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Quel clero che ci vuol far crescere come un albero storto

Il problema della Chiesa dei nostri tempi è il clero: lo si dica senza tanti giri di parole e con drammatica serenità: di sacerdoti cattolici, oggi, ce ne sono gran pochi e quei pochi sono sempre più perseguitati dalla stessa Chiesa odierna (!) e spesso cacciati negli angoli più remoti della terra quasi a volerne disinnescare l'operato santo che sono capaci di realizzare animati da vera Fede e amore per la Verità.

Il problema della Chiesa dei nostri tempi è il clero: non ci sono dubbi in proposito perché quel clero è il risultato della devastazione presente nei seminari che, sostituendo l'insegnamento e l'approfondimento di San Tommaso d'Aquino con personaggi del calibro di Rahner fino ad arrivare alle letture prese a modello (sic!) del card. Martini, Tettamanzi o del signor Bose, hanno di fatto rinunciato alla capacità di formare e preparare i novelli sacerdoti alla grande battaglia contro il Nemico per strappargli anime da presentare al Buon Dio. Di fatto una resa al Nemico per trenta denari raffiguranti una vita priva di fastidi, scocciature e piena di comodità, vizi ed agiatezze imbarazzanti per uomini consacrati.

Per rendersi conto di come la maggior parte dei sacerdoti (ed è curioso notare che ciò che accomuna costoro è l'adesione incondizionata al Vaticano II) sia alle prese con una crisi interiore spirituale impressionante, basta ascoltare il fiume di banalità gettato in faccia ai fedeli durante le loro lunghe, ridondanti, noiose omelie, a conferma del fatto che si dà in lunghezza quando non si sa dare in profondità.

E visto che ci siamo, a proposito di prediche, non sarebbe davvero salutare sopprimere le omelie dalle S. Messe? Si eviterebbe così, per decenza, a tanti (pseudo)sacerdoti di raccontare ovvietà (per non dire, in molti casi, persino stupidaggini), e ai fedeli di doversi sorbire, quando va bene, venti minuti di noia mortale con annessa incazzatura per la sensazione di essere considerati dei poveri deficienti invece che persone alla ricerca di un po' di catechesi degna di questo nome. Ma tant'è, cosa ci si può aspettare da sacerdoti la cui preoccupazione principale è quella di appendere la veste al chiodo per non rischiare di essere pubblicamente individuati e riconosciuti come uomini di Dio?

Certo, ci sarà chi rispolvererà il detto “l'abito non fa il monaco”: in realtà lo fa, eccome. E a maggior ragione per chi riveste un particolare ruolo pubblico; sicché un sacerdote che vuole apparire come una persona normale (quando invece non lo è, checché se ne dica, poiché Nostro Signore ha voluto associare a sé degli uomini scelti da Lui stesso per partecipare all’opera che è venuto a realizzare sulla terra), un sacerdote che ha difficoltà a presentarsi come tale non dimostra altro che di essere un uomo in crisi d'identità, un uomo che non sa più chi è, che ha smarrito la presa di consapevolezza di quella che è la sua missione, che ha perso, in estrema sintesi, la sua ragion d'essere e con essa il ruolo di guida che dovrebbe rivestire.

Con parole accorate e piene di Fede mons. Lefebvre chiariva: “Poiché il sacerdote si definisce tramite il Sacrificio, ogni attacco al Sacrificio rimette in causa l’identità stessa del sacerdote. Ora, dopo il Concilio (Vaticano II) , la riforma liturgica, sia della Messa che del rituale d’ordinazione, tocca l’aspetto santificatore del sacerdote.

Tutta la grandezza, tutta la ragion d’essere, tutta la gioia, tutta la consolazione, tutta la forza del sacerdote si trovano nel Santo Sacrificio della Messa! Se il sacerdote non realizza più quelle cose, allora non è più un sacerdote. 

Ora, invece di ritornare a quelle nozioni fondamentali della fede cattolica concernenti i sacri misteri, si è voluto introdurre uno spirito nuovo. Così, lungi dal ridare ai sacri misteri il loro vero significato, li si è avvicinati alla cena protestante, distruggendo con ciò quello che c’era di misterioso, di grande, di divino, di sacro in loro. 

Se si cambia profondamente la liturgia, si cambia il sacerdozio, perché il sacerdozio è interamente orientato verso la liturgia.

E’ la definizione stessa del sacerdozio, il sacerdote è fatto per il Sacrificio. Se si comincia a snaturare il Sacrificio, si snatura il sacerdozio e perfino, vado oltre, se si arriva a distruggere questa nozione di Sacrificio della Messa, non c’è più Chiesa cattolica perché la Messa è il tesoro misterioso, insondabile, ineffabile che Nostro Signore ha dato alla Chiesa. 

Il Nuovo ordo missæ non si presenta, in ogni caso ufficialmente, nella sua definizione, come un sacrificio propiziatorio.

