i buoni sapevano quello che facevano; anche i giusti sono presentati come persone che avevano avvici­nato Cristo senza rendersene conto. Essi dicono: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da man­giare, assetato e ti abbiamo dato da bere?. In ogni tempo, dunque, Cristo è in questo mondo, ma non più aperta­mente di quanto lo fosse nei giorni della sua vita terrena.

Un simile rilievo si applica ai suoi comandamenti, che sono senza dubbio molto semplici, ma anche intimamente legati alla sua persona. San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, dichiara come sia facile ma anche tremendo pro­fanare la Cena del Signore; lo dichiara quando rimprovera le intemperanze dei Corinzi, e le attribuisce al fatto che essi non hanno riconosciuto il corpo del Signore.

Quando Gesù nacque in questo mondo, il mondo non lo conobbe. Fu deposto in una ruvida mangiatoia tra gli animali, ma tutti gli angeli di Dio lo adorarono. Anche ora egli è presente sull’altare, in modo semplice e nasco­sto, e senza molta dignità; la fede adora, ma il mondo vi passa accanto senza badarvi.

Preghiamolo affinché illumini gli occhi della nostra mente, sì che possiamo appartenere alle schiere celesti, e non a questo mondo. Se gli spiriti carnali saranno impoten­ti a riconoscerlo anche in cielo, un cuore sensibile allo spiri­to può avvicinarlo, vederlo, possederlo anche sulla terra.

 

John Henry Newman

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