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Card.De Paolis: momento grave anche all'interno della Chiesa

Convegno della Fondazione Lepanto e dell’Associazione Famiglia Domani sul tema “Matrimonio e famiglia/ Tra dogma e prassi della Chiesa” – Intervento di grande spessore del cardinale Velasio De Paolis: “Non bisogna confondere la misericordia con l’amore, che per essere autentico ha bisogno di verità”  e “Chi siamo noi per mettere in discussione la sacralità del matrimonio?”-  In apertura le considerazioni sull’argomento da parte di Roberto de Mattei, Giovanni Turco, mons. Antonio Livi.
  
Le famiglie oggi sono in difficoltà sia nella società civile che anche dentro la Chiesa”, ha constatato il Card. Velasio De Paolis: E’ evidente che tra ‘società civile’ e ‘Chiesa’ l’influsso è reciproco, poiché, “quando è in crisi l’una, anche l’altra ne risente”. Che fare? Prima di tutto occorre evidenziare il “patrimonio ricchissimo” di testi ecclesiali esistenti in materia di famiglia. Purtroppo i nostri tempi valorizzano la liquidità e, come osservava sarcasticamente e nel contempo amaramente il card. Biffi, “Oggi le idee sono come le uova. Se non sono di giornata, non valgono più”. Ciò non meraviglia, poiché è la verità che non viene più perseguita. Eppure “ne abbiamo tanto bisogno”. Nel nostro mondo “si parla tanto di compassione, carità, amore”, ma “senza verità siamo fuori strada”. Lo ricordava anche Benedetto XVI: “La carità, se non è illuminata dalla verità, è sentimentalismo”.

Ha proseguito il cardinale: “Non bisogna confondere la misericordia con l’amore, che per essere autentico ha bisogno di verità”. E può esigere fermezza, come sa chi ha un figlio neghittoso nello studio.
L’ottantenne porporato ha poi ricordato che per un cattolico sacramentalità e naturalità sono inseparabili. “Chi siamo noi per mettere in discussione tutto questo?” . Forse che per ogni difficoltà incontrata nella vita quotidiana dobbiamo ridiscutere ogni certezza? Purtroppo oggi è abituale “parlare in modo sconclusionato” anche dentro la Chiesa. C’è chi vuole “rifondare” la Chiesa. Ma dimentica che essa è stata fondata da Gesù Cristo.
Il tema dei divorziati risposati non è nuovo ed è già emerso negli Anni Ottanta del secolo scorso. Oggi riemerge con forza. Si dice: dobbiamo adattarci ai cambiamenti della società, dobbiamo conciliarci con la cultura dominante, rischiamo altrimenti di perdere le nuove generazioni. Insomma: l’adattamento è considerato necessario, considerati i tempi “tristi e difficili sia all’esterno che all’interno della Chiesa”. Ma, se vogliamo cambiare, che cosa e come? “Se non hai capito le cause della malattia e vuoi cambiare medicina, rischi di far morire il malato”.

La società è in crisi, “perché sono in crisi i valori morali, i valori religiosi e siamo tutti secolarizzati”. E così, “se io non conosco la verità delle cose e dunque non ho nessun riferimento morale, chi mi può convincere a non abortire o a negare l’eutanasia?”. Qui il cardinale De Paolis si è rivolto ai presenti: “Sapete che si pratica l’aborto ‘per misericordia’? L’eutanasia ‘per bontà’ “? Ormai, ha chiosato amaramente, “le parole non significano più niente.

Il porporato ha poi ricordato che “l’Eucaristia non è una cosa, ma una persona”, proseguendo con il monito di San Paolo a “non mangiare la propria condanna”. Per poter ricevere l’Eucaristia è necessario avere la coscienza pulita. Per avere la coscienza pulita occorre avere ricevuto il perdono. Per ricevere il perdono, bisogna essere disposti ad accoglierlo. Si è disposti ad accoglierlo se si vuole convertirsi, guarire dal peccato. Allora: “Se ho un motivo per non guarire, non posso godere dell’efficacia della misericordia di Dio. Ovvero: non accetto di essere perdonato, perché preferisco restare nella mia situazione”. Qui ha detto il card. De Paolis: “Ammettere ai sacramenti senza un rinnovamento interiore significa che tali sacramenti non sono cristiani. Si riducono a riti esterni che non valgono nulla.