C’è quasi una relazione trascendentale tra il sacerdozio e la Messa, perché il sacerdote è colui che offre il Sacrificio, ed il Sacrificio non può essere offerto senza il sacerdote. Non si può concepire il Sacrificio senza il sacerdote e non si concepisce il sacerdote senza il Sacrificio. Quindi c’è una relazione trascendentale."

Allo stesso modo, se i seminaristi che invece di meditare sull’insegnamento di Nostro Signore trasmesso dalla santa Chiesa di sempre, sulle virtù di Nostro Signore e conseguentemente sforzarsi d’imitarLo, non sono stati formati a tutto questo ma al compromesso con il mondo, ebbene, non potranno che perdersi: dalle loro parole e dai loro gesti ne uscirà una caricatura di Cristo e, di conseguenza, una proposta di vita superficiale e del tutto inadeguata nel rapportarsi con la realtà del vissuto reale quotidiano nonché lontana anni luce da una vera vita vissuta cristianamente e cattolicamente.

Spacciare, ad esempio, il buonismo e il pacifismo e il democratismo, l'esasperata necessità di mutamento e aggiornamento come virtù appartenenti a Cristo significa tradire la Verità, corrompere il Suo insegnamento, storpiare le Sue parole, infine continuare a flagellare il Suo corpo mistico rendendosi complici di quanti si sono appropriati furtivamente del termine “cattolico” al solo scopo di modificare geneticamente e rinnovare seguendo i propri desideri la verità di sempre. 

Ne “Il cavallo di Troia nella città di Dio” Dietrich von Hildebrand avvertiva: “È un grave errore credere che la vitalità implichi sempre un mutamento e che la religione debba trasformarsi se vuol mantenersi viva. Certo, su questa terra noi siamo soggetti al mutamento. La vita spirituale e corporea dell'uomo è soggetta a processi di trasformazione e di sviluppo. Ma questo mutamento, legato all'esistenza del tempo, non comporta che gli oggetti delle proprie convinzioni e del proprio amore debbano anch'essi cambiare. La verità, specie quella soprannaturale, non cambia, né cambiano i valori i quali richiedono da noi una costante, ferma adesione. In mezzo a tutti i mutamenti si può rimanere se stessi per quel che riguarda il nostro atteggiamento essenziale, le nostre convinzioni fondamentali e il nostro amore. […]

Il mutamento che avviene nel nostro amore e nella nostra devozione a Cristo per effetto dello Spirito Santo è analogo a quello espresso dalle parole – il mio amore per te si fa sempre più intenso e profondo -: è il mutamento proprio ad ogni crescenza nella perfezione. Ma evidentemente non è il mutamento per il quale i cattolici progressisti si entusiasmano e che ritengono erroneamente essere l'essenza della vitalità. Secondo loro ogni mutamento salutare riguarda un cambiamento delle proprie idee e delle proprie convinzioni, la sostituzione di un amore con un altro amore. Un tale cambiamento implica la discontinuità e l'infedeltà, una completa mancanza di perseveranza. Le persone che cambiano spesso le proprie convinzioni, che corrono da un falso profeta all'altro, non dimostrano affatto una pienezza di vita. Al contrario: questo loro andare qua e là è solo un'apparenza di vitalità. In un simile stato, nulla può mettere una salda radice nelle loro anime, in loro tutto sarà nato morto.

Vedere in un tale genere di cambiamento un segno di vitalità spirituale è un grave errore: quanto, in filosofia, lo sarebbe il considerare il relativismo come un segno di vitalità intellettuale”. 

Grazie a Dio, non tutto il clero è composto da sacerdoti di siffatta indegna risma, ma la concretezza della realtà ci indica un quadro desolante con il continuo ricorso all'ambiguità nel linguaggio e all'ipocrisia quale sistema di vita. E ciò si riscontra tragicamente anche e soprattutto nel clero di questi tempi bergogliani dove tutto è misericordia tranne per coloro che difendono ciò che la Chiesa ha sempre insegnato; tutto è misericordia tranne per coloro che non intendono piegarsi alla dittatura del pensiero dominante; tutto è misericordia tranne per coloro che si ostinano a non lasciarsi investire dalla depravazione e dalla sovversione morale di chi si appella al “chi sono io per giudicare?”...

Ma la vita non è una favoletta, la salvezza dell'anima è una cosa seria...perciò, misericordia o meno che tenga, per quei sacerdoti che hanno deciso di appartenere a quel clero che vive e prospera nelle diocesi, nelle parrocchie, abituato a fare il bello e il cattivo tempo, a comandare come signorotti arroganti i fedeli a loro vicini, a soffocare la Fede anziché accrescerla... non resta che un sonoro salutare rimprovero evangelico: convertitevi e credete al Vangelo. 

 

Stefano Arnoldi 

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