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Indietro non si torna!

Ascoltare uomini di Chiesa, di rango anche elevato o “elevatissimo”, che disprezzano la Dottrina, ridicolizzano la ricerca della Verità, stigmatizzano con ironia chi “cerca le certezze”, fa davvero impressione.

Mi addolora particolarmente constatare come con costoro non si possa discutere, perché rifiutano il confronto, non si possa ragionare, perché odiano la ragione, non si possa argomentare, perché aborriscono chi ha il difetto di pensare.

Costoro procedono per slogan, luoghi comuni, frasi fatte e guai a chi non si conforma al loro stile “pastorale”.

Uno degli slogan più in voga, fra il clero conciliare e fra i laici “impegnati” suona più o meno così: “Indietro non si torna… Voi siete condannati dalla storia”.

Il “mantra” può andar bene per rispondere a chi chiede la Messa Tradizionale come per replicare a chi osasse contestare la libertà religiosa. La medesima sentenza può servire a zittire chi sostenesse la necessità di tornare all’abito talare per gli ecclesiastici come per annichilire il fedele che desiderasse comunicarsi in ginocchio. Una buona risposta insomma per tutti i quesiti e tutte le stagioni.

Ma se proviamo, nonostante gli anatemi di lor signori, a considerare realmente la portata dello slogan, ci rendiamo ben presto conto della sua pochezza ed inconsistenza. Cosa vuole infatti dire, realmente, “non si torna indietro?”.

Appare ovvio che il “mantra”, preso alla lettera, è assolutamente lapalissiano: il tempo non possiamo fermarlo, ciò che abbiamo fatto ieri, nel bene come nel male, non è possibile mutarlo. Peccati, atti virtuosi, eventi naturali accaduti ieri non saranno mai mutati in eterno.

Non sembra tuttavia questo il senso che i novatori attribuiscono alla loro espressione.

Si tratta piuttosto, anche se non viene mai dichiarato esplicitamente, di una professione di fede dal sapore evoluzionistico ed ideologico. Vi si respira la concezione storicistica di un eterno divenire animato da un progresso ineluttabilmente teso alla crescita spirituale dell’umanità, concezione di volta in volta incarnatasi, negli ultimi secoli, nel positivismo scientifico, nel socialismo e nel modernismo teologico.

In altre parole: tutto ciò che è nuovo, solo perché è nuovo, risulta preferibile alla realtà precedente.

Bisogna però far comprendere a questi signori che, anche volendo, per assurdo, scendere sul loro piano di ragionamento, le cose non sono così chiare come loro vorrebbero farci intendere.

Basterà, a tal proposito, qualche semplice esempio storico per disorientarli e metterli in crisi.

Perché, tanto per dire, siete così sensibili alle problematiche “pastorali” relative alla possibile riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati? Non è questo forse un “tornare indietro” all’antichità classica, ed anche vetero-testamentaria, quando il ripudio ed il divorzio erano situazioni molto diffuse ed accettate in quelle civiltà?

Ma costoro, non di rado, tornano anche indietro, consapevolmente e quasi orgogliosamente, ogni qual volta, per portare avanti le loro velleità ecumeniche, inneggiano alla Chiesa del primo millennio svalutando inspiegabilmente tutte le definizioni dogmatiche successive dopo gli scismi di oriente ed occidente.

In altre parole: si può, anzi si deve, tornare indietro quando l’operazione è funzionale allo smantellamento del Cattolicesimo.

Ma qual è la posizione filosofica e morale di sempre in questo ambito dottrinale? Direi che, come in ogni altra situazione, l’insegnamento tradizionale della S. Chiesa è molto chiaro e lineare. La storia non ha una direzione determinata, tanto meno in senso evolutivo sul piano morale e  che prescinda dal libero arbitrio degli uomini. La S. Scrittura ci annuncia che ci sarà una fine del mondo e che, nell’approssimarsi del ritorno di Nostro Signore, la situazione della Fede e dell’umanità apparirà comunque negativa e meno felice rispetto ai secoli precedenti.

Al di là tuttavia di questo esito finale, non esistono indicazioni sull’andamento storico generale. La storia della Chiesa, del resto, ci presenta epoche più o meno virtuose, nella società come sul piano religioso, durante tutto il suo corso e senza un ordine preciso.

Esistono però, ed assai chiare, indicazioni morali molto semplici e stringenti.

Vi sono, in altre parole, un bene ed un male oggettivamente riconoscibili dalla ragione umana illuminata dalla Fede soprannaturale. Ebbene: quando un uomo, od una società di uomini, si avvede di aver compiuto un’azione cattiva, o di essersi incamminato sulla via larga della perdizione, non solo può, ma deve obbligatoriamente tornare indietro, senza esitazioni, indipendentemente dalle contingenze storiche e dagli orientamenti sociali della sua epoca.

Quando, al contrario, le riforme sono buone, come al tempo della nascita degli ordini mendicanti o dopo il Concilio di Trento, non si deve assolutamente tornare indietro, non perché così si rischierebbe di apparire “passatisti” o anacronistici, ma per il semplice motivo che tornare indietro dalla via virtuosa significa, più o meno direttamente, rimpiangere una situazione moralmente peggiore.

Quando allora i soliti personaggi “pastoralmente aggiornati” ci ripeteranno il solito mantra, dobbiamo avere il coraggio di spostare il tema del discorso dallo slogan al contenuto. Certo non è facile ma questo ci chiede la nostra coscienza cristiana.

Marco Bongi

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