La norma della Chiesa è che non si deve permettere l’accesso ai sacramenti a chi è conscio di essere in peccato mortale, come è il caso di chi vive coniugalmente un secondo matrimonio, essendo valido il primo. Perciò “non possiamo immaginare una pastorale che vada contro la dottrina. Oltre che un’aberrazione, sarebbe una presa in giro e un’illogicità clamorosa”. Dev’essere chiaro che “una pastorale che non si regge sulla dottrina, non è una pastorale cattolica”. Si sente ogni tanto l’idea che “l’Eucaristia perdona i peccati: anche questa è un’affermazione ‘aberrante. Altra proposta quella del ‘cammino penitenziale’ prima di una possibile riammissione dei divorziati risposati alla Comunione: “E’ una proposta piena di equivoci. Che significa penitenza? Non può essere come il castigo imposto allo scolaro disobbediente. No, dev’essere molto di più, dev’essere un cambiare vita”. Nell’intervento del card. De Paolis è stato citato a tale proposito il confratello Kasper, le cui tesi in materia “sembrano un’enormità”.



Come detto il Convegno è incominciato con le considerazioni di Roberto de Mattei (presidente della Fondazione Lepanto e direttore della rivista mensile “Radici cristiane”, oltre che dell’agenzia “Corrispondenza romana”). Lo storico ha subito evidenziato lo sconcerto di molti cattolici, confrontati con il fatto che “un’istituzione centrale e fondamentale come la famiglia sia minacciata dal di fuori ma anche dal di dentro della Chiesa. E’ una novità che sbigottisce, dato che tale istituzione “non era mai stata messa in discussione” all’interno della Chiesa: “Oggi invece tra i vescovi si discute di matrimonio, come se fosse qualcosa di opinabile.

E’ in pieno sviluppo “un progetto di ribaltamento della morale cattolica. Eppure si dovrebbe guardare alla storia - maestra di verità e di vita – per capire che la Chiesa non è mai venuta meno al suo dovere di difendere l’indissolubilità del matrimonio. Basti pensare a Clemente VII, che ha preferito “perdere un regno” piuttosto che “dichiarare la nullità del matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona”, così che il re, che era insignito del titolo di defensor fidei, potesse sposare l’irlandese Anna Bolena. Ha evidenziato qui de Mattei che “neppure i successori di Clemente VII modificarono la sua decisione: essi infatti non vollero scegliere il ‘male minore’ . Il perché è semplice: “La legge divina non è flessibile, non tollera eccezioni”. C’è poi un’altra osservazione interessante: “Quando Enrico VIII si staccò da Roma creando la Chiesa d’Inghilterra, modificò la prassi e la modifica si estese subito al piano dottrinale”.
Qualcosa di analogo nelle conseguenze capitò anche alla Chiesa ortodossa, che nel VI secolo e seguenti fu molto remissiva nei confronti degli imperatori che, a partire da Giustiniano, avevano introdotto la possibilità del divorzio. A tale tolleranza nella prassi seguì inevitabilmente con lo scorrere del tempo un cambiamento anche di dottrina.

In campo cattolico il prof. de Mattei ha evidenziato la forte reazione dopo il Mille di Gregorio VII, Cluny, san Pier Damiani contro il concubinato dei preti e gli atti contro natura: “Meglio che la comunità resti senza sacerdoti e vescovi che guidata da sodomiti”. Ha commentato il relatore, con chiara attinenza all’odierna realtà di teologi, moralisti, prelati ‘progressisti’: “San Pier Damiani non si fece intimidire dal mondo, non moderò il linguaggio, non invocò la legge della gradualità, non invitò a cogliere gli elementi positivi nelle unioni, non auspicò che la Chiesa cambiasse il suo approccio in materia”. Non fece cioè quello che per taluni è considerato ormai necessario e urgente: “conformare la verità alla vita.”


La parola è passata al prof. Giovanni Turco, docente di Filosofia del diritto pubblico presso l’Università di Udine e socio corrispondente della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino. Per Turco non può essere (“Sarebbe sbagliato già alla radice”) che la teologia e la pastorale si ispirino alla sociologia. E non può essere nemmeno che venga negato il principio di non contraddizione: “Il matrimonio è indissolubile o non lo è”. La pastorale non può inventarsi vie mediane in materia. Anche la verità o è o non è: non c’è via di mezzo. Attenti dunque a impostare in modo corretto i problemi sul tappeto del Sinodo, per non addivenire a “false conclusioni”.


Mons. Antonio Livi, decano emerito della facoltà di Filosofia della Lateranense e socio ordinario della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino, ha evidenziato come le tesi del card. Kasper a proposito di divorziati risposati dimenticano che la pastorale è l’applicazione del dogma alla comunità e ai singoli. “Il card. Kasper non può far finta di non saperlo. Le sue affermazioni sono talmente incoerenti che è impossibile le possa pensare veramente. Fa dunque puro esercizio di retorica. E la retorica è falsità”.

 

 

(rossoporpora.org)

